lunedì 21 novembre 2022

“L’ombra di Caravaggio” di Michele Placido, il film sul tormentato pittore che meritavamo


RECENSIONE – Portare sul grande schermo un personaggio complesso quale fu Michelangelo Merisi, detto “il Caravaggio”, non era una sfida semplice. Ciononostante “L’ombra di Caravaggio” di Michele Placido è nel suo target un film molto ben riuscito. Racconta la biografia del pittore con un ritmo svelto e serrato ricorrendo all’espediente più classico del genere thriller: la vita dell’artista viene ricostruita durante un’indagine sul suo passato dissoluto. Vari episodi significativi vengono evocati da dei testimoni e ricomposti come i pezzi di un puzzle. Ne fuoriesce il quadro di un uomo tormentato, ribelle, impetuoso. Un pittore ossessionato dalla ricerca della verità, dal desiderio di scardinare il tradizionale rapporto tra sacro e profano. Un amante carismatico, focoso, sregolato. Un credente appassionato dei Vangeli, compassionevole con gli ultimi.

La regia di Michele Placido è accurata, armoniosa. La sceneggiatura è stata scritta da Placido insieme a Fidel Signorile e a Sandro Petraglia. La fotografia ha un’ottima estetica e, immancabilmente, spesso strizza l’occhio ai giochi di luci e ombre che notoriamente contraddistinguono lo stile pittorico caravaggesco. Le scenografie, i costumi di scena e il trucco trasportano magnificamente il pubblico nei primi anni del Seicento italiano. Fiore all’occhiello per garantire l’effetto sono i dialoghi interpretati qua e là con accenti un po’ antiquati. Almeno quanto basta per rendere l’idea di una lingua in evoluzione e dei particolarismi parlati nella penisola. Non manca in ciò, volutamente, anche un certo piglio orientato a una sana teatralità.

Durante la narrazione appaiono alcuni personaggi storici altrettanto significativi per raccontare il periodo storico. Sono momenti emozionanti e ricchi di pathos. La vita di Caravaggio (Riccardo Scamarcio) si intreccia, ad esempio, con quella di San Filippo Neri (Moni Ovadia) presso la Chiesa di Santa Maria della Vallicella di Roma. Il pittore, nel film, conosce il frate domenicano Giordano Bruno (Gianfranco Gallo), condannato per eresia al rogo in piazza Campo dei Fiori il 17 febbraio del 1600. L’interpretazione di Gallo è a dir poco strepitosa: struggente, viva. Incontriamo addirittura una giovanissima Artemisia Gentileschi (la bravissima Lea Gavino, di recente già alla ribalta nel ruolo di Viola in SKAM Italia 5).

L’interpretazione di Riccardo Scamarcio nei panni del protagonista è notevole. La produzione, insomma, gode di un cast davvero di valore. Lo stesso Michele Placido veste la tonaca del Cardinal Del Monte. A seguire vediamo Micaela Ramazzotti come Lena (Maddalena) Antonietti e Lolita Chammah come Annuccia (Anna) Bianchini: le attrici interpretano due delle prostitute più note che si prestarono al Caravaggio come modelle. Isabelle Huppert è la Marchesa Costanza Colonna, il rapper Tedua è Cecco, Vinicio Marchioni è Giovanni Baglione, Louis Garrel è L’ombra che segue Michelangelo Merisi. Abbiamo poi Alessandro Haber (mendicante e modello del Merisi), Maurizio Donadoni (Papa Paolo V), Lorenzo Lavia (il pittore Orazio Gentileschi), Carlo Giuseppe Gabardini (Onorio), Brenno Placido (Ranuccio Tommasoni).

“L’ombra di Caravaggio” è un buon prodotto cinematografico. Ricco di cenni storici, cultura e filosofia. Le inesattezze e le licenze artistiche non sono molte. Ad esempio, al di là della toccante perfomance di Gallo, le fonti asseriscono che il Merisi non incontrò mai Giordano Bruno di persona. Probabilmente però conobbe la sua parabola attraverso delle conversazioni con il Cardinal Del Monte. Spiace, invece, per la scelta di non dare peso al personaggio di Fillide Melandroni: la donna fu amica della Bianchini, nonché anche lei prostituta e modella del Caravaggio. Storicamente si accredita di solito che il Merisi uccise Tommasoni proprio per lei. I due furono rivali in amore. Probabilmente vi erano alla base anche altri motivi economici e politici, ma parliamo dell’omicidio che costò al Caravaggio la condanna per decapitazione da cui è poi scappato fino alla morte.

Il film valorizza l’estro creativo del pittore, massimo esponente della corrente del Naturalismo che aprì le danze dell’arte moderna. Racconta la genesi dei suoi quadri più famosi. Esalta l’ardore e la passione con cui il Merisi si impegnava nella loro realizzazione. Da una parte “L’ombra di Caravaggio” evidenzia un temperamento furioso e veemente che creò al pittore innumerevoli problemi con la legge. Dall’altra un genio artistico travolgente e avanti con i tempi. L’arte ha nella pellicola una posizione di preminenza con lunghe inquadrature sulle opere e sui dettagli. I rimandi sono puntuali. Si celebra l’eccezionale talento del Caravaggio, quello che lo ha reso immortale nonostante sfidasse la morale dell’epoca dipingendo prostitute, ladri e mendicanti come Santi e Madonne in un’estenuante percorso di ricerca del vero.



Recensione di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 19 novembre 2022.


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sabato 19 novembre 2022

“La stranezza” di Roberto D’Andó: Pirandello al cinema con Toni Servillo e il duo Ficarra e Picone

 


RECENSIONE – Pirandelliana. Una storia pirandelliana. Un film per chi ama la letteratura, per chi ama il teatro, per chi ama Luigi Pirandello. Davvero ottimo “La stranezza”, opera scritta e curata dalla regia di Roberto D’Andó che firma anche lo spettacolo teatrale “Ferito a morte”, in tournée per l’Italia proprio in questo periodo (ne abbiamo scritto qui https://www.napolisera.it/2022/10/28/ferito-a-morte-dal-romanzo-di-raffaele-la-capria-al-teatro-mercadante-con-la-regia-di-roberto-dando).

Luigi Pirandello (Toni Servillo) torna a Girgenti a causa di un lutto dopo il successo di Roma. Inizia a spiare le vicende di Sebastiano “Bastiano” Vella (Ficarra) e Onofrio “Nofrio” Principato (Picone). Si tratta di due agenti di pompe funebri che, appassionati di teatro, nel tempo libero scrivono e recitano con una piccola compagnia di dilettanti. Il drammaturgo siciliano trarrà dalle loro vite spunto per lavorare alla stesura della celebre opera “Sei personaggi in cerca d’autore” che sicuramente è tra le più celebri di Pirandello, assieme a “Uno, nessuno e centomila”, “Il fu Mattia Pascal” e “Novelle per un anno”.

Le interpretazioni del cast sono egregie. La prima parte del film è una commedia perfettamente sorretta da Ficarra e Picone. Battute ed espressioni strappano al pubblico diversi sorrisi. Eppure la trama non ha fondamento storico. Non si hanno testimonianze dell’esistenza della coppia di becchini. Ciononostante la loro presenza diventa nel film un espediente prezioso per raccontare il genio delirante di Luigi Pirandello, da sempre avanti con i tempi. Per riflettere sul rapporto tra realtà e finzione, tra verità e menzogna, tra lucidità e sogno.

Nella seconda parte del film Pirandello cessa di essere un osservatore silenzioso ed emerge tutta la febbre visionaria dei suoi colloqui con i personaggi letterari, il suo rimuginare sui vari aspetti e tasselli malinconici della sua vita privata. La pellicola è ricca di riferimenti e omaggi alla produzione letteraria dello scrittore: caratteristica più che apprezzabile per tutti i lettori che amano Pirandello. La fotografia e i dialoghi evocano tutta la bellezza della Sicilia assolata. Allo stesso tempo le scene al chiuso – nella penombra dei camerini e del palco dietro al sipario – solleticano negli spettatori un nuovo desiderio di tornare al teatro.



Recensione di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 16 novembre 2022.


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sabato 12 novembre 2022

Teatro San Ferdinando, “La zattera di Gericault”: dai naufraghi della Medusa ai migranti moderni


RECENSIONE – Un episodio storico drammatico e cruento. Il naufragio di una nave in mezzo all’Oceano Atlantico. Allo stesso tempo il simbolico naufragio di una nazione politicamente fragile e la deriva della vita di un grande artista. “La zattera di Gericault” di Carlo Longo racconta una storia profonda grazie alla magistrale regia di Piero Maccarinelli. Lo spettacolo è in scena al Teatro San Ferdinando già dal 27 ottobre fino a domani, domenica 6 novembre 2022. Sul palco un cast eccezionale con Lorenzo Gleijeses, Francesco Roccasecca, Claudio Di Palma, Nello Mascia e Anna Ammirati. Le scenografie versatili, i costumi d’epoca e i giochi di luci permettono al pubblico di immergersi al meglio in una narrazione a ritroso nel tempo, dal 1818 al 1817. Un racconto che è possibile leggere su tre piani diversi.

Nel 1816 ebbe luogo un fatto di cronaca: una nave francese, la Medusa, naufragò incagliandosi su un fondale sabbioso al largo dell’attuale Mauritania. Oltre 250 passeggeri si salvarono grazie a delle scialuppe. La ciurma, composta da 147 uomini, si imbarcò su una zattera di fortuna, lunga venti metri e larga sette. Dopo due settimane per mare solo quindici persone furono salvate dal battello Argus. I sopravvissuti erano in condizione pietose, denutriti. Sulla zattera i più deboli erano morti per primi. A seguire erano stati consumati episodi di violenza, sopraffazione e addirittura di cannibalismo. Una storia di disperazione, di ingiustizie sociali e di lotta per la vita. Nonostante le dinamiche diverse, irrimediabilmente nella mente oggi sono evocate scene di grande attualità. Le immagini del dramma dei morti in mare nel Mediterraneo.

Il noto pittore Gericault scelse l’argomento per realizzarne un grande quadro, un capolavoro che desidera venisse poi acquistato ed esposto dal Museo Louvre. Il tema fu apprezzato da molti, ma purtroppo contestato da altrettanti critici d’arte perché l’evento, così recente, spaccava ferocemente la scena politica della Francia in due. Il sovrano Luigi XVIII intuì subito che il naufragio dipinto non fosse un naufragio qualunque, ma quello della Medusa a causa del quale in tanti puntavano il dito contro la monarchia che aveva reso capitano un comandante senza meriti effettivi.

Dallo spettacolo emerge tutto l’ardore del giovane Gericault desideroso di rappresentare il vero confezionato ad arte. Gericault, esponente del Romanticismo francese, prende le distanze dalla perfezione del Neoclassicismo. Non desidera esaltare i vincitori. Celebra i nuovi eroi che sono i vinti, gli sconfitti. È in cerca di gloria. Nel suo laboratorio studia l’anatomia di pezzi di cadaveri, analizza il colorito della pelle in putrefazione. Sulla tela vuole rappresentare la morte, il dolore, la sofferenza. Ne è ossessionato. Forse per distogliere l’attenzione dalla sofferenza della sua vita privata: il tormento per la separazione dalla donna che ama – la giovane moglie dello zio che lo ha cresciuto – e dal bambino illegittimo che hanno concepito insieme. Tribolazione e patimento stritolano la sua anima profonda. L’anima di un artista visionario capace, con la sua pittura, di parlare alle coscienze ancora dopo ben due secoli. 


Recensione di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 5 novembre 2022.


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martedì 8 novembre 2022

"Ferito a morte”, dal romanzo di Raffaele La Capria al Teatro Mercadante con la regia di Roberto D’Andó

RECENSIONE – Sul palcoscenico del Teatro Mercadante di Napoli una storia malinconica, corale e soprattutto evocativa. La nuova stagione teatrale ha ufficialmente aperto il sipario con “Ferito a morte”, uno spettacolo curato dalla regia di Roberto D’Andó. La rappresentazione è un omaggio a Raffaele La Capria, autore dell’omonimo romanzo che nel 1961 vinse il Premio Strega. Lo scrittore quest’anno avrebbe compiuto cent’anni, ma è venuto a mancare tre mesi prima del suo compleanno. Lo spettacolo era già in programma grazie al fascino che il libro esercitava ed esercita su Roberto D’Andó e su Emanuele Trevi che ha lavorato all’adattamento della sceneggiatura.

Sul palco l’eccellente lavoro di squadra di una compagnia composta da ben sedici attori. Il talento indiscusso di Andrea Renzi, nei panni del protagonista (Massimo da adulto), è affiancato da un cast di valore: l’energica Gea Martire (la signora De Luca), Sabatino Trombetta (il protagonista Massimo da giovane), una deliziosa Aurora Quattrocchi (la nonna), lo spassoso Giovanni Ladeno (Ninì), Marcello Romolo (zio Umberto), un meticoloso Paolo Cresta (Gaetano), Giancarlo Cosentino (il signore De Luca), la versatile Clio Cipolletta (Assuntina), un impeccabile Matteo Cecchi (Cocò), Laure Valentinelli (Carla) e poi ancora Paolo Mazzarelli (Sasà), Antonio Elia (Glauco), Rebecca Furfaro (Betty), Lorenzo Parrotto (Guidino) e Vincenzo Pasquariello (il cameriere).

In scena al Mercadante già dal 19 ottobre fino a domenica 30, “Ferito a morte” andrà prossimamente in tournée a Modena (Teatro Storchi, 3 – 6 novembre 2022), a Torino (Teatro Carignano, 8 – 13 novembre 2022), a Perugia (Teatro Morlacchi, 16 – 20 novembre 2022), a Roma (Teatro Argentina, 10 – 15 gennaio 2023), a Milano (Teatro Strehler, 17-22 gennaio 2023), a Cesena (Teatro Bonci, 26 – 29 gennaio 2023) e a Genova (Teatro Ivo Chiesa, 8 – 11 febbraio 2023). Un’opportunità da non perdere per chi ha amato il libro da cui è tratto, ma anche per chi desidera scoprirne la trama con l’approccio suggestivo che solo il palco può regolare.

Le scenografie incantano il pubblico intrecciando magistralmente teatro e cinema. Proiezioni, coreografie e voce narrante riescono a immergere lo spettatore in un’atmosfera liquida e ovattata. Senza dubbio grazie anche a un brillante lavoro tecnico sul sonoro che spesso ha permesso ai presenti di percepire le voci dei personaggi come attraverso il timpano perforato dello stesso protagonista. Un orecchio ferito al mare, un udito danneggiato che allegoricamente rende Massimo sordo ai richiami di una realtà da cui ormai si sente distante. Gli eventi sono ambientati tra il 1946 e il 1954: la scelta delle musiche e dei costumi evocano degnamente lo charm elegante e brioso degli anni Cinquanta.

La trama è semplice, intima, raccolta. La narrazione incalzante. L’io narrante del protagonista, Massimo, dal proscenio richiama alla mente un giorno della sua gioventù. Non un giorno qualsiasi. La vigilia della sua partenza da Napoli per Roma, dove avrebbe cambiato vita con un nuovo lavoro. Quello stesso dí Massimo, ancora ragazzo, ripercorreva nella memoria le ultime estati, le amicizie, l’amore per una fanciulla di nome Carla Boursier. Episodi, dinamiche e aneddoti sono un pretesto sfruttato da La Capria per descrivere la giovane borghesia napoletana, futura classe dirigente del meridione, che trascorre il tempo in ambienti chic come il Circolo nautico e il Bar Middleton. Napoletani che in realtà parlano “il napoletanese”, non il classico dialetto del popolo.

I dialoghi suonano come monologhi, come l’espressione di un flusso di coscienza. Cruciale nel romanzo e nello spettacolo la conversazione a tavola, durante il pranzo della domenica, a Palazzo Donn’Anna tra alcuni parenti di Massimo e Gaetano, il professore di suo fratello Ninì. Uno scambio prorompente di battute e osservazioni che soppesano Napoli in maniera minuziosa. La Napoli delle dualità, “quella bagnata dal mare e quella che il mare non bagna”. La Napoli “foresta vergine” laddove è complicato riuscire a districarsi. La Napoli da cui Massimo vuole scappare, da cui non vuole essere sopraffatto. La Napoli che è una città che “ti ferisce a morte o t’addormenta o tutt’e due le cose insieme”. 



Recensione di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 28 ottobre 2022.


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giovedì 27 ottobre 2022

“Ticket to Paradise”, Julia Roberts e George Clooney in una nuova commedia romantica per i nostalgici


RECENSIONE – In quattro aggettivi “Ticket to Paradise” di Ol Parker è una commedia leggera, romantica, divertente e rassicurante. Nel suo genere perfettamente confezionata. La trama non brilla per originalità, certo, ma assolve il suo compito di piacevole intrattenimento. La storia è quella classica di una coppia di divorziati che riscopre l’amore dopo tanti anni di estenuanti litigi. 

È semplice, eppure funziona. In alcuni punti la sceneggiatura è addirittura debole e annovera delle lacune, ad esempio la motivazione a monte per cui i protagonisti sono divorziati. Ciononostante il risultato funziona. Gli spettatori immaginano serenamente come gli eventi della diegesi si svilupperanno. I colpi di scena sono tutti molto prevedibili. Eppure – di nuovo – il prodotto finale funziona. È congeniale al suo compito.

“Ticket to Paradise” è una rilassante commedia romantica che permette al pubblico di evadere dalla monotonia della realtà. I suoi cliché diventano rassicuranti punti di riferimento. Il ritmo della narrazione resta incalzante per tutto il lungometraggio. L’incantevole ambientazione esotica di Bali fa da cornice a tutto ciò rappresentando la famosa ciliegina sulla torta. La fotografia è fantastica con i suoi colori accesi, i toni caldi e le vedute panoramiche mozzafiato. Il film del resto si presta a seguire un po’ il filone di altre commedie come “Mamma mia! Ci risiamo” scritte sempre da Ol Parker. Insomma, si celebra l’amore con una buona dose di umorismo e autoironia, senza drammi e lacrimucce inutili.

In ultimo va riconosciuto che il peso dell’intera commedia è sorretto dal prestigio del cast. Nello specifico parliamo della meravigliosa Julia Roberts (Giorgia) in coppia con l’affascinante George Clooney (David). Nella realtà gli attori sono amici e, grazie al feeling che condividono sul set, questa è la loro quarta collaborazione cinematografica. I due divi sono senza dubbio il vero cavallo di battaglia della pellicola. Più in ombra purtroppo le ottime interpretazioni di Kaitlyn Denver (Lily), Maxime Bouttier (Gede) e Lucas Bravo (Paul). Semplicemente perché il film – è innegabile – fa leva sull’effetto nostalgia per chiunque sia cresciuto o abbia sognato con “Pretty Woman” e le indimenticabili atmosfere delle love-story degli anni Novanta. La storia gioca egregiamente le sue carte e l’esito si lascia apprezzare con un sorriso e il cuore più leggero.



Recensione di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 21 ottobre 2022.


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giovedì 20 ottobre 2022

"Wanna”, la docu-serie su Wanna Marchi e Stefania Nobile: il ritratto di due maghe delle vendite senza scrupoli ed empatia

RECENSIONE – Due nomi: Wanna Marchi e Stefania Nobile. Da soli bastano a evocare rabbia e disprezzo di milioni di italiani. La docu-serie che racconta la loro storia al momento è ancora nella Top10 dei prodotti più seguiti su Netflix. “Wanna” è stata ideata da Alessandro Garramone e diretta da Nicola Prosatore. In quattro episodi ricostruisce dalle origini il percorso delle due televenditrici più note della televisione italiana che per anni hanno truffato migliaia di spettatori. La cosa più assurda? Nonostante i processi e la galera, le due donne non manifestano alcun segnale di pentimento.

È soprattutto questa la ragione per cui la decisione di produrre la serie ha attirato una pioggia di critiche e polemiche. In tantissimi sono dell’opinione che non sia assolutamente giusto dare ulteriore risonanza mediatica a due personaggi senza scrupoli. Sostengono che madre e figlia dovrebbero essere abbandonate nell’oblio. In linea di massima si tratta di un pensiero condivisibile. Eppure va riconosciuto che lo stesso principio non viene applicato quando vengono realizzate serie di successo su criminali e killer di vario genere. “Wanna” non si propone come monumento celebrativo a Wanna Marchi e a Stefania Nobile.



La docu-serie propriamente documenta innanzitutto uno spaccato della società italiana dagli Ottanta fino ai primi anni Duemila. Lo fa con dei toni avvincenti da inchiesta. Arricchisce la narrazione con il racconto in prima persona delle due televenditrici che ripercorrono i fatti secondo il loro punto di vista. Tuttavia gli episodi propongono anche le testimonianze di altri personaggi reali coinvolti nelle vicenda: ex-collaboratori, una centralinista pentita, parenti e vittime truffate. La prospettiva viene così capovolta. Non mancano gli interventi di giornalisti e opinionisti. Addirittura anche un’intervista a Mago Do Nascimento che negli ultimi anni lavorò con loro nella vendita dei numeri al lotto e di altri amuleti magici. Wanna Marchi e Stefania Nobile non vengono proposte come un modello da emulare, ci mancherebbe.

“Wanna” indaga sulla storia umana e personale delle due donne. Ad esempio sul vissuto di Wanna Marchi prima che scoprisse la passione per i riflettori, quando era solo la figlia di una coppia di contadini romagnoli che aveva sposato un uomo violento. Le puntate regalano però soprattutto la cronaca della denuncia dei reati in seguito alle primissime inchieste aperte da “Striscia La Notizia” a cura Jimmy Ghione. La serie cerca di dare voce e dignità a tutte le vittime degli inganni, delle truffe, delle minacce e delle manipolazioni perpetuate dalle due donne. Ciononostante madre e figlia non rivelano la benché minima forma di empatia verso coloro a cui di fatto hanno rovinato la vita, non solo economicamente. 

Wanna Marchi e Stefania Nobile approfittavano dell’ingenuità e della buona fede del prossimo per trarre vantaggi. Erano disposte a vendere concretamente anche il nulla – come la fortuna – pur di guadagnare. Ancora oggi le due televenditrici – come dicevamo – non si ritengono colpevoli. Continuano a insultare le vittime negando qualsiasi forma di rispetto per le fragilità altrui. Ne fuoriesce il ritratto di due personalità spregevoli, incredibilmente avide e prive di coscienza. Anche se effettivamente nelle vendite e negli affari erano portentose. Un esempio di intelligenza e astuzia al servizio del male. La loro capacità persuasiva sul pubblico a casa era di grandissimo impatto.

Quest’ultimo è un aspetto non da poco che solleva oggi innumerevoli riflessioni sulla capacità trascinante anche di certe sedicenti influencer attuali che sui social cercare di rifilare ai followes “bibitoni” e prodotti miracolosi millantando proprietà eccelse. Il mercato ha naturalmente cambiato i mezzi e i metodi di comunicazione, ma alcuni pericoli restano sempre in agguato. Ripescare le vicende di Wanna Marchi e figlia, dunque, non serve unicamente a indignare gli italiani e a intrattenere i curiosi. Può servire anche da monito affinché in futuro sia più facile smascherare truffe virtuali e reati dello stesso calibro.



Recensione di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 14 ottobre 2022.


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sabato 15 ottobre 2022

SKAM Italia 5, la storia di Elia: dall’accettazione dei corpi alla lotta contro la mascolinità tossica


RECENSIONE – La quinta stagione di SKAM Italia soddisfa serenamente le aspettative. Trasmessa sulla nota piattaforma di Netflix dal 1° settembre 2022, l’annuncio della trama ad agosto aveva inizialmente sollevato molte polemiche e perplessità. Gli episodi affrontano il disagio fisico e mentale del protagonista affetto da ipoplasia peniena. Ciò significa dire che ha un micropene dalle dimensioni ridotte al di sotto degli standard comuni. Prima del lancio ufficiale on demand, molti temevano che la serie-tv, dopo quattro anni di qualità, potesse sprofondare nella banalità o in degli strafalcioni. In realtà nessuno dubitava del potenziale del personaggio di Elia. Storcevano il naso solo per la tematica affrontata. Sui social alcuni spettatori avevano addirittura commentato che l’argomento scelto “non fosse abbastanza importante”. 

Al che, a settembre, l’attore Pietro Turano (che nella serie interpreta Filippo) aveva risposto con veemenza ai toni di certi sgradevoli tweet in una storia su Instagram. Esordiva scrivendo: “Fate tanto i paladini e le paladine battagliere contro gli stereotipi, i ruoli di genere, la cultura machista e ciseteropatriarcale e poi quando scoprite che la serie tratterà di un ragazzo a disagio con il proprio corpo per via delle dimensioni del proprio pene rispetto alle aspettative sociali, sapete solo fare bullismo?. Dopo ulteriori spiegazioni, aggiungeva in conclusione: “Mi ha ferito leggere i tweet violenti di oggi. C’è un vero tabù su questo e pensate a chi si sente direttamente colpito dalle vostre parole. Però mi conferma che abbiamo fatto qualcosa di necessario. Forse più che mai”. Pensiero che non possiamo fare a meno di condividere.

Oggi, a distanza di un mese e mezzo dall’inizio della distribuzione, possiamo affermare che la serie sia un vero successo. L’interpretazione di Francesco Centorame nei panni di Elia Santini è stata eccellente. SKAM Italia dimostra ancora una volta di non essere unicamente il tradizionale teen-drama a cui molte generazioni sono state abituate dagli anni Novanta in poi. A differenza dei prodotti americani, SKAM (che ricordiamo essere il remake di una serie norvegese) si propone anche come una sorta di fiction di formazione. E il pubblico – fortunatamente – apprezza tantissimo questo aspetto. La produzione sceglie sempre una battaglia da combattere, un tema a cui dare risonanza per sensibilizzare gli spettatori. Le sceneggiature sono sempre molto delicate e curate nei dettagli. I dialoghi esilaranti nei momenti giusti: chi non vorrebbe in fondo un amico come Filippo che metta il buonumore? 

La fotografia e il montaggio delle sequenze è notevole quanto nelle stagioni precedenti. Questa volta la regia è stata consegnata nelle mani di Tiziano Rossi. Molti piacevoli anche i richiami e i riferimenti agli eventi degli anni precedenti, dalla scena nella piscina all’inquadratura del cancello della scuola. Un po’ come avevamo pensato ad agosto, ancora oggi l’ipotesi è che gli autori abbiano voluto Elia ripetente per garantire a SKAM Italia un passaggio dal liceo all’università più morbido e graduale, per prendere tempo. Far crescere troppo in fretta i personaggi, in fondo, significherà inevitabilmente anche cambiare target del pubblico.

La trama non è ovviamente incentrata soltanto sul micropene di Elia. Grazie alla sua storia, coglie l’occasione per rimarcare il valore dell’educazione sessuale nelle scuole. SKAM approfondisce l’intimità dei suoi protagonisti mai per morboso interesse per l'eros o il nudo. Lo fa sempre in maniera delicata per uno scopo. In questo caso per sondare le ansie e le paure di Elia. La serie parla di disagio fisico e mentale, dell’accettazione del proprio corpo e dei corpi in generale, di una sessualità che non è meccanica. Si dà spesso per scontato che quello della percezione della propria immagine nello specchio sia una problematica tutta femminile. Come se gli uomini non avessero sentimenti o vanità. Invece finalmente sullo schermo vediamo un personaggio maschile piangere per le proprie insicurezze e fragilità. Un ragazzo che si sente minato nella sua virilità a causa di standard imposti spesso dalla cultura della mascolinità tossica. SKAM sdogana lo stigma sociale del pene piccolo tra gli uomini perché di frequente c’è poco rispetto anche nei confronti del corpo maschile. Elia è costretto a intraprendere un percorso di accettazione del proprio corpo per poter vivere meglio e relazionarsi serenamente e in maniera sana con il prossimo. Puntata dopo puntata, è costretto a maturare per imparare a fregarsene del giudizio altrui.

La serie trova spunti per parlare ovviamente anche di bullismo e immancabilmente di cyberbullismo. Cerca di rammentare al pubblico come chiunque potrebbe star vivendo dentro di sé delle guerre invisibili all’occhio esterno, che bisogna avere sempre un atteggiamento empatico, di riguardo e di rispetto per chi ci sta accanto. Di grande spessore resta l’amicizia che lega le Matte e i Contrabbandieri. Un’amicizia sincera, fedele, autentica. Eppure nelle avversità non sempre basta. La serie allora ricorda l’importanza di un supporto psicologico e trova spazio nella narrazione anche il problema delle molestie e della denuncia di esse. Spiace forse che non ci sia stato un confronto diretto tra Elia e il padre sul problema medico del micropene. Probabilmente l’unico neo. La storia d’amore tra Elia e Viola (Lea Gavino, incredibile rivelazione della stagione), invece, è toccante. Il loro è un sentimento timido a causa delle remore soprattutto di Elia. Eppure i loro incontri insegnano che la coppia amorosa si fonda soprattutto e in primis sulla scoperta emotiva e affettiva dell’altra persona.



Recensione di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 12 ottobre 2022.


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