martedì 16 aprile 2019

"Scene da un matrimonio": da Ingmar Bergman ad Andrei Konchalovsky


RECENSIONE – Con una parola, “sublime”. Sublime la rappresentazione teatrale “Scene da un matrimonio” di Andrei Konchalovsky che fino a domenica scorsa ha portato sul palcoscenico del Teatro Mercadante di Napoli uno dei lavori immensi di Ingmar Bergman.Sublime.
Notevole la cura della scenografia che ricostruisce a perfezione l’interno di un appartamento riuscendo a trasmetterne il calore “da nido coniugale”, ora in crisi e ora abbandonato. Apprezzabile la scelta delle proiezioni in bianco e nero sulla scena capaci di calare il pubblico in quel momento storico. Struggenti le interpretazioni di Julia Vysotskaya e di Federico Vanni che, rispettivamente nei panni di Milanka e Giovanni, danno vita a una Marianne e a un Johan diversi da quelli dell’originale versione cinematografica. Giovanni ad esempio viene un po’ “reinventato” secondo il prototipo del maschio italiano “mammone”. Eppure i temi pilastro dell’opera sono tutti lì. Inalterati. Intoccabili. Abbiamo una coppia di marito e moglie che mette in discussione il proprio matrimonio. Si piange di fronte al dolore e all’amarezza di realtà come il tradimento, l’abbandono, la gelosia, il possesso, il confronto, la complicità e il ritrovarsi. Ci si interroga sulla routine di coppia, sul male dell’abitudine, del perbenismo e delle convenzioni sociali. Si riscoprono la forza di una donna, i suoi tempi di ripresa e le fragilità di un uomo apparentemente duro e tutto d’un pezzo. Non viene detto cosa sia l’amore. Non viene mostrato il matrimonio così come dovrebbe essere. Vengono proposte semplicemente “scene da un matrimonio”. Spezzoni di una vita coniugale. Alcuni episodi, piccoli tasselli di una storia che va oltre il contratto legale. È finzione, eppure regala incredibili emozioni allo spettatore toccando i tasti di una condizione umana, se non universale, vicina a tante famiglie.

Di Valentina Mazzella, dal Napolisera.it in data 16 aprile 2019.

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lunedì 8 aprile 2019

"L’uomo che uccise Don Chisciotte”: eppure l’eroe dei mulini vive ancora



RECENSIONE – Dopo aver guardato al cinema il film“L’uomo che uccise Don Chisciotte” si esce dalla sala con la voglia di muoversi al trotto di un cavallo immaginario per correre contro mulini invisibili e avventure cavalleresche. Terry Gilliam, con il suo tocco in confondibile, ha attinto da uno dei classici più classici della letteratura europea. Ha rielaborato la storia attualizzandola e allo stesso tempo ha fatto brillare la magia più intima del capolavoro di Miguel De Cervantes. Un lavoretto non da poco. Brevemente, se nell’opera originale il protagonista era un appassionato di libri che finiva con il credersi un vero cavaliere errante, questa sceneggiatura conserva lo stesso messaggio e lo stesso grado di adorabile follia proponendo invece un calzolaio (Jonathan Pryce) convinto di essere per davvero lo stesso Don Chisciotte della Mancia.


Ciononostante il protagonista non è l’eroe dei mulini a vento più famoso del mondo, ma un certo Toby (Adam Driver). Gilliam ci propone una storia che alla fine altro non è che il percorso interiore di un giovane regista alla ricerca dell’ispirazione per una nuova pellicola e inconsciamente di se stesso. Emblematica la scena in cui allegoricamente lo sviluppo psicologico di Toby si concretizza dopo essersi svegliato con delle monete d’oro posate sulle palpebre, secondo i costumi dell’antica cultura egizia previsti per la sepoltura dei morti.

La fotografia è ariosa, nitida, uno spettacolo di colori caldi e vivaci. Con ingegno sono state scelte molte location spagnole senza tempo. Scenografie adatte a una rappresentazione sia di tempi remoti che moderni. Eppure la storia raccontata da Gilliam è più amara di quel che potrebbe sembrare dai colori delle immagini. Lo spettatore assapora scene grottesche e oniriche, situazioni paradossali o goliardiche. E dietro a tutto ciò riscopre infine nascosti vissuti tristi, sogni inseguiti e infranti, solitudine e abbandono, egoismo e ambizione, sadismo e avidità, possesso e rancore, amore e affetto, pentimento e rinascita. Un film che annoia se si predilige la banale coerenza logica, di quella standardizzata servita su un piatto d’argento. Un film delizioso che si ama se al contrario se ne apprezza la geniale e vorticosa follia ricca di significati reconditi.

Di Valentina Mazzella dal Napolisera.it in data 16 ottobre 2018.

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mercoledì 3 aprile 2019

"Maria Maddalena” di Garth Davis: il grosso kolossal religioso che non emoziona quanto il Vangelo


RECENSIONERicordate tutti l’esemplare episodio del Vangelo in cui una pubblica peccatrice veniva salvata da una sicura morte per lapidazione da un pacato intervento di Gesù? Lo stesso in cui il Nazareno provocò la folla con la significativa frase: “Chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra”, rammentate? Perfetto: è esattamente l’aneddoto che non vedrete nel film “Maria Maddalena” di Garth Davis [...]. A molti potrà sembrare strano che un film sul personaggio di Maria di Magdala non racconti il passo evangelico per la quale forse la donna è più nota, ma ecco la spiegazione: in soldoni il catechismo cattolico si è “un po’ aggiornato” e, dopo un’attenta e accurata analisi dei testi, gli storici sono giunti alla conclusione che non vi sia nessun elemento che dimostri che il personaggio di Maria Maddalena coincida con quello della donna adultera scampata alla “sete di giustizia” della folla. L’accaduto infatti viene raccontato nel Vangelo di Giovanni (Gv 8, 1-11) senza che l’evangelista specifichi mai il nome della protagonista. Al contrario il personaggio storico di Maria di Magdala compare con questo nome in tutti e tre i Vangeli sinottici per indicare una delle donne che assisteva Gesù con i beni e come “colei che era stata liberata da sette demòni“. Soprattutto si legge nel canone che abbia seguito il Nazareno nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme, che sia stata una delle tre Marie presenti sotto la sua croce, che abbia assistito alla deposizione del corpo di Cristo nel sepolcro e che addirittura sia stata la prima testimone della resurrezione di Gesù. A quanto pare sarebbe invece stato Papa Gregorio Magno nel 591 d.C. a equivocare per la prima volta, senza alcun riferimento testuale coerente, l’identità della Maddalena asserendo in una sua omelia che fosse la stessa donna salvata dalle pietre e perdonata. Un’immagine che per secoli ci ha tramandato un’idea di Maria di Magdala icona della vera conversione. Un esempio bellissimo in termini di messaggio, eppure storicamente non attendibile. Pertanto a restituire la dignità alla santa ci ha pensato Papa Francesco nel recente 2016, riconoscendo Maria Maddalena come “l’apostola degli apostoli”.



La lunga premessa approfondita fin qui sembra non attinente al film, ma è in realtà necessaria per comprendere al meglio l’obiettivo che la sceneggiatura si propone: ricostruire la vicenda di una grande donna troppo a lungo infangata senza che le venisse riconosciuto il giusto peso che ha giocato nella testimonianza della Buona Novella. Proposito apprezzabile e lodevole, sebbene non si possa dire altrettanto della qualità del prodotto conseguito. La pellicola nel complesso è godibile e non è delle peggiori, almeno per chi stima il genere. È  un  kolossal, un grosso kolossal americano moderno a tema religioso. Pregevole è innanzitutto la fotografia: difficile non lasciarsi ammaliare dalle distese naturali e dai centri urbani della Terra Santa. Tuttavia c’è un piccolo segreto: alcune delle location scelte per girare il film sono italiane (altre in Spagna e a Malta). Nello specifico sono state ad esempio set Matera, Gravina in Puglia e Trapani, ma soprattutto come potrebbe l’attento occhio partenopeo non riconoscere nel colonnato del cinematografico Tempio di Gerusalemme quello della nostra Basilica reale pontificia di San Francesco da Paola di Piazza del Plebiscito a Napoli? Fra l’altro noi del Napolisera.it nel 2016 avevamo anche annunciato le date in cui le riprese di questo film avrebbero avuto luogo da noi e la ricerca per esse di un gran numero di comparse italiane. E proprio a proposito degli attori non si può non spendere un paio di parole per celebrare, al di là di tutto, l’interpretazione magistrale dei due protagonisti Rooney Mara, nel ruolo di una dolcissima ed eterea Maria Maddalena, e Joaquin Phoenix nei panni di un Gesù un pochino meno tradizionale del solito.
A questo punto, bando ai convenevoli, possiamo anche dire in sintesi cosa non ci abbia convinto di questo film, argomentando chiaramente poi punto per punto fra qualche riga: l’ambizione pseudo-femminista della prospettiva narrativa che sfiorisce in un femminismo fiacco e approssimato, la proposta di un Gesù di Nazareth che incarna più uno sciamano insicuro che il Figlio dell’Uomo descritto dal Nuovo Testamento, la scelta – probabilmente motivata da qualche forzata ragione politicamente corretta – di un Simon Pietro nero e la riscrittura a piacere – senza vere esigenze di copione – di alcune scene del Vangelo. Dunque, da dove iniziare?


Dall’orientamento femminista della pellicola che si avverte voglia non solo riabilitare la figura di Maria di Magdala, ma attraverso di lei anche evidenziare un po’ il ruolo importante che le donne hanno in punta di piedi giocato per il Cristianesimo delle origini. Purtroppo il film non riesce in questo suo intento perché, focalizzandosi solo sulla protagonista, sotto questa prospettiva raggiunge un risultato molto piatto. Non basta raccontarci che ci sia stata una sola donna accanto agli Apostoli o buttare qua e là nella pellicola qualche esortazione alle donne, far riferimento ai loro timori nel farsi battezzare o commentare che le leggi debbano essere uguali per entrambi i sessi. Comprendiamo le ristrettezze in termini di tempo a cui il film si è dovuto adeguare, ma far magari presente che accanto alla Maddalena ad amministrare i beni ci fossero anche Susanna e Giovanna (come i Vangeli dichiarano) avrebbe contribuito a far capire al pubblico che Maria di Magdala non fosse un’eccezione. Soprattutto non si può voler valorizzare il ruolo della donna nei Vangeli negli anni della predicazione e poi eliminare del tutto la grinta e la forza di Marta e Maria di Betania, le sorelle di Lazzaro, le uniche che per l’epoca dalle Scritture pare non vivessero proprio in un sistema sociale patriarcale. È chiaro che nel film non ci fossero i tempi per approfondire i loro personaggi, tuttavia inadeguata è apparsa la scelta di cancellarne del tutto il loro rapporto di grande amicizia con Gesù quando nella pellicola il Nazareno si reca da Lazzaro morto e una delle due (non si sa quale) domanda: “Sei tu il guaritore? Ti stavamo aspettando”. Nei Vangeli le due sorelle invece vanno incontro a Gesù una alla volta e gli dicono per prima cosa: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. È il grido di sofferenza che ogni essere umano lancia dentro e fuori di sé contro Dio quando vive un lutto, ma non solo. Sono anche le parole che soltanto delle donne senza peli sulla lingua possono permettersi nell’affrontare di petto un Rabbì, delle donne forti che quasi rimproverano addirittura Gesù perché era loro amico ed erano in confidenza. Cosa sarebbe cambiato agli autori se la non identificata sorella di Lazzaro del film avesse recitato le parole del Vangelo piuttosto che la generica domanda di una sconosciuta in attesa di un santone di cui ha solo sentito parlare? In minutaggio della pellicola, niente.


Del resto la stessa figura di Gesù di Nazareth appare molto diversa da quella tramandata dalle ScrittureMentre nei Vangeli abbiamo una persona che predica sempre con molta padronanza della situazione, nel film di Garth Davis il Messia sembra essere stato declassato a semplice guaritore, privo di quell’autorevolezza nel parlare che tanto aveva fatto inalberare il sinedrio. Abbiamo un Gesù che parla alle folle e va in trance come uno sciamano, un Gesù quasi insicuro che poco rassicura, ma che ha lui stesso bisogno di essere rassicurato. Un Gesù meno fermo e gioioso, ma quasi tormentato. È ovvio che si tratti del disegno delineato da un autore con scarsa dimistichezza con i testi biblici. E a quanto pare a nulla sono valsi i confronti con gli innumerevoli uomini di fede (anche loro non del tutto d’accordo con la pellicola) che hanno preceduto la realizzazione del progetto. Da una parte abbiamo una sceneggiatura che rivendica che Gesù fosse il Cristo e dall’altra poi si crede di sottolinearne anche la natura umana, oltre a quella divina, facendo piangere il Nazareno dopo aver dato di nuovo la vita a Lazzaro e non prima come scritto nel Vangelo. Perché piange nel film? Per aver sentito la vita scorrere lontano da sé, viene spiegato. Dov’è la differenza sostanziale? La rivelazione dei timori e della titubanza di Gesù è molto più toccante nei Vangeli quando avviene nell’orto di Getsemani con la celebre frase “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!” seguita da “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”  che ne conferma la forza nonostante le fragilità. Davanti a Lazzaro, invece, l’umanità di Gesù si manifesta nel suo dolore per la perdita dell’amico. Anche se sapeva di potergli ridare la vita a breve, c’è scritto che Gesù vide Lazzaro morto “e pianse”. Pianse come chiunque altro avrebbe fattoPianse come un Dio fatto Uomo che sperimenta il lutto come qualsiasi altra persona. Non era il momento per pensare ‘egoisticamente’ a se stesso dato che Lazzaro era suo amico, non uno sconosciuto.

Altro punto che ci lascia perplessi è il seguente: nella pellicola Simon Pietro è nero. Forse agli autori è sfuggito che si stia parlando di un personaggio con un’identità religiosa ed etnica ben definita. Non è una scelta analoga a chi in passato ha deciso ad esempio di portare al teatro un Hermione Granger nera. Poco cambiava in quel caso. Ma per Simon Pietro (Chiwetel Ejiofor) è diverso. Non semplicemente perché la tradizione iconografica dai primi secoli ad oggi ci ha rivelato l’aspetto storico dell’uomo, ma soprattutto perché sappiamo che Pietro, prima di divenire il padre della Chiesa cristiana, sia nato Ebreo. Era nato a Betsaida in Galilea, al novantanove per cento era stato circonciso dopo otto giorni e aveva un nome ebraico. E gli Ebrei non sono semplicemente gli aderenti  a una religione, ma costituiscono un popolo che faceva e fa a meno dei proselitismi perché fondamentalmente al popolo di Israele si apparteniene per discendenza da madre ebraica. Gli Ebrei, etnicamente parlando, appartengono al gruppo semiticoPertanto Pietro doveva storicamente avere l’aspetto di un comune siriano o israeliano di oggi. È vero che esistano i Falascia, ossia degli Ebrei neri in Etiopia che sarebbero i discendenti di un gruppo di Ebrei fuggiti dall’Egitto all’epoca della diaspora e che giunti in Etiopia si unirono con le popolazioni autoctone del posto. Tuttavia va ricordato che tutt’ora i Falascia non vengono riconosciuti come “veri Ebrei” dagli Ebrei semiti e che da nessuna parte ci sia scritto che Pietro e suo fratello Andrea fossero Falascia o che venissero dall’Etiopia. Se così fosse stato, nei Vangeli non sarebbero stati censurati i pregiudizi nei confronti di tale provenienza come non sono stati fatti sconti ai Samaritani o alla stessa Nazareth. Pertanto rappresentare Pietro nero è storicamente inattendibile quanto i vari Gesù in passato raffigurati con tratti caucasici e occhi verdi alla faccia della sua origine palestinese.


Abbiamo accennato inoltre alla riscrittura a piacere di alcuni passi del Vangelo, alcuni dei quali abbiamo anche fin’ora illustrato. Una piccola parentesi va però dedicata all’ennesimo tentativo, sebbene molto velato, di proporre un rapporto amoroso fra Maria Maddalena e Gesù. E se qualcuno avesse dubbi in merito e non l’avesse percepito, tale insinuazione trova conferma in una dichiarazione dello stesso Garth Davis che in un’intervista a CoomingSoon.it ha affermato: “Per quanto riguarda il lato amoroso, a me interessava molto dare la sensazione che potesse andare in quella direzione, come se lei non capisse che tipo di connessione forte ci fosse con Gesù. Nel film c’è un momento in cui si capisce che è amore, è palpabile, e sarebbe potuto accadere sicuramente, solo non in questo film. Ma questa attrazione c’è e forse rende tutto più potente”. Quindi si è optato per una relazione più platonica, ma si avverte ugualmente una tensione che va oltre il semplice rapporto di amicizia. Niente di cui stupirsi se si considera che principale fonte per scrivere il soggetto sia stato il Vangelo apocrifo e gnostico di Maria, spesso strumentalizzato dai seguaci delle teorie alla Dan Brown.

In ultimo per la chiusura del film si è optato per un finale alternativo di cui, se esiste, non si comprende in toto a quale significato abbia voluto rimandare. In breve, se nel Vangelo è raccontato che Maria Maddalena sia stata la prima testimone diretta della resurrezione di Gesù, il film sembra quasi che le abbia tolto questo primato. Nel film non abbiamo più una donna affranta che al sepolcro si dispera per la scomparsa del corpo del suo Maestro e poi l’incontro con Gesù in carne e ossa. Al posto di questa versione assistiamo a una sequenza in cui la Maddalena rincontra Gesù risorto in una dimensione un po’ ambigua, quasi onirica. E quando va a riferire il tutto ai Dodici ci ritroviamo di fronte a degli Apostoli diffidenti, a dispetto di quanto raccontato dalle Scritture. Soprattutto Pietro per tutta la pellicola ci appare scontroso e quasi invidioso. L’unico dei discepoli di cui si riesce ad apprezzare la profondità psicologica assegnatagli dal film è paradossalmente Giuda Iscariota (Tahar Rahim), forse l’unico personaggio riuscito bene e che riesce a strappare agli spettatori, nonostante tutto, un po’ di tenerezza nella sua impaziente cecità, capace di condurlo finanche al tradimento.
In conclusione siamo di fronte a un kolossal assolutamente apprezzabile per le qualità estetiche, ma da bocciare sotto molti punti di vista per quanto riguarda i contenuti. Ciononostante resta nell’insieme un film apprezzabile se se ne vuole almeno riconoscere lo sforzo. In diverse occasioni riesce anche a commuovere il pubblico fino alle lacrimucce. Però resta un’opera cinematografica che va guardata senza troppe aspettative, nella consapevolezza che sia ancora molto lontana dal trasmettere emozioni e insegnamenti edificanti che il Vangelo da due millenni regala.

Di Valentina Mazzella dal Napolisera.it in data 27 marzo 2018.


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sabato 30 marzo 2019

"La scuola delle donne” al Teatro Mercadante: quando una commedia attraversa i secoli


RECENSIONE - Le donne che scrivono, le donne che pensano sono una maledizione per Arnolfo. Lui per moglie vuole una donna che sia “proprio terra terra“. Lo confessa a un amico nei primi cinque minuti della rappresentazione, sicuro che questo sia l’unico deterrente per evitare di diventare “becco”, cornuto. Una premessa, quella su cui si costruisce la vicenda de “La scuola delle mogli”, che oggi dovrebbe farci ridere a crepapelle per la sua dose di assurda misoginia. E invece la commedia di Molière dal 1662 attraversa i secoli e arriva nel 2019 con la sua bruciante attualità. Arturo Cirillo alla regia – e sul palco nei panni dello stesso Arnolfo – si serve della traduzione di Cesare Garboli e in un solo atto riporta alla ribalta una storia esilarante con un retrogusto amaro. Si ride e ci si commuove riflettendo su certe precauzioni maschiliste, sulla gelosia, sull’amore, sul matrimonio, sull’adulterio e sull’importanza della cultura per una donna. Da mille applausi le interpretazioni degli attori (Valentina Picello, Rosario Giglio, Marta Pizzigallo, Giacomo Vigentini) e frizzanti le musiche curate da Francesco De Melis. Lo spettacolo, al momento in scena al Teatro Mercadante di Napoli fino al 31 marzo, sarà allestito dal 4 al 7 aprile anche presso il Teatro delle Muse di Ancona. E se è vero che certe mogli tradiscono i mariti, “La scuola delle mogli” invece non tradisce assolutamente le aspettative del pubblico.

Di Valentina Mazzella dal Napolisera.it in data 29 marzo 2019.


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venerdì 29 marzo 2019

Assurdo! Troppo assurdo!



"È stato un sogno assurdo! Troppo assurdo, assurdo!" continuava a ripetere Anna accostata al lavello della cucina. In mano una grossa tazza di camomilla.
"Ti dico che mi sono svegliata tutta sudata".
Serena non l'ascoltava con particolare attenzione. Era appollaiata con le gambe incrociate su una sedia accostata al tavolo. Con aria annoiata inzuppava da troppo tempo lo stesso biscotto nella sua tazza di latte. Fare colazione con lo stomaco chiuso non era per niente facile. Le dispiaceva, ma quella mattina non aveva davvero la testa per ascoltare le paturnie notturne della sua coinquilina.
Ciononostante Anna proseguì imperterrita con il suo racconto. "Tanto per iniziare nel sogno sapevo di trovarmi a Parigi! Hai capito? A Parigi! Ed ero con Piero, il direttore... Sembrava dovesse venire a piovere. Così abbiamo iniziato a scendere in tutta fretta giù per una scalinata. Ma i gradini erano gradoni! Erano enormi! Mi arrivavano all'incirca qui" e si indicò un fianco posando la tazza di camomilla nel lavello. "Quindi dovevo fare a ogni gradone un salto per mettere piede su quello successivo! E Piero scendeva tutto disinvolto, mentre io avevo paura di cadere a ogni passo! Assurdo, assurdo! Troppo assurdo!".
"Vero, troppo assurdo..." bofonchiò Serena senza alzare lo sguardo dalla sua tazza. Stava inzuppando lentamente un secondo biscotto con aria affranta.
"Ma non è finita qua: ascolta!" squittì visibilmente agitata Anna.
"Certo...".
"Praticamente finalmente le scale finiscono e ci troviamo davanti all'ingresso di un albergo molto elegante, sicuramente di lusso. Aveva le porte in vetro girevoli all'entrata. Piero doveva parlare con qualcuno... Non so con chi, non so perché fossimo lì. Sai come funziona nei sogni, no?".
"Sì, lo so..." rispose Serena.
"Ecco, mi lascia da sola nella hall. Lo attendo buona buonina accanto al bancone della reception, ma lui non tornava più! Allora attraverso la hall a grandi passi e mi dirigo verso una gigantesca porta tutta in legno. Era un albergo probabilmente a cinque stelle, di lusso... Te l'ho detto questo?" domandò Anna con voce quasi affannata. 
"Sì, me l'hai detto questo...".
"Era tutto in legno, pavimenti di marmo, dettagli in oro... Tutto in stile classico, ma molto chic! Anzi, sai che ti dico? Sembrava di essere nel Titanic! Nel Titanic come viene ricostruito nel film di Cameron. Te lo ricordi il Titanic?".
"Ricordo il Titanic" rispose Serena con la voce più passiva del mondo. Con noncuranza lanciò un'occhiata all'orologio appeso alla parete sopra il frigorifero. Le lancette segnavano le sette e mezzo del mattino.
"Ecco, uguale! E cosa stavo dicendo? Mi sono persa... Ah, ho ricordato! Mi avvicino a questa porta e cosa ne esce? Colpo di scena! Non potrai mai indovinare! Prova!" la sfida Anna voltandosi a lavare la sua tazza con movimenti particolarmente energici. Era evidente che il sogno le avesse trasmesso una buona carica di adrenalina.
"Non lo so... Piero? Dillo tu, non mi piace indovinare" replicò Serena con voce morta.
"Uffa... E va bene: un orso! Ti rendi conto? Ne esce un orso! Da pazzi! E chiaramente cosa ho fatto secondo te? Sono scappata, ma è normale! Troppo assurdo, assurdo! Da pazzi!". Anna continuava a ripetere le stesse esclamazioni scuotendo la testa e ridendo, a metà fra l'essere incredula e divertita.
"Un orso..." mormorò Serena sbadigliando.
"Sì, tipo un orso bruno. Non lo so, ma aveva il pelo marrone ed era E-NOR-ME! Forse nella realtà avrei dovuto fingermi morta... Non si dice sempre così? È verità o una bufala?".
"Non lo so...".
"Mh..." rispose Anna con una smorfia piuttosto pensierosa. "In ogni caso l'orso mi raggiunge e mi placca da dietro. Allora io inizio a urlare, a urlare, a urlare...! Forse anche a piangere! Ero quasi all'uscita, ma l'orso mi bloccava ed ero sicura che avrebbe finito con lo sbranarmi viva! È stato orribile, davvero!".
"Ti credo...".
"Ma è stato in quel momento che ho sentito poi qualcuno urlare, credo, in francese. Eravamo a Parigi del resto! Però io non capivo, non capivo proprio nulla! Eppure avevo l'impressione che stessero urlando a me. Allora mi sono resa conto di essere ancora viva, mi sono voltata e... l'orso non c'era più! Al suo posto c'era un bambino! Capisci? Un bambino piccolo, bellissimo... Avrà avuto intorno ai sette anni, con i capelli castani a caschetto... E piangeva! Povera creatura! Mi abbracciava e piangeva! Allora ho ricambiato l'abbraccio e ha smesso di piangere! È stato dolcissimo! Non trovo le parole per spiegarti l'emozione, il trasporto... Troppo assurdo!".
Serena la guardò accigliata, con i gomiti sul tavolo e le mani a sorreggere il mento.
"A quel punto alle spalle del bambino ho visto una donna. Bassa e minuta, con i capelli neri e corti. Indossava una divisa blu. Forse è una dipendente dell'albergo, penso. Mi parlava in francese. Era sua la voce che avevo sentito, ma non capivo ugualmente cosa stesse cercando di dirmi. Allora è comparso Piero che gentilmente ha fatto da interprete. La donna era, sì, una dipendente dell'albergo e quello era suo figlio che quel giorno aveva portato con sé al lavoro. Mi invitava a non aver paura del suo bambino. Semplicemente ogni tanto si trasformava in un orso, ma non aggrediva... E poi mi sono svegliata".
Serena restò in silenzio qualche secondo fissando la sua tazza ancora colma a metà, poi commentò distratta: "Secondo me è angoscia".
"Cosa?". 
"Questo sogno... Secondo me esprime stati di ansia. Sei troppo agitata in ogni momento...".
"Dici sempre lo stesso..." protestò Anna con il broncio. "Per me non significa solo questo. Grida qualcosa di più profondo. La tua è un'analisi troppo... superficiale! Sicuramente è anche come dici tu, ma non può essere solo questo. La donna che parla in francese, Piero che fa da interprete, il bambino che non parla perché diventa un orso... Boh... Mi fa riflettere sulla comunicazione, non trovi?".
Serena tirò un sospiro profondo. Non aveva voglia di parlare. Aveva ben altro a cui pensare. Perciò tagliò corto rispondendo: "Può darsi". Poi si alzò da tavola. Prese la sua tazza e la posò nel lavello. A testa china chiese solo: "Scusa, potresti tu...?".
"Certo, la lavo io" acconsentì Anna con la sua voce squillante. Poi aggiunse: "Ma che hai? C'è qualcosa che non va? Ti vedo strana".
"No, niente" rispose Serena uscendo dalla cucina. Percorrendo il corridoio per raggiungere la sua stanza, ascoltò lo scrosciare dell'acqua del rubinetto accompagnato dalla voce di Anna che ripeteva ancora da sola: "Assurdo, troppo assurdo...".


Racconto di Valentina Mazzella.




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martedì 26 marzo 2019

"L'amica geniale": il geniale successo di RaiUno


RECENSIONEEra una grande sfida quella di provare a curare una serie-tv articolata in maniera così sofisticata quanto la quadrilogia dei romanzi de “L’amica geniale” di Elena Ferrante. Una scommessa vinta con un successo di ascolti internazionali per la direzione di Saverio Costanzo che ha prodotto gli episodi con RaiUnoHBO e la Timvision. Quella che racconta il profondo rapporto fra le due protagoniste, Elena e Lila, è una storia di un’altra epoca che sonda senza remore una varietà di argomenti: la complessità di un’amicizia al femminile, la criticità della miseria e di una stagnante stratificazione sociale, la condizione della donna ridotta a oggetto e la sua lotta per l’emancipazione, la profondità psicologica e l’impotenza di certi drammi, lo scontro fra delle ideologie politiche, la criminalità, gli abusi sessuali, i matrimoni combinati di un tempo, l’omertà e tanto altro ancora.


La fotografia è meravigliosa e suggestiva. Le scenografie ricostruite egregiamente, le locationall’aperto sono state scelte con gusto. I costumi, il trucco e il parrucco sono stati rifiniti nel dettaglio. La regia e il montaggio realizzati in maniera notevole. Anche la selezione del cast è stata eseguita in modo che gli attori rispecchiassero a perfezione i personaggi letterari. La scrittura dei dialoghi è a effetto. Sembra tutto impeccabile in questa serie-tv, anche la recitazione un po’ acerba di alcuni interpreti al primo ruolo davanti a una telecamera.





Protagonista indiscussa è sicuramente anche la città di Napoli con la sua lingua, i suoi panorami, le problematiche, gli usi, i costumi e le sue contraddizioni. Una Napoli del passato che non è banale scenario di sfondo. Primeggia nella storia quanto Elena e Lila che vediamo bambine e poi piccole donne. Grazie alle ottime performance di Elisa Del Genio Margherita Mazzucco e di Ludovica Nasti Gaia Girace, si vive per tutta questa prima stagione l’insicurezza, la passività, l’ammirazione e l’invidia di Elena nei confronti di Lila. Allo stesso tempo si resta rapiti dal genio magnetico e dall’audace forza di Lila che non scende a compromessi mai con nessuno. Ed episodio dopo episodio lo spettatore si convince che debba essere Lila la fantomatica amica geniale decantata dal titolo. E invece no. Il loro è un rapporto di amicizia fra due donne fatto di profondo amore, di stima, ma anche di tanta rivalità. Così il racconto dei loro amori e delle vicende umane dei vari personaggi del rione riescono a distrarre l’attenzione al punto giusto. Solo nell’ultimo episodio, quello che spiega le ali alla seconda stagione che attendiamo già con ansia, si comprende l’amara verità. In realtà l’amica geniale è forse Elena stessa perché solo con la cultura è possibile progredire. Senza l’istruzione e la cultura anche le migliori capacità possono essere sciupate e sprecate. Un messaggio educativo che mai fu più necessario ribadire come in questo periodo storico in cui si danno per scontati tutti i diritti, senza riconoscerne il giusto valore.




Pur amandola, Elena cresce invidiando Lila che a sua volta desidera segretamente solo ciò che Elena possiede: la possibilità di studiare. Lila non si piega mai di fronte a niente e a nessuno, ma è questa la sua debolezza. Per tutta la serie ripete che farà come decide lei, ma non è possibile. Con tono di sfida annuncia che lei alle scuole medie andrà lo stesso, che lei “il marchese” non lo avrà perché non lo vuole, che lei un libro lo pubblicherà anche senza il consenso della maestra, che lei realizzerà le scarpe che ha disegnato in una grande impresa anche senza l’aiuto di Rino, che lei Marcello Solara al suo matrimonio non lo vuole. E alla fine cosa ottiene? Niente di tutto ciò. Lila, almeno al termine di questa prima stagione, così affascinante e con l’atteggiamento vincente, di fatto fallisce in tutti i suoi propositi e raggiunge la realizzazione di alcuni suoi obiettivi solo grazie al sostegno degli uomini. Ed è forse proprio la maestra Spagnolo ad aprirci gli occhi su questa prospettiva. E noi, come Elena, comprendiamo alla fine che Lila avrebbe, sì, potuto lasciare il rione, ma non lo fa. Non basta andare dal parrucchiere o indossare qualche abito pulito per non far più parte delle plebe perché “non tutto quel che luccica è veramente oro". 


Di Valentina Mazzella dal Napolisera.it in data 20 dicembre 2018.




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martedì 19 marzo 2019

"Zanna Bianca”: il ritorno di Jack London sul grande schermo


RECENSIONEDici lupo e subito si pensa a Zanna Bianca. Almeno nell’ottanta per cento dei casi. Il resto della torta se la giocano Balto, “Il richiamo della foresta” dello stesso London e un classico del cinema come “Balla coi lupi”. È dunque innegabile: Zanna Bianca è un grande classico della letteratura che per questa ragione è stato riproposto sul grande e sul piccolo schermo più volte in tutte le salse. Ogni volta costretto a confrontarsi con le aspettative del vasto pubblico. E quest’anno non è stato da meno.
Parliamo del film d’animazione “Zanna Bianca” di Alexandre Espigares, fra l’altro doppiato nella versione italiana da Toni Servillo. Una pellicola nel complesso gradevole, anche per chi non ama il genere dell’avventura e non nutre particolari simpatie letterarie per il caro vecchio Jack. L’aspetto estetico del film divide il pubblico: c’è chi è rimasto piacevolmente colpito dalla bellezza semplice dei disegni e dei panorami innevati e chi invece ha trovato la troppo simile a quella di un banale videogioco della PlayStation 2 di prima generazione.

Altro spartiacque si apre per quanto riguarda la trama. La sceneggiatura di Serge Frydman, Philippe Lioret e Dominique Monfer ha rielaborato il soggetto originario del romanzo attingendo alcuni elementi anche da “Il richiamo della foresta”. Ne è fuoriuscito un prodotto che probabilmente avrà scontentato i puristi desiderosi di visionare una trasposizione il più fedele possibile alla carta. Dall’altra è stata partorita tuttavia un’opera forse più adatta anche ai più piccini. Non sono stati invece assolutamente alterati i temi fondamentali del libro come la riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura, quella sulla differenza culturale tra i nativi americani e i bianchi, nonché il percorso di crescita di un piccolo lupo inteso del resto come la proiezione animale dell’autore stesso. Pertanto il cuore della storia è stato conservato e il film si presta a offrirne una nuova lettura più dinamica.
Di Valentina Mazzella  dal Napolisera.it in data 26 ottobre 2018. 

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