mercoledì 2 febbraio 2022

"La sposa": la fiction che racconta il matrimonio per procura e il ruolo della donna tra gli anni Sessanta e Settanta


RECENSIONE - È davvero il caso di dirlo: l'ultimo successo di Mamma Rai si è rivelato essere 'breve, ma intenso'. Parliamo ovviamente de "La Sposa", la fiction di Giacomo Campiotti trasmessa in prima serata su RaiUno nelle ultime domeniche dal 16 al 30 gennaio 2022. Composta da soli tre episodi, la serie è riuscita sin dalla primissima puntata a conquistare con devozione un vasto pubblico. In realtà non sono mancate le polemiche, soprattutto la prima settimana, ma procediamo per ordine.

"La sposa" racconta la storia di Maria - interpretata dalle bravissima Serena Rossi -, una donna calabrese che accetta un matrimonio per procura con un uomo veneto per tirare la sua famiglia fuori dall'indigenza economica. Presso Vicenza la protagonista faticherá tantissimo per farsi accettare dallo stesso marito, Italo, e dalla gente del posto. Come in ogni favola che si rispetti, Maria riuscirà a conquistare il cuore di tutti con la sua generosità e la perseveranza. Curerà le ferite emotive del coniuge che si innamorerà di lei e riuscirà a farsi accettare dagli abitanti del paese nonostante i pregiudizi verso i meridionali. In particolare riuscirà a farsi rispettare dagli uomini in quanto donna. Naturalmente nella narrazione non mancano i colpi di scena, gli intrighi d'amore, i ritorni di fiamma, la competizione, i momenti di romantica tenerezza e commozione e - immancabilmente - i drammi e le avversità da superare con tenacia.



Le polemiche a cui abbiamo fatto accenno hanno puntato il dito soprattutto verso la provenienza geografica dei personaggi. La fiction sembra non aver ricevuto la benedizione né dalla Calabria e né dal Veneto. I calabresi hanno innanzitutto disapprovato l'adozione, per Maria e la sua famiglia, di un dialetto - nella realtà linguistica - molto distante dal vero calabrese. In secondo luogo le istituzioni regionali hanno precisato che negli anni Sessanta - l'epoca in cui è ambientata la trama - il matrimonio per procura non fosse affatto diffuso per contrarre l'unione tra le donne del Sud e gli uomini del Nord. Tutt'al più la pratica era comune con i ricchi compaesani emigrati in America o in Australia. Dulcis in fundo, sempre per quegli anni, pare che la condizione economica veneta fosse più depressa di quella calabrese e che per la maggior parte i meridionali migrassero perciò verso il Piemonte. Dal canto suo anche il Veneto si è un tantino risentito per la dimensione illustrata nella fiction commentando che i benestanti agricoltori veneti di allora non avessero affatto bisogno di maritarsi per procura con le donne meridionali perché la fila di signorine venete desiderose di ammogliarsi era già lunga sul territorio.


In conclusione in molti hanno gridato al falso storico. Ed effettivamente nella serie ci sono alcune incongruenze da questo punto di vista. Per l'arretratezza mostrata forse sarebbe stato più opportuno ambientare gli avvenimenti almeno negli anni Cinquanta piuttosto che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta come è stato scelto. Tuttavia la produzione si è difesa dalle accuse replicando di aver ricevuto tantissime lettere ed e-mail degli spettatori da tutta Italia in cui in molti hanno raccontato di madri e nonne sposate tramite nozze per procura, proprio come Maria nella fiction. Ricapitolando: la trama non è tratta da una storia vera, ma si vende in maniera abbastanza credibile e verosimile. Non è da poco inoltre sottolineare che la scelta del periodo storico sia stata dettata soprattutto dal desiderio preciso di dar voce ad alcune battaglie di quegli anni: le proteste dei lavoratori per i propri diritti, le lotte dei sindacati, l'emancipazione femminile, il tema dell'aborto, la parità di genere, la nascita delle cooperative, l'importanza dell'istruzione nell'infanzia, la corsa al progresso più lenta nelle campagne...

Il cast è stato eccezionale: abbiamo già menzionato la meravigliosa Serena Rossi (Maria Saggese). Notevoli sono stati anche Giorgio Marchesi (Italo Bassi), Maurizio Donadoni (Vittorio Bassi), Mario Sgueglia (Antonio Lo Bianco), Matteo Valentini (Giuseppe Saggese), Antonio Nicolai (Paolino Bassi). Incredibilmente curata l'estetica delle immagini e le scelte delle location: le atmosfere e i colori accompagnano il pubblico amplificando le emozioni dei personaggi. Quando per la sciagurata Maria ogni vento sembra avverso, tutto nell'inquadratura appare ostile e inghiottito dalla nebbia. Non appena la sua condizione migliora, le ombre si dipanano e anche le ambientazioni si mostrano più luminose e allegre. Per descrivere la bellezza del mare e dei panorami meridionali non ci sono parole. Il blu intenso delle acque e la fierezza delle scogliere a picco accecano gli occhi.


Ci sarà dunque una seconda stagione? Ancora non lo sappiamo ancora. Senza scrivere troppe anticipazioni (la miniserie è recuperabile in streaming sulla piattaforma di RaiPlay), l'ultimo episodio forse è stato troppo precipitoso nel susseguirsi dei fatti. Qualche tragedia in meno non avrebbe guastato, dramma dopo dramma. Apparentemente ogni storyline sembra aver concluso il proprio ciclo. Potremmo quindi serenamente considerare la serie autoconclusiva. Del resto "La sposa" ha già regalato tanto. Si è rivelato un ottimo prodotto di intrattenimento, capace di raccontare l'umanità e il sudore dei braccianti delle campagne, la fame di affetto e calore che la famiglia sa saziare e - sopra ogni cosa - i traguardi che il coraggio permette di raggiungere quando ci si impunta e non ci si arrende.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 31 gennaio 2022.


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domenica 16 gennaio 2022

La libellula e il passerotto - racconto breve

 


L'altoparlante aveva appena comunicato che il treno per Napoli avrebbe fatto un'ora di ritardo. L'attesa di ben sessanta minuti in più non era roba da poco. Vinca scelse di non salire già sulla banchina del binario. Era giugno e c'era molta afa. Preferiva restare lì, nella stazione al coperto e al fresco. C'era tempo per obliterare il biglietto e lasciarsi trasportare dalle scale mobili.

Adesso aveva un'ora di tempo da colmare. Pensò di sedersi su una panchina in ferro accanto a un'enorme pianta verde da ufficio. Con un piede spostò la cartaccia di uno snack che qualcuno aveva gettato per terra invece di riporla in un apposito cestino. Vinca tirò un sospiro contrariato, poi aprì la sua borsa e ne tirò fuori un libro.

In realtà non aveva davvero l'attenzione giusta per concentrarsi su una lettura, ma voleva almeno provarci. L'ansia le divorava lo stomaco dall'interno. Doveva andare a Napoli e, giunta lì, consegnare un ovetto di cioccolato e un biglietto a una persona. Temeva che le cose potessero non andare per il verso giusto, secondo le sue aspettative.

Si stava tormentando con questi pensieri, quando un cinguettio attirò la sua attenzione. Un passerotto saltellava inseguendo con accanimento un'altra bestiola volante più piccola. Vinca non riusciva a capire bene di cosa si trattasse. Fece qualche passo in avanti per avvicinarsi. Scoprì una libellula che agitava disperatamente le ali con un rumore quasi metallico. Disperatamente stava combattendo per la sopravvivenza. Il suo corpo longilineo dalle sfumature rosa e fucsia doveva apparire molto succulente agli occhi del passerotto. L'uccello perseguitava la libellula afferrandola con il becco feroce. Poi, infastidito dalla frenesia con cui la libellula sbatteva le ali, la liberava. Sempre con un rumore metallico la creaturina volava a non più di un metro di distanza per accasciarsi stanca per terra. E allora il passerotto tornava all'attacco. Vinca non capiva se per fame o per sfida ludica. Era uno scontro brutale, estenuante. In natura gli animali di solito non uccidono per divertimento, si ripeteva. Vinca era abbastanza sicura che fosse una caccia giustificata dalla fame, ma la sofferenza della libellula era ugualmente insopportabile da guardare. La poverina provò a volare più lontano, ma era intrappolata dalla parete in vetro della stazione. Erano al chiuso. Volava e si accasciava per le ferite procurate dalle beccate del passerotto. Aveva perso il suo volo preciso e veloce. L'uccellino tornava a colpirla con il becco, ad accanirsi... Poi la lasciava andare libera e stanca. La libellula lottava per la vita, scuoteva le ali metallicamente. Ancora, ancora e ancora. Infine, esausta, cessò di agitare le ali e, soddisfatto, il passerotto volò via con la libellula morta nel becco.

Vinca restò scossa davanti allo strazio di quella scena che era durata all'incirca dieci minuti. Poi sentì l'altoparlante annunciare un nuovo orario del treno che attendeva. Scosse la testa. Tornò alla realtà come un subacqueo che riemerge da un'immersione. Si avviò alle scale mobili. Non sapeva se avere o meno timore dei cosiddetti "presagi funesti". Con una mano in tasca strinse un bigliettino su cui a penna aveva scritto: "Vengo in pace con del cioccolato. Se non accetterai le mie scuse, almeno avrò con cosa consolarmi al ritorno". 


Racconto breve di Valentina Mazzella.


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venerdì 14 gennaio 2022

Che cos'è la dignità umana?

 


Cos'è la dignità? Cos'è la dignità umana? È una domanda che mi ossessiona da sempre e mi perplime come in tanti non se la pongano neanche di sfuggita. Quand'è che una persona non ha dignità? Una prostituta - classico esempio tirato in ballo - ha dignità? Un ladro e un disonesto sono senza dignità? E un bugiardo?

Sicuramente a tal proposito adesso sarebbe d'obbligo una breve lezioncina di filosofia che ripercorra l'evoluzione del concetto attraverso le epoche storiche, magari dallo Stoicismo a Immanuel Kant. Ed effettivamente potrebbe essere anche interessante approfondire come venisse concepita la dignità umana nell'Umanesimo, durante l'Illuminismo o dal Cristianesimo attraverso i secoli. Tuttavia non è questa l'occasione che sfrutteremo. Scriveremmo a lungo e il risultato sarebbe un pedante saggio dai contenuti reperibili altrove, magari anche spiegati meglio. In questa sede c'è solo il desiderio di condividere una riflessione pertinente alla quotidianità pragmatica del presente, relativa al "qui e ora". 

Che cos'è la dignità umana? Mi sono sempre risposta che per me la dignità è la coerenza dei propri comportamenti, la coerenza delle azioni e nelle scelte. La dignità è la fedeltà ai propri principi, ai propri ideali, al proprio sistema di valori. La dignità è il rispetto per il prossimo, per chi ci sta di fronte, per un altro essere umano. È il sentimento di umanità che sfida l'indifferenza e il menefreghismo. La dignità è l'onestà intellettuale, perlomeno la consapevolezza e l'ammissione di quando - per un motivo o per un altro - questa fedeltà può venire meno nella vita. In fondo l'essere umano è una creatura traditrice... E quando avviene il tradimento? La persona perde la dignità? Forse... Non tutto è bianco e nero nella vita. Spesso è tossica questa spasmodica esigenza di dover a tutti i costi tracciare linee e confini. Le circostanze contingenti possono essere tante... Penso a Galileo Galilei nell'opera di Brecht e cito: "Meglio avere le mani sporche che non le mani vuote". È veramente così? "È meglio averle sporche e piene piuttosto che averle pulite e vuote"? Dipende. Brecht faceva riferimento al raccolto delle battaglie ideologiche. Ogni cosa va contestualizzata, si capisce. Ma in soldoni "avere dignità" spesso non significa unicamente non sbagliare mai. Non siamo automi e le contraddizioni sono una peculiarità della complessità umana. Tuttavia spesso basta anche solo banalmente il saper riconoscere con umiltà i propri errori. Si ha dignità soprattutto quando si dimostra di esser capaci di dire: "Ho commesso un errore. Lo riconosco". E a quel punto si cessa di essere prigionieri di se stessi e/o di vari costrutti perché la dignità, come la verità, rende liberi.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 14 gennaio 2022.


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sabato 1 gennaio 2022

"I Fratelli De Filippo" di Sergio Rubini: un omaggio a una storia di famiglia e di arte


RECENSIONE - Eduardo, Titina e Peppino. I fratelli De Filippo. Fratelli di sangue e di arte. Tre nomi, una garanzia. Tasselli di una vera e propria dinastia del palcoscenico, un trio capace di fare la storia del teatro italiano e non solo. Di Eduardo in testa addirittura si può dire che lui sia stato il teatro per eccellenza.

Raccontare il loro vissuto sul grande e piccolo schermo non era affare da poco. Eppure il film "I Fratelli De Filippo" di Sergio Rubini ha omaggiato egregiamente i tre grandi artisti. La pellicola è stata distribuita nelle sale cinema dal 13 al 15 dicembre 2021 riscuotendo un buon successo. Trasmessa in prima serata il 30 dicembre, ha raccolto un vero boom di ascolti. Al momento è ancora disponibile su RaiPlay per chi desidera recuperarla.


Si tratta di un piccolo gioiello per la cura dei dettagli nella ricostruzione delle scenografie, nella scelta dei costumi e del trucco. Notevole le interpretazioni del cast: Giancarlo Giannini è Eduardo Scarpetta, Mario Autore è Eduardo De Filippo, Domenico Pinelli è Peppino, Anna Ferraioli Ravel è Titina, Biagio Izzo (particolarmente apprezzato dal pubblico) è Vincenzo Scarpetta, Susy del Giudice è Luisa De Filippo e Marisa Laurito è Rosa De Filippo. Soprattutto per il trio, non era semplice calarsi nei panni di tre mostri sacri.

La narrazione racconta in primis il percorso di riscatto e rivincita che i tre giovani figli illegittimi del Maestro Eduardo Scarpetta sono riusciti a raggiungere affermandosi nel mondo dello spettacolo con il cognome della madre. Non manca l'uso dei flashback come espediente per ricordare il passato attraverso un montaggio che nei momenti opportuni commuove ed emoziona. La sceneggiatura non tralascia di descrivere il rapporto conflittuale e di competizione fra Eduardo e Peppino che nel 1944 portò alla fine del sodalizio artistico oppure gli screzi di Eduardo con Titina che tuttavia non compromisero mai il loro rapporto lavorativo. Il prodotto finale è dunque il resoconto di una storia familiare e allo stesso tempo di una storia di arte.


Suggestivi e quasi magici le apparizioni nella penombra o le semplici menzioni di altri colossi dell'epoca come Luigi Pirandello e Totò. In ultimo è innegabile che parlare dei De Filippo significhi anche parlare di Napoli sempre e comunque, di quella Napoli che Eduardo descriveva come "un teatro a cielo aperto” da cui "rubare” scene, dialoghi, idee e situazioni. "Napule è ’nu paese curioso è ’nu teatro antico, sempre apierto" recitava l'incipit di una sua poesia. Quella stessa Napoli che nelle sue opere Eduardo è stato capace di rendere universale ed eterna.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 1 gennaio 2022.

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sabato 25 dicembre 2021

"Mare fuori 2": grande successo per la seconda stagione della serie-tv in cui il mare grida speranza e riscatto



RECENSIONE - La posta in gioco era alta. Non era semplice o scontato soddisfare le aspettative create nel pubblico dopo la prima stagione. Eppure la fiction  "Mare Fuori 2" è riuscita perfettamente nell'impresa. I dodici episodi andati in onda il mercoledì sera su RaiDue nelle ultime sei settimane hanno riscosso incredibile successo. La serie - come i più già sanno - racconta delle vicende ambientate presso l’Istituto di Pena Minorile di Napoli in cui sono detenuti ragazzi e ragazze che hanno commesso dei reati prima del raggiungimento della maggiore età. Le trame non si fossilizzano esclusivamente sul problema della criminalità minorile da strada e su quello delle influenze territoriali della camorra. La sceneggiatura racconta anche della violenza domestica in famiglia, dello stalking, delle relazioni tossiche, dell'abuso sessuale, dei rapporti conflittuali fra genitori e figli, del bullismo e altro ancora.

Gran parte dei personaggi sono noti agli spettatori già dalla prima serie, ma non è mancata l'introduzione di nuovi volti per rivitalizzare le storylines. Eccellente il lavoro di tutto il cast che ha visto confermati i vecchi nomi: Carolina Crescentini, Carmine Recano, Valentina Romani, Nicolas Maupas, Massimiliano Caiazzo, Ar Tem, Matteo Paolillo, Serena De Ferrari, Domenico Cuomo, Antonio Orefice, Nicolò Galasso, Ludovica Coscioni. A questi sono stati aggiunti Filippo Soave nei panni di Sasà e Kyshan Clare come Kubra. Notevole le interpretazioni di ciascuno, ma magistrale in particolare quella di Massimiliano Caiazzo nel regalare al pubblico un Carmine allo stesso tempo devastato dal dolore e accecato dalla rabbia. Mirabile la scelta degli autori di approfondire il passato di tutti quei personaggi che nel corso della prima stagione erano rimasti un po' ai margini delle storie per dare più spazio ai protagonisti. È il caso di Totò e Tano o' Pirucchio che sono stati la vera rivelazione della stagione, fulcro chiave, ma anche della cara Silvia, l'estroversa amica di Naditza. Non sono mancati dei flashback per raccontare il percorso di vita degli stessi educatori (Lino, Beppe e Liz) conferendo loro maggiore spessore.

E poi il mare. 'O mar. 'O mar for. Il mare fuori le sbarre di Nisida. Indiscusso protagonista di tutta l'opera. L'immenso mare partenopeo che ha potere catartico ed è, per i giovani detenuti, il simbolo di speranza e possibilità di riscatto. Sullo sfondo meravigliose panoramiche della città che immortalano la bellezza di Napoli sullo schermo come su una tela. Merito della lodevole regia di Ivan Silvestrini Milena Cocozza che hanno guidato la fiction (prodotta da RaiFiction e Picomedia) verso un finale letteralmente "con il botto". Cosa ci si riserverà dunque la terza stagione che, a quanto pare, è stata ufficialmente confermata? Sicuramente ci saranno nuovi sviluppi psicologici per i ragazzi e non solo: nuove vendette, nuovi intrighi, nuovi amori, nuovi drammi. L'ultimo episodio (seguono piccole anticipazioni) ha lasciato aperte diverse porte, sollevando molti interrogativi. Ciò che possiamo immaginare è che il fantasma di Ciro continuerà ad aleggiare anche sugli avvenimenti della terza serie. Lo dimostra l'introduzione nel penitenziario della sfacciata Rosa Ricci (Maria Esposito), sorella di Ciro, che di certo smuoverà parecchio le acque. Il che non guasterà poiché, nonostante gli innumerevoli pregi, il rischio di inciampare in soggetti ripetitivi è sempre dietro l'angolo.

Come anche è vero che alcuni personaggi hanno purtroppo perso un po' di patina. Ad esempio Viola, ormai usata esclusivamente come noioso espediente narrativo per scuotere alcune situazioni con la sua cattiveria gratuita, senza neanche un vero tornaconto personale. Pertanto ben venga l'arrivo di nuovi personaggi e nuovi spunti per arricchire una fiction che regala colpi di scena, conversioni e nuovi reati inaspettati. Interessante è il lampante parallelismo fra Cardiotrap e la figura di Liberato, celeberrimo cantante trap partenopeo senza volto su cui a lungo si è vociferato fosse proprio un giovane detenuto di Nisida. E a tal proposito apriamo una breve parentesi sulle musiche della fiction curate da Stefano Lentini e Riaz che, come lo scorso anno, si rivelano essere una sorprendente hype.
"Mare Fuori 2" si presenta ancora una volta come un prodotto di eccellenza, una serie-tv di formazione, che approfitta della narrazione filmica per lanciare messaggi pedagogici preziosi. Per raccontare il carcere non solo come un luogo di punizione, ma anche e soprattutto - per citare Carolina Crescentini in una sua intervista - come "un luogo di trasformazione". L'Istituto di Pena Minorile ha in primis lo scopo di aiutare i ragazzi a comprendere i propri errori e poi a voltare pagina. Emblematiche infatti nella stagione due scene: una in cui Pino lascia scappare degli uccellini dalle loro gabbie e l'altra in cui Cardiotrap lancia in mare una pistola affinché più nessuno possa usarla. "Mare Fuori 2" è in conclusione proprio questo: un grande grido che urla al pubblico che tutti hanno delle alternative nella vita. Solo che alle volte bisogna insistere per mostrare a chi è perduto le strade dell'amore, dell'onestà e del perdono che sono più impervie di quel che si crede. E questo perché richiedono il vero coraggio dell'essere umano. 

Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 23 dicembre 2021.

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venerdì 24 dicembre 2021

"Blanca": la serie-tv sulla poliziotta cieca che "non ha paura del buio"



RECENSIONE - Una delle rivelazioni più piacevoli del palinsesto di RaiUno delle ultime settimane? Sicuramente la fiction italiana "Blanca" andata in onda in sei episodi fino a ieri sera e - per chi desiderasse recuperarla - disponibile sulla piattaforma di RaiPlay in streaming. Accolta con grande favore dal pubblico televisivo, la serie è liberamente tratta dagli accattivanti romanzi di Patrizia Rinaldi. È stata prodotta in comunione da Lux Vide e da Rai Fiction e potrebbe vendersi tranquillamente al mercato spagnolo o francese. La sua primissima presentazione ha avuto luogo, in anteprima, in occasione della "Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia" lo scorso settembre 2021.

La storia racconta delle vicissitudini di Blanca Ferrando, una giovane consulente specializzata nel décodage di file audio. Nonostante sia cieca, Blanca viene assunta come stagista per sette mesi presso il commissariato di Genova. In un primo momento i colleghi e i superiori non hanno molta considerazione per le sue intuizioni, soprattutto a causa della sua disabilità. Tuttavia, in ogni episodio, Blanca accoglie la sfida e dà loro modo di ricredersi, dimostrando forza e determinazione nell'indagare e risolvere ogni caso. Blanca infatti è "una tosta", per dirlo in gergo, e, come ricorda a se stessa, "non ha paura del buio". Innumerevoli flashback rivelano allo spettatore il passato della ragazza, gli eventi che l'hanno portata a crescere e a rafforzarsi. In particolar modo l'incendio che le ha portato via la vista e la sorella maggiore Bea quando aveva appena dodici anni. Non manca inoltre un triangolo amoroso che permette al genere crime e poliziesco di mescolarsi con gli ingredienti elementari delle tradizionali fiction romantiche. Ciò permette di alleggerire le trame pur conservando il ritmo della narrazione e la suspense dei misteri da svelare.

I dialoghi sono ben scritti, spesso divertenti e infarciti della giusta dose di ironia e sarcasmo. I riferimenti alla cultura pop, fra una battuta e l'altra, sono molteplici, specialmente se a parlare è il Commissario Mauro Bacigalupo (il simpaticissimo Enzo Paci). Ogni volta che si affronta il tema della disabilità di Blanca, non si scivola mai nell'abilismo: pregio non da poco. Del resto, nonostante la serie racconti anche il dramma vissuto dalla protagonista nel perdere la vista, la cecità non viene giudicata esclusivamente come un ostacolo. Blanca si impone di "ballare sempre sotto la pioggia" (sia metaforicamente che letteralmente) e di ricavare dalla sua condizione delle nuove opportunità, sviluppando ad esempio al meglio gli altri sensi. Ovviamente è scontato sottolineare che in diversi momenti le capacità di Blanca appaiono quasi inverosimili, da supereroina. Il pubblico pena e si angoscia ogni qual volta questa stagista tutto pepe va a ficcare il naso in situazioni veramente troppo pericolose per una non vedente accompagnata a stento dal suo fedele bulldog americano, Linneo. Tuttavia si ha la consapevolezza di star guardando un'opera di finzione e la si apprezza lo stesso, anche quando Blanca diventa una Sherlock Holmes 2.0 con le sue incredibili deduzioni.

Un riconoscimento speciale va assolutamente alla regia di Jan Maria Michelini e di Giacomo Martelli che hanno deciso di mettersi in gioco e di regalare di frequente anche la singolare prospettiva della stessa Blanca nel percepire il mondo inghiottito dall'oscurità e delineato unicamente dai suoni e dagli odori. Magistrali il montaggio sperimentale di Alessio Doglione e Danilo Perticara e la fotografia di Alessandro Pesci.  In "Blanca" nulla è lasciato al caso. Tutto è perfettamente curato. Le musiche in ogni puntata sono capaci di caricare l'adrenalina nelle scene più opportune. Le panoramiche di Genova offrono agli spettatori una città meravigliosa, purtroppo non sfruttata adeguatamente dal cinema. Le scenografie e gli arredi dei set sono sempre ricchi di dettagli. Particolare è, nella maggior parte dei casi, anche la scelta dei costumi, in particolare quando si tratta della stessa Blanca il cui stile nel vestire, super colorato e stilizzato, spesso ricorda l'abbigliamento di un personaggio dei fumetti. Oppure si pensi al look della piccola Lucia (l'adorabile e talentuosa Sara Ciocca) che con il suo caschetto moro ci ricorda inevitabilmente una giovanissima Natalie Portman quando nel 1994 interpretava Mathilda nel film "León".

Sarà Ciocca. 


 
Natalie Portman in "León".

Dulcis in fundo i più sentiti complimenti al cast, a partire naturalmente dalla superba interpretazione di Maria Chiara Giannetta nel ruolo di BlancaGiuseppe Zeno, attore veterano di fiction, era il volto perfetto per vestire i panni di Michele Liguori, collega è fiamma di Blanca. Non da meno sono la performance recitativa di Pierpaolo Spollon che nella serie è Nanni, il cuoco rivale in amore di Liguori, e quella della già citata Sara Ciocca (Lucia Ottonello) che, nonostante la giovanissima età, domina egregiamente la scena. Per realizzare "Blanca" la produzione si è avvalsa dalla consulenza di Andrea Bocelli. Inoltre la serie è stata realizzata interamente in olofonia, ossia una particolare tecnica di registrazione del suono che permette la riproduzione in maniera similare a come viene percepito dall’orecchio umano. Insomma, "Blanca" è un prodotto veramente meticoloso che intrattiene e appassiona il pubblico in queste fredde sere di dicembre. Non si hanno dunque motivi per non sperare e attendere una nuova intrigante stagione per l'anno venturo.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 22 dicembre 2021.

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lunedì 6 dicembre 2021

"Carla": il film omaggio all'ineguagliabile Fracci su Rai Uno

 


RECENSIONE - L'omaggio cinematografico all'iconica e inarrivabile Carla Fracci - il biopic curato dalla regia di Emanuele Imbucci - è stato abbastanza elegante e leggiadro quanto la ballerina di cui si accinge a raccontare la vita? Una bella fetta della critica sostiene che il film "Carla" (2021) non sia stato all'altezza delle aspettative e non abbia reso giustizia alla genialità dell'artista. Sembrerebbe irremovibile, nonostante la produzione abbia ricevuto addirittura la benedizione della stessa Fracci in persona prima del suo addio avvenuto lo scorso maggio.
 

L'opera è figlia di una co-produzione Rai Fiction-Anele, realizzata con il patrocinio della Regione Lombardia, il contributo del Comune di Orvieto e con il contributo del MIC- Ministero della Cultura - Direzione generale Cinema e audiovisivo. Il film è stato distribuito in anteprima nelle sale già dall'8 al 10 novembre 2021, ma ieri sera - 5 dicembre - è stato trasmesso su Rai Uno raggiungendo il grande pubblico a casa che - diversamente dalla critica - sembra di aver gradito molto di buon grado il prodotto. In particolar modo l'interpretazione di Alessandra Mastronardi nei panni della protagonista a cui era stato invece recriminato di non essere abbastanza a suo agio nel ruolo. Eppure sul piccolo schermo la Mastronardi è apparsa incredibilmente somigliante alla Fracci nell'estetica, nelle espressioni e nelle movenze. Sicuramente anche merito di un notevole lavoro dietro le quinte che ha investito su ottime scelte in materia di trucco, stile e costumi. Nello specifico anche grazie a una predilezione per i vestiti bianchi e candidi ricorrenti nelle apparizioni della mitica ètoile. Non essendo Alessandra Mastronardi una vera ballerina de La Scala, il montaggio ha optato per un collage di immagini nelle sequenze in cui Carla danza per non rivelare, ovviamente, che i piedi fossero in realtà quelli di una professionista. Non è mancato chi avrebbe preferito una ballerina-attrice, magari un volto nuovo, per esaltare di più in quelle scene la grandezza delle potenzialità della Fracci sulle punte, mostrando la figura per intero in maniera nitida.

 

La trama è liberamente ispirata dall'autobiografia intitolata "Passo dopo passo. La mia storia" pubblicata dalla Mondadori nel 2013. Si raccontano gli eventi non in ordine banalmente cronologico. Si mostra un presente in cui per sfida l'étoile ha solo cinque giorni a disposizione per imparare una coreografia e tornare sul palco dopo un anno di pausa dal parto. Il presente si alterna alle vicissitudini attraversate dalla figlia di un semplice tramviere, Carlina, per diventare la prima ballerina de La Scala di Milano, appunto Carla Fracci. Il teatro è stato una scenografia di valore molto frequente nel film. La narrazione è arricchita in realtà anche di personaggi inventati, come l'amica Ginevra Andegari. Ciononostante non disdegna di essere veritiera per tanti altri aspetti. Del resto la produzione si è avvalsa delle preziosissime consulenze della stessa Carla Fracci, del marito Beppe Menegatti e di Luisa Graziadei. Non mancano anche filmati di repertorio degli archivi storici della Rai in cui compare una vera Carla giovanissima ballare. Rifacendosi al simbolismo della libellula, il film desiderava protendersi verso l'alto. Essere sempre in movimento, ma con fermezza ed eleganza.

 

"Carla" si rivela una visione godibile che restituisce agli spettatori l'immagine di un'artista instancabile, tenace, incredibilmente seria e dura con se stessa e il proprio lavoro. Un talento smisurato che "non si crogiola sugli allori" e si impegna per inseguire con forza la propria passione. Tuttavia viene anche evocato il ritratto di una ragazza umile di origini modeste che non è mai diventata arrogante. Il profilo di una donna legata ai suoi genitori, all'uomo di cui è innamorata e al suo sogno di maternità a cui non rinuncia e che rivendica senza esitazione come un diritto da conciliare con la carriera. Ma soprattutto ci regala il ricordo della ballerina per eccellenza per la quale danzare era in fin dei conti proprio come respirare: irrinunciabile.




Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 6 dicembre 2021.


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