giovedì 27 febbraio 2020

"Orgoglio e pregiudizio" al Teatro Mercadante: con Arturo Cirillo trionfa l'umorismo di Jane Austen


RECENSIONE - Irriverente e ironico, "Orgoglio e pregiudizio" di Arturo Cirillo rende degnamente giustizia al celeberrimo romanzo di Jane Austen. Senz'altro il merito per l'umorismo dirompente e il ritmo incalzante va riconosciuto all'adattamento dell'opera curata da Antonio Piccolo. Lo spettacolo è in scena al Teatro Mercadante di Napoli fino a domenica primo marzo.

La trama è più che nota, ma torna piacevole assaporarla di nuovo con questa eccellente formula vincente. A pennello calzano le interpretazione dei vari attori: lo stesso Arturo Cirillo nei duplici panni del signor Bennet e della vecchia zia del signor Darcy e poi Valentina Picello, Riccardo Buffonini, Alessandra De Santis, Rosario Giglio, Sara Putignano, Giacomo Vigentini e Giulia Trippetta. I costumi sono semplici e deliziosi con i loro colori. La scenografia è essenziale, ma punta su suggestivi giochi di specchi e riflessi che moltiplicano e ampliano la visione del pubblico. Le musiche allegre e dinamiche scandiscono i tempi veloci, senza esitazioni.

Si torna così ad assistere alla vicenda amorosa di Elizabeth Bennet e dell'antipatico signor Darcy. Non importa che se ne conosca già la storia. La rappresentazione di Cirillo è un'ottima occasione per ridere e riflettere ancora una volta su una società e certi costumi sociali che solo in parte sono distanti dal presente. Perché in fondo ogni generazione avrebbe bisogno di una Jane Austen pronta all'occorrenza per scoprire gli altarini, per il gusto di comprendere meglio certi aspetti e imparare a sorriderne senza essere troppo severi.

Recensione di Valentina Mazzella pubblicato sul Napolisera.it in data 27 febbraio 2020.


Copyright © 2019 L'albero di limonate by Valentina Mazzella. All rights reserved

mercoledì 19 febbraio 2020

"Jezabel" di Irène Némirovsky: dal romanzo al Teatro Mercadante


RECENSIONE - Una donna egoista, egocentrica, narcisista, probabilmente fortemente disturbata, avida di piaceri, estremamente fragile, sola, incapace di amare, bramosa di essere amata e sentirsi bella, terrorizzata dall'idea di invecchiare: è questo il ritratto coinciso della protagonista dello spettacolo "Jezabel" che la regia di Paolo Valerio ha portato sul palco del Teatro Mercadante fino alla scorsa domenica 16 febbraio 2020. La storia è un adattamento curato da Francesco Niccolini dello sferzante romanzo dell'autrice francese Irène Némirovsky. E chiunque abbia letto altre opere della stessa autrice, sicuramente avrà riscontrato come i temi affrontati siano quelli ricorrenti nella sua scrittura. Incluso il rapporto di competizione e gelosia che lega due donne; e non importa se siano madre e figlia.

L'interpretazione di Elena Ghiaurov rende al meglio l'individualismo di Jezabel. Altrettanto di valore la performance del resto del cast: Roberto Petruzzelli, Leonardo De Colle, Francesca Botti Sara Drago, Giulia Odetto e Jozef Gjura. La scenografia gioca con oggetti sospesi, fasci di luce per i monologhi, veli e proiezioni esaltando ricordi e voci interiori. Si avvertono vive le emozioni spesso di disperazione dei vari personaggi e si esplora la personalità arida di Jezabel che incarna un prototipo di donna che la Némirovsky ha avuto più di una volta premura di rappresentare sulla carta. Un tipo di donna della prima metà del Novecento che oggi a distanza di un secolo non cessa di esistere in nuove forme, forse addirittura incoraggiata dalle nuove possibilità della chirurgia estetica e dai nuovi standard sociali. Gli anni scorrono. Il tempo non lo si può fermare. Lo si può solo vivere. Non manca nello spettacolo nemmeno lo scontro generazionale con la gioventù che percepisce la propria giovinezza schiacciata dalle ingiustizie dispotiche e invidiose dei più vecchi. E a far da cornice al quadro un processo in cui Jezabel è imputata. Un processo che invita gli spettatori a riflettere, a interrogarsi ancora su quali siano le vere ragioni per cui la donna viene giudicata. Ieri come oggi perché Jezabel invecchia, ma un'opera simile ha in sé un barlume di immortalità che la rende sempre attuale.

Recensione di Valentina Mazzella pubblicata sul Napolisera.it in data 19 febbraio 2020.

Copyright © 2019 L'albero di limonate by Valentina Mazzella. All rights reserved

lunedì 17 febbraio 2020

Cosa rende realmente giovani le persone?


Nell'era dei filtri Instagram che piallano i volti in fotografia e del dilagante ricorso alla chirurgia estetica, sempre più spesso ci si chiede: cosa rende una persona realmente giovane? Ovviamente al di là dell'aspetto estetico o di fattori esteriori come l'abbigliamento. La mentalità? Indubbiamente. Ci sono modi di pensare e l'incapacità di adattarsi e adeguarsi ai tempi che corrono che costituiscono il principale motivo di innumerevoli scontri generazionali. Quante volte si sente inveire contro qualcuno esclamando: "Sei proprio un vecchio! Ragioni da vecchio!".

Eppure non c'è bisogno di affrontare la crisi di mezz'età per avvertire il peso degli anni che passano. Parallelo al fenomeno odierno dell'adultescenza, vi è quello del crescente numero di giovani che si percepiscono "già vecchi". Per ogni quarantenne che insiste nel definirsi a tutti costi "ragazzo" e sceglie di scappare dalle responsabilità, c'è un uomo che non ha raggiunto ancora i trenta, ma teme di essere già agli sgoccioli. Già fuori tempo per quelli che sono comunemente le aspettative sociali.

E allora cosa rende realmente giovani? Probabilmente il coraggio. Il coraggio di ricominciare. Il coraggio di continuare a credere nei sogni, di lottare per i propri obiettivi. Il coraggio di non perdere la speranza. Si continua a essere giovani dentro solo quando non ci si sente troppo vecchi per ricominciare da zero. "Non ho più l'età per...": iniziare a studiare, cambiare lavoro, fare un figlio... A trenta, quaranta, cinquant'anni... Indipendentemente dall'età. Non importa. Quando una persona pensa quella frase, si sta rassegnando a dei costrutti mentali per i quali si sente al termine di una corsa che magari è ancora agli inizi. A questo proposito un po' di tempo fa, al termine di una cena presso un ristorante cinese, un biscotto della fortuna mi regalò una frase preziosa: "Ogni qualvolta ti reputerai troppo vecchio per fare qualcosa, falla". Probabilmente il segreto dell'elisir dell'eterna giovinezza è questo. Bisognerebbe semplicemente vivere così.

Di Valentina Mazzella

Copyright © 2019 L'albero di limonate by Valentina Mazzella. All rights reserved

domenica 16 febbraio 2020

"Piccole donne" di Greta Gerwing: il nuovo racconto del grande classico



RECENSIONE - La domanda che tutti avevano timore di porsi prima di guardare il film era: "Piccole donne" di Greta Gerwing reggerà le aspettative? Sarà all'altezza del classico di Louisa May Alcott? La risposta è "ni", se vogliamo esprimerci con un linguaggio più informale.
Sicuramente un bel film. Sicuramente lo si consiglia agli appassionati delle sorelle March. Sicuramente eccezionale per quanto riguarda la scenografia e i costumi. Tuttavia appare piuttosto contorto l'adattamento della sceneggiatura. Probabilmente per non proporre al pubblico sempre la solita minestra, la regia di Greta Gerwing ha deciso di osare con una struttura narrativa diversa da quella del romanzo e delle precedenti trasposizioni cinematografiche. I fatti non vengono infatti raccontati in ordine cronologico. La Gerwing opta per una narrazione che è intreccio di episodi presenti e passati cuciti assieme da innumerevoli flashback per mettere in evidenza il rapporto di parallelismo che lega le molte situazioni contenute in "Piccole donne" e in "Piccole donne crescono".


Fiore all'occhiello per mettere in risalto la dicotomia fra le due dimensioni temporali è lo studio accuratissimo della fotografia. Le scene della remota infanzia serena presentano colori accesi, nitidi e vivaci. Sull'altro piatto della bilancia il grigiore e le tonalità fredde con cui sono state filtrate le immagini di un presente instabile, puntellato da dolori, delusioni, paure, solitudine e incertezze. Una scelta significativa e brillante che aggiunge un tocco magistrale al montaggio.
Ciononostante nella prima parte il film procede zoppicando. È con il secondo tempo che decolla, il ritmo riprende. Diventa tutto più coinvolgente e alla fine ci si commuove anche. La pecca dell'inizio della pellicola risiede forse proprio nell'assenza di una narrazione lineare che rende abbastanza ostica la comprensione dell'incipit per chi non conoscesse già la trama del libro. Troppi salti temporali che disorientano lo spettatore. Senza contare che lo stesso aspetto penalizza anche alcuni personaggi di cui poco palpabile diventa l'evoluzione psicologica. È il caso dell'odiosa e capricciosa piccola Amy (Florence Pugh): troppo presto viene rivelata la donna forte, matura e innamorata che diventerà crescendo.


La performance del resto del cast è notevole. Non per niente il cast vanta nomi di rilievo come Maryl Streep e Saoirse Ronan. Ci si innamora dell'incantevole Emma Watson che forse avremmo addirittura preferito nei panni di Jo piuttosto che di Mag. Laura Dern nel ruolo della mamma ha vinto il Premio Oscar come miglior attrice non protagonista. Non convince sempre invece il tanto osannato Timothée Chamalet la cui interpretazione è incontestabile. Motivo di diffidenza è che, sebbene l'attore abbia ventiquattro anni, conserva un viso molto giovane (buon per lui), a tal punto da sembrare il volto perfetto per un Laurie adolescente, ma un po' meno convincente quando Teddie diventa uomo. Tuttavia, al di là delle impressioni personali diverse, "Piccole donne" di Greta Gerwing resta ad ogni modo un buon prodotto per celebrare uno dei classici più amati della letteratura.

Recensione di Valentina Mazzella pubblicata sul Napolisera.it in data 15 febbraio 2020.

Copyright © 2019 L'albero di limonate by Valentina Mazzella. All rights reserved

venerdì 14 febbraio 2020

"Scene da Faust" di Federico Tiezzi e l'immortalità di Goethe



RECENSIONE - Lo spettacolo "Scene da Faust" è stato rappresentato presso il Teatro Mercadante di Napoli fino alla scorsa domenica 9 febbraio. Per la regia di Federico Tiezzi proporre al pubblico la celeberrima opera di Johan Wolfgang Goethe è stata una bella scommessa per due ragioni principali. Innanzitutto il capolavoro originale da cui la rappresentazione ha tratto spunto è un lavoro monumentale composto in sessant'anni. Pertanto è stata eseguita in primis un'accurata selezione delle scene da portare sul palco affinché fossero adeguatamente rappresentative e compiute. In secondo luogo viviamo in un'epoca in cui i cattivi esercitano abbastanza fascino sugli spettatori. Il metro di misura della morale è mutato. Dunque non è facile impressionare o indignare oltre le aspettative il largo pubblico banalmente con la vicenda di Faust sedotto da Mefistole e pronto finanche a vendere l'anima al diavolo pur di soddisfare i propri desideri, la sete di conoscenza e i pruriti sessuali. La scenografia asciutta e la notevole interpretazione degli attori hanno audacemente sfidato la sorte, riuscendo in ogni caso a trasmettere l'immortalità del Faust, a celebrarne la divisione fra bene e male che è emblematica della condizione umana di ieri, di oggi e di domani.

Recensione di Valentina Mazzella pubblicata sul Napolisera.it in data 14 febbraio 2020.




Copyright © 2019 L'albero di limonate by Valentina Mazzella. All rights reserved

lunedì 27 gennaio 2020

Conversazione sul Giorno della Memoria con un bambino


Oggi è il ventisette gennaio. Non c'è bisogno che controlliate il calendario per saperlo. È il Giorno della Memoria. Saranno la televisione con il suo palinsesto, la scuola, i post sui social, la radio e i giornali a ricordarvelo. Ed è giusto che sia così. Non voglio perdermi in discorsi troppo astratti e teorici per spiegare il perché, soprattutto di questi tempi, sia non solo corretto, ma più che necessario commemorare le vittime della Shoah. Mi limiterò ad accendere il focus della faccenda riportando un esempio molto semplice. Una breve conversazione che pochi giorni fa ho avuto con un bambino di quinta elementare.


Svolgeva i compiti assegnati per casa. Nello specifico leggeva, piuttosto annoiato, un dettato. Una paginetta sull'Olocausto. La classica sintesi per riferire cosa si commemori, cosa e quando storicamente sia accaduto. Qualche numero e fine. Ho aggiunto io a voce qualche informazione. Ho raccontato al bambino il resoconto di alcune testimonianze dei sopravvissuti che negli anni ho ascoltato. Poi il bambino mi ha chiesto il perché dello sterminio. Questo nel dettato non c'era scritto. Ho provato a rispondere parlandogli per grossi capi dei celati interessi economici, delle ideologie malate, dell'esaltazione di massa... Il bambino all'improvviso mi ha interrotto: "Ma perché allora dobbiamo ricordare tutto questo? Non è meglio dimenticare le cose brutte?".
La domanda mi ha spiazzata. Non avevo mai sentito un'osservazione simile, probabilmente un comprensibile rifiuto dinnanzi alla crudeltà umana.
"Ma no! Dobbiamo ricordare invece!" ho detto. "Affinché cose così brutte non accadano più! Altrimenti, se dimentichiamo, potrebbero ripetersi e noi non vogliamo". 
Al che il bambino, un po' pensieroso, ha commentato: "Sì, va be'... Ma noi siamo italiani. Non siamo Ebrei. A noi non farebbero nulla".
Ovviamente il quesito è stato spunto per chiarire che gli Ebrei nei campi di concentramento fossero persone tedesche, italiane e di altre nazionalità europee. Ho rettificato che furono deportati anche i Rom, gli omosessuali, i diversamente abili, gli oppositori politici e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia il punto è che la sua osservazione mi ha fatto male. Molto male. Comprendo perfettamente che dietro a quelle parole ovviamente si celasse il desiderio legittimo e naturale dell'infanzia di ricevere rassicurazione dagli adulti. Eppure mi sono sentita presa a schiaffi perché, a rifletterci bene, lo stesso pensiero è condiviso anche da delle persone adulte.


Eccoci. Spaparanzati sui divani. Arrabbiati con la vita, presi dai mille problemi che affliggono la nostra piccola quotidianità. Il mutuo da pagare, l'insufficienza in matematica, il parente malato da accudire, gli esami rimandati... Eccoci che di fronte a certi argomenti pensiamo: "Fin quando il male non tocca a me, a me che importa? Non voglio sentire "le cose brutte", le verità scomode... È meglio dimenticare. È meglio voltarsi dall'altra parte. Tanto a me non capita e del prossimo non mi interessa". Allora mi interrogo: cosa rende l'essere umano egoista? Solo la distanza fisica da certe tematiche e da certi avvenimenti o la paura di esserne vittima? Cosa rende menefreghisti e ripiegati a riccio su noi stessi?

Dobbiamo saperlo. Dobbiamo indagare. Perché alle volte conoscere non basta. Bisogna riflettere sui perché e alle volte nemmeno questo basta. Non basta per sperare che in maniera spontanea germogli negli individui il seme dell'empatia. Perché, con buona pace di Rousseau, l'essere umano tanto buono di natura non è. Certi sentimenti di comprensibile rifiuto, negazione e paura di fronte all'orrore costituiscono il terreno fertile per l'indifferenza, il disinteresse e l'individualismo più pericolosi. La malvagità in questo è spietatamente sibillina. Riesce a farti percepire come ammissibili anche le più gravi bestialità. Si serve di pochi espedienti, quasi sempre gli stessi: l'abitudine, l'insofferenza, la prostrazione... E zac! Quando meno te lo aspetti, hai perso da molto la tua umanità o forse non l'hai mai avuta e nemmeno lo sai. Ma l'empatia può essere trasmessa? Non entro nel merito, ma di certo in questo giorno ai bambini serve tantissimo sapere. Tuttavia le nozioni senza educarli a riconoscersi nell'altro rende la commemorazione sterile. Perché non importa che tu non appartenga ad alcuna minoranza perseguitata o non sia il capro espiatorio di chicchessia. Certe atrocità non devono toccare in sorte a nessuno e basta.

Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 27 gennaio 2020.

Copyright © 2019 L'albero di limonate by Valentina Mazzella. All rights reserved

martedì 21 gennaio 2020

"I giganti della montagna": il metateatro di Pirandello al Mercadante con Gabriele Lavia


RECENSIONE - La verità si può inventare, senza che sia una bugia: è una delle riflessioni profonde che suggerisce "I giganti della montagna" con la regia di Gabriele Lavia in scena al Teatro Mercadante di Napoli fino al 26 gennaio. Portare sul palcoscenico questa complessa opera di Luigi Pirandello non era una sfida semplice. Opera complessa e incompiuta, è stata rappresentata conservandone pienamente l'ecletticità dei dialoghi e dei personaggi. Pirandello ne scrisse i primi tre atti riservandosi tempi molto lunghi, passando poi a miglior vita prima di stenderne la conclusione. Fu il figlio Stefano a scrivere il quarto atto seguendo fedelmente la struttura che il padre gli avrebbe rivelato a voce quando era ancora in vita. Un parto dunque travagliato che ha dato vita a una sceneggiatura capace di scuotere la logica e i preconcetti preconfezionati del pubblico.

Il sipario si alza e mostra la platea di un teatro in evidente stato di abbandono. È lo scenario in cui si muovono i disadattati con a capo Crotone, personaggio indecifrabile interpretato egregiamente dallo stesso Lavia. Vivono presso la Villa della Scalogna dove accolgono l'arrivo della compagnia della Contessa, un gruppo di attori che calca le scene con "La favola del figlio perduto", l'opera di un misterioso poeta. Nella realtà di tratta tuttavia di uno spettacolo dello stesso Pirandello. Siamo così di fronte innanzitutto a un sorprendente esempio di metateatro. La scenografia curata, i costumi dettagliati, le luci vorticose, le musiche al passo: tutto arricchisce la rappresentazione assorbendo lo spettatore come le sabbie mobili. Ci si ritrova pertanto in una dimensione surreale in cui vita reale, finzione e fantasia si confondono fino ad amalgamarsi. Messa da parte la ragione, si affrontano i fantasmi, le perplessità e i dilemmi dell'esistenza. E ci si interroga inevitabilmente "sulle maschere della vita e sulle maschere del sogno che non si scelgono mai a caso".

Cast: Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Le Pera, Luca Massaro, Matilde Piana, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Simone Toni, Marìka Pugliatti, Beatrice Ceccherini, Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Rita Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Tiberia.


Recensione di Valentina Mazzella, pubblicata sul Napolisera.it in data 21 gennaio 2020.

Copyright © 2019 L'albero di limonate by Valentina Mazzella. All rights reserved