venerdì 1 aprile 2022

"Alice e Peter", un delizioso crossover fiabesco per i nostalgici e i curiosi


RECENSIONE - Il film "Alice e Peter" può essere tranquillamente definito un delizioso crossover fiabesco. Una narrazione che accarezza la nostalgia degli adulti e solletica la curiosità dei più piccoli o fanciulleschi. Protagonisti sono due dei personaggi più noti della letteratura dell'infanzia: Alice e Peter Pan. Precisamente prima che lei precipiti nel Paese delle Meraviglie e prima che lui voli sull'Isola Che Non C'è. La trama ci spiega fin da subito che sono fratello e sorella, che vivono in campagna con la loro famiglia. La classica famiglia della middle class britannica del periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. La storia può essere considerata dunque anche un prequel dei due romanzi, un prequel in cui però appunto le due fiabe si intrecciano. 

Non mancano innumerevoli richiami sia al libro di Lewis Carroll che a quello di James M. Barrie. Del resto la creatività è invenzione, capacità di osare. Anche possibilità di scardinare i punti fermi per mescolarli e dare nuova vita all'arte. Desiderio di dialogo con le opere e tra le opere. Da questo punto di vista l'esperimento degli sceneggiatori può dirsi affascinante. Apprezziamo tantissimo l'ambizione. L'intuizione della fusione è incredibilmente accattivante. Ciononostante la fortunata idea non viene sfruttata fino in fondo e non decolla mai come si vede. La visione è piacevole, ma si gode esclusivamente del già noto. Da presupposti così ghiotti poteva sbocciare un fiore ancora più maestoso. 

In ogni caso la resa sullo schermo, curata nella regia da Brenda Chapman, è ottima. Le scenografie, la fotografia e la costumistica regalano un'estetista irresistibile. Un vero richiamo per le sirene per chi è affascinato dalle atmosfere fiabesche che ricordino l'epoca vittoriana. Il montaggio è incalzante. Le interpretazioni degli attori sono assolutamente all'altezza. Il cast vanta bei nomi: Angelina Jolie, David Oyelowo, Gugu Mbatha-Raw, Clarke Peters, Derek Jacobi. Alice ha il volto di Keira Chansa, Peter il viso di Jordan A. Nash e infine David quello di Reece Yates. La pellicola doveva essere proiettata nelle sale nell'anno della pandemia, il 2020, ma alla fine è stato distribuito in streaming sul piccolo schermo. È ancora oggi disponibile su Prime Video.



Le tematiche affrontate sono diverse: il valore della famiglia, la morte del fratello maggiore David, la disperazione del lutto, il passaggio dall'infanzia alla maggiore maturità richiesta dalla crescita, la fuga dalla realtà, l'immaginazione come ancora di salvezza. Per abbracciare la corrente del politicamente corretto, tuttavia il film falsifica la società del periodo storico in cui ambienta la vicenda. La narrazione evidenzia unicamente le disparità tra le estrazioni sociali, tralasciando le amare discriminazioni razziali dell'epoca. È un'occasione sprecata, probabilmente per non appesantire ulteriormente il tiro. Un modo per offrire rappresentazione alla pluralità etnica senza soffermarsi sempre sulle diversità. Un proposito lodevole che stride unicamente con la narrazione della realtà sociale e storica di allora. È possibile chiudere un occhio sulla considerazione semplicemente perché il film si presta a modo suo al genere fantasy

In generale non si tratta però dell'unica pecca della trasposizione. In alcuni passaggi il prodotto appare un po' emotivamente caotico. Come le api di fiore in fiore, lo spettatore salta da uno stato d'animo all'altro in maniera frenetica, senza approfondire degnamente le emozioni. Come davanti a un ricco buffet di prelibatezze, il pubblico assaggia tanti sentimenti confondendo i sapori. Eppure, mettendo da parte le osservazioni più puntigliose, "Alice e Peter" resta un film delicato e molto carino da vedere insieme sul divano, per far sentire più vicini grandi e piccini.


Recensione di Valentina Mazzella.


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domenica 13 marzo 2022

"Buffy l’ammazzavampiri” compie 25 anni, la serie cult che ha scardinato i cliché dell’horror e abbracciato il femminismo


Bionda, icona di stile degli anni Novanta, incredibilmente forte e sempre - sempre - con un paletto di legno in borsa pronto all'occorrenza: parliamo ovviamente dell'unica e inconfondibile Buffy Summers, la protagonista della celeberrima serie "Buffy the Vampire Slayer" che ieri ha spento le candeline per festeggiare il suo primo quarto di secolo. Venticinque anni dal 10 marzo 1997 quando fu trasmesso il suo primo episodio. Venticinque anni di successo, ma non solo. La salita verso la fama dell'ammazzavampiri è stata piuttosto lunga e tortuosa. Ripercorrerla significa oggi raccontare un pezzo importante della storia televisiva americana e internazionale. Tanto per iniziare non tutti sanno che Buffy non ha sempre avuto il volto dell'adorabile Sarah Michelle Gellar. Procediamo con calma.

Era il 1997 e in quel periodo non era ancora in uso l'espressione "serie-tv". Il palinsesto trasmetteva quelli che tutti chiamavano "telefilm" ed effettivamente il telefilm era un prodotto diverso dalle attuali serie-tv. Gli episodi che componevano una stagione nel telefilm erano solitamente autoconclusivi, sebbene ugualmente concatenati tra loro. Nelle serie-tv gli episodi invece terminano sempre con un finale aperto: è come se ogni volta si guardasse una porzione di un film dalla durata di diverse ore e diviso in più parti. "Buffy the Vampire Slayer" (in italiano "Buffy l'ammazzavampiri") era propriamente un telefilm. Quell'anno, il 1997, la Warner Bros ne acquistò l'episodio pilota con fiducia, intuito e un'ottima dose di audacia. Il soggetto infatti era già stato usato da Joss Whedon (autore padre e regista dell'opera) per realizzare, cinque anni addietro, un omonimo film che si era rivelato tuttavia un incredibile flop.

Dalla locandina del film del 1992.

Nel 1992 le sale cinema trasmisero sul grande schermo una pellicola dal titolo "Buffy the Vampire Slayer" che rappresenta un prodotto molto diverso da quello a cui i fan del telefilm sono poi stati abituati successivamente. La sceneggiatura era nel cassetto già dal 1988 e costituiva una versione acerba dell'eroina di Joss Whedon. Certo, Buffy era già una giovane liceale bionda che combatte i vampiri. Tuttavia era interpretata dall'attrice Kristy Swanson. Il soggetto non includeva ancora i suoi migliori amici. Non comparivano Willow (Alyson Hannigan), Xander (Nicholas Brandon) e nessun altro membro della Scooby Gang. Non c'era neanche il misterioso e tormentato Angel (David Boreanaz). Il cuore della bella cacciatrice batteva per un giovanissimo Luke Perry nei panni di Oliver Pike, uno studente comune. Un personaggio più vicino all'imbranato Xander che al vampiro con l'anima, Angel. Al posto del signor Giles (Anthony Head) c'era il signor Merrick (Donald Sutherland) e - inutile dirlo - anche il trucco e parrucco dei vari vampiri lasciava incredibilmente a desiderare. Gli effetti speciali erano ancora quelli grezzi di un low budget di inizio anni Novanta. Il procedimento per eliminare un vampiro sposava la tradizione letteraria: paletto nel cuore, decapitazione e cremazione del corpo. Processi che nel telefilm furono sostituiti dalla scelta congeniale di far polverizzare (digitalmente) i vampiri una volta trafitti nel cuore per accelerare il ritmo della narrazione e snellire il minutaggio di ogni puntata.

Il film dunque non piacque al pubblico. Per il botteghino si rivelò un vero fallimento. Per questo la tempra con cui Whedon scelse di continuare a credere nella sua creatura rappresenta sicuramente una bella storia di perseveranza e determinazione. Il regista non si lasciò scoraggiare dal tonfo nell'acqua e accolse la sfida. Perfezionò la sceneggiatura e finalmente diede vita a una delle eroine più significative degli anni Novanta. Il telefilm andò infatti in onda - in sette stagioni - dal 1997 al 2003, ma i suoi script erano impregnati della cultura pop dell'ultimo decennio del XX secolo. "Buffy the Vampire Slayer" è diventata in breve una serie cult amata da milioni di fan nel mondo. Del resto vanta innumerevoli meriti e pregi.

Innanzitutto il Buffy's Universe ha rinnovato il genere horror giocando con i suoi antichi cliché per renderli più moderni e accattivanti. Ha scardinato i punti fermi del genere. Ha combattuto in particolar modo gli stereotipi della "bionda scema" abbracciando in pieno le battaglie femministe. L'idea di Joss Whedon è stata a modo suo semplice e rivoluzionaria: era stanco della narrazione classica che in ogni produzione filmica presentava una bionda svampita aggredita e fatta a pezzi da un mostro qualsiasi in fondo a un vicolo buio. Per una volta voleva capovolgere il canone. Per una volta finalmente sarebbe stata la bionda svampita a massacrare di botte il mostro di turno in fondo al vicolo cieco. Potremmo aggiungere: e che botte! Desiderava smantellare in toto i modelli di riferimento della tradizione horror e così è la nata Buffy, "la prescelta che si erge contro i vampiri, i demoni e le forze delle tenebre: la cacciatrice".

Non a caso, soprattutto nelle prime stagioni, Buffy era presentata spesso come una normalissima teenager attratta dalle frivolezze della sua età: lo shopping, le amiche, i ragazzi, la serata in discoteca, i primi appuntamenti... Si allenava con il suo osservatore, ma faceva le ronde nel cimitero tra una festa e l'altra. Indossava minigonne, stivali alti e gloss sulle labbra come chiedeva la moda di quegli anni. Della serie: combatteva il nemico, ma con stile! I dialoghi erano sempre ricchi di spirito, sarcasmo e irriverenza. Soprattutto la Buffy prima della chiamata - mostrata di tanto in tanto nei flashback - era una ragazza particolarmente superficiale. Poi, com'è giusto che sia, il personaggio ha subito una profonda evoluzione psicologica. Buffy è maturata. Crescendo ha affrontato difficoltà e problematiche più importanti.

Joss Whedon e il suo staff hanno infatti sempre pensato di elaborare gli script in modo che fossero interpretabili su più livelli di lettura. Nelle prime stagioni era di continuo lampante la metafora attraverso cui gli autori associavano il liceo all'inferno. Con l'avanzare degli anni, Buffy diventava sempre più adulta ed è stato allora proposto il parallelismo tra lo stesso inferno e la vita in generale. La serie si stava a un tratto allontanando dal teen-drama e gli sceneggiatori hanno subito ovviato al problema con l'introduzione - del tutto a sorpresa - di Down (Michelle Trachtenberg), la sorella minore della protagonista. Ogni creatura ammazzata da Buffy e dai suoi amici nel corso delle sette stagioni ha simboleggiato uno dei tanti demoni interiori contro cui ogni persona combatte nella propria quotidianità. Senza mai dimenticare i valori dell'amicizia, della famiglia e dell'amore. La stessa Buffy era sempre in lotta contro gli attriti dell'esistenza umana e le sue fragilità da persona comune, con l'aggiunta delle enormi responsabilità da prescelta. 

Insomma, "Buffy l'ammazzavampiri" è sempre stato un telefilm con mille risorse e innumerevoli assi nella manica. Per esempio un altro importante primato della serie è stato quello di aver portato sul piccolo schermo una delle prime rappresentazioni di una coppia omosessuale. Dalla quarta alla sesta stagione Willow si lega infatti in una relazione amorosa con Tara (Amber Benson): la loro storia è sempre stata mostrata con toni molto positivi e romantici. Nessuna dinamica tossica e per la prima volta in tv si normalizzava il coming out senza farne un dramma. Precedentemente infatti c'erano già state coppie gay nei telefilm, ma il rapporto non era inequivocabile (come Xena e Olimpia in "Xena - Principessa guerriera") oppure era occasione di pianti e crisi esistenziali (come per Jack in "Dawson's creek").

       Tara e Willow.

A un certo punto il contratto del telefilm non è stato più rinnovato per produrre l'ottava stagione. La stessa Sarah Michelle Gellar non volle firmare, un po' perché stanca di essere riconosciuta unicamente come Buffy e un po' per fermare il tutto sull'apice del successo ed evitare uno scivolone nel calo di qualità. A lungo nei primi anni Duemila si è vociferata la produzione di altri spin-off oltre ad "Angel": uno incentrato su Spike (James Marsters) oppure una serie sull'altra cacciatrice, Faith (Eliza Dushku). Alla fine nessun progetto è stato realizzato. Le avventure di Buffy e della Scooby Gang sono proseguite esclusivamente su carta, in formato fumetto.

Sarah Michelle Gellar per diversi anni ha goduto del titolo officioso di "Reginetta dell'horror" ricoprendo ruoli in alcuni film di paura. Picco di popolarità più che adeguato considerando la sua professionalità: per interpretare Buffy preferiva spesso fare a meno della controfigura e ha addirittura combattuto contro la sua personale fobia dei cimiteri! Lo scorso anno ha partecipato con piacere a una reunion con tutto il cast: evento che ha chiaramente riscaldato il cuore a tutti i fan che oggi, con notevole nostalgia e affetto, celebrano questi 25 anni di lotta contro il Male e l'Oscurità.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 11 marzo 2022.


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mercoledì 2 marzo 2022

"L’amica geniale 3”: femminismo, amicizia, intrighi e riscatto sociale in un’unica storia intensa

A sinistra Lila (Gaia Girace), a destra Elena (Margherita Mazzucco). 


RECENSIONE - Attesa con fervente trepidazione per due anni, la terza stagione de "L'amica geniale" è già giunta al termine. Ieri sera Rai1 ha trasmesso infatti gli ultimi due episodi della serie che è ancora disponibile sulla piattaforma di RaiPlay. Otto puntante intense, gravide di eventi e riflessioni, che non hanno assolutamente deluso il pubblico. Il sottotitolo del terzo capitolo della saga, "Storia di chi fugge e chi resta", descrive degnamente gli eventi a cui l'eccellente regia di Daniele Luchetti ha dato vita sul piccolo schermo a partire dalle pagine della scrittrice Elena Ferrante. Gli spunti su cui soffermarsi sono davvero innumerevoli.


Innanzitutto è doveroso sottolineare quanto la qualità della performance recitativa delle due attrici protagoniste sia lievitata in maniera esponenziale. Gaia Girace (Lila) e Margherita Mazzucco (Elena) hanno iniziato questo percorso nel 2018 con un talento ancora un po' acerbo per la giovane età. Adesso, a distanza di pochi anni, è evidente quanto entrambe siano professionalmente maturate molto sul set. Questo aspetto è emerso soprattutto nelle scene di maggior pathos in cui le protagoniste hanno di più messo a nudo le proprie paure e fragilità. L'episodio in cui Lila urla in riva al mare e l'incubo in cui Elena lotta contro l'amica sul pavimento ne sono esempi lampanti.

A sinistra Lila (Gaia Girace), a destra Elena (Margherita Mazzucco).

Per il resto tutto il cast ha lavorato in modo davvero spettacolare, ma una menzione speciale spetta all'eccellente e sublime interpretazione di Rosaria Langellotto nei panni di Gigliola. Il vigore del suo monologo - quello della confessione a Lenú - sicuramente rappresenta un piccolo gioiello che resterà nella storia della fiction italiana.

In ultimo non si trattengono le mani da un applauso tutto dedicato alla piccolissima Sofia Luchetti (figlia del regista) nel ruolo della deliziosa Dede, la figlia di Elena e Pietro Airota (Matteo Cecchi). Ha recitato con naturalezza e grande espressività, nonostante sia solo una bambina.

 
Dede Airota (Sofia Luchetti).

La fotografia e l'intera estetica della stagione sono notevoli. Non sono da meno la cura nella ricostruzione delle location, la ricercatezza nei dettagli dell'epoca e la scelta di outfit che inseguono adeguatamente la moda degli anni Settanta.

La trama prosegue il racconto dell'amicizia di Elena e Lila, del loro legame che è contrassegnato allo stesso tempo da sodalizio e competizione. Tuttavia questo terzo capitolo si sofferma maggiormente sull'evoluzione della vita di Elena, voce narrante di tutte le vicende. Lila compare molto di meno, le viene dedicato meno spazio: uno sviluppo narrativo necessario per permettere alla stessa Lenú di prenderne le distanze e per "cessare di desiderare di diventare". Elena deve riscoprire la propria identità in autonomia, non più alla luce del costante raffronto con la genialità di Lila, un paragone con cui da sola si tormenta sin dall'infanzia. A un certo punto Lenú diventa veramente adulta, diventa scrittrice apprezzata, moglie e madre. Si lascia alle spalle la degradante realtà del rione, eppure continua a covare dentro di sé un insaziabile senso di inadeguatezza che la divora. Per anni Elena sembra sempre aver paura di osare. A causa del suo temperamento mite e introverso, permette spesso agli altri di trattarla con sufficienza. Incalcolabile il numero delle volte in cui lo spettatore avrebbe piacere di scuoterla per permetterle di reagire in maniera meno passiva. Poi finalmente il momento fatidico arriva: Lenú reagisce alla vita e attraversa un percorso di nuova crescita.

Sullo sfondo il racconto della Storia italiana, gli scontri tra comunisti e fascisti, le lotte operaie, il dramma delle Brigate Rosse e soprattutto le battaglie del femminismo. Il tema dell'evoluzione del ruolo della donna è così prepotente e ingombrante che spesso sembra che le vite dei personaggi siano solo un pretesto per narrare lo sviluppo dell'emancipazione femminile. Se ne analizzano le difficoltà e gli ostacoli. Vengono mostrate scene di cortei e manifestazioni. Sono menzionate le conquiste di quegli anni come il divorzio e gli anticoncezionale, ma anche i drammi dello stupro e l'ipocrisia di una società delle apparenze.

A sinistra Pietro Airota (Matteo Cecchi), a destra Elena (Margherita Mazzucco).

Tutti i dialoghi tra Elena e Pietro sono costruiti con minuzia per rendere l'idea dell'inettitudine di lui nello svolgimento dei compiti domestici più semplici. La famiglia Airota appartiene a una classe privilegiata. La condizione di moglie e madre di Lenú non è paragonabile a quella di una casalinga sottomessa del rione napoletano da cui proviene. Pietro è figlio della sua epoca ed è ancora ancora ai tradizionali ruoli di genere del sistema patriarcale. Tuttavia non lo si può assolutamente descrivere come un mostro di marito. Lontano anni luce dalla violenza fisica e verbale di Stefano Carracci (Giovanni Amura), Pietro Airota viene spesso considerato dalle altre "un marito da invidiare". Un uomo mite, intelligente, colto, una persona perbene e di prestigio. Eppure con Elena si rivela un compagno noioso, assente. Un marito distratto, incapace di ascoltare e accogliere le esigenze della moglie che cerca la passione dopo essersi sposata per affetto. Elena ricorda quasi una moderna Emma Bovary di Flaubert nel suo rincorrere sempre nuove emozioni forti per sfuggire all'apatia della quotidianità. Ed ecco allora l'ennesima riflessione sulla condizione della donna condannata all'infelicità nonostante la cultura, il benessere economico, la stabilità e un marito affidabile. Un po' la tesi sostenuta anche da Oriana Fallaci nel saggio "Il sesso inutile" dopo aver viaggiato e intervistato donne in lungo e largo per i continenti. Non importa a quale estrazione sociale tu appartenga: nel microcosmo di Elena Ferrante gli uomini riescono sempre a rilegare le donne un passo indietro. Continuano "a istruirle e a cercare di plasmarle in funzione del maschio.

Nino Sarratore (Francesco Serpico).

E se non lo fanno in maniera spudorata, c'è in alternativa il metodo di Nino Sarratore (Francesco Serpico) che strumentalizza il femminismo per sedurre e manipolare le donne. In una realtà in cui gli uomini si comportano come se tutto fosse loro dovuto, Nino appare come una mosca bianca. Il suo è un personaggio molto complesso e piuttosto detestato dal pubblico. Purtroppo si evolve seguendo la pessima scia tracciata dal padre fedifrago. Ha l'astuzia di corteggiare le prede e non pretendere apertamente, celando il proprio tornaconto. Nel suo essere senza scrupoli, è molto intelligente. Nino Sarratore incarna il prototipo dell'uomo che "capisce le donne". Ne intuisce i bisogni, dona loro apparentemente quello che vogliono e infine le raggira. Elena Ferrante ama denunciare la realtà: ha così l'opportunità di raccontare come anche donne estremamente forti, intraprendenti e brillanti possano ugualmente cadere vittime di simili trappole psicologiche.

In conclusione il maggiore dei pregi de "L'amica geniale" è il modo in cui la finzione riesca a descrivere la realtà con schiettezza. Dinamiche e meccanismi ancora attuali. Storia di chi resta e di chi fugge, non solo dai luoghi fisici. Soprattutto la storia di chi resta nelle avversità e di chi fugge dalle responsabilità oppure ha il coraggio di ricominciare. La serie racconta la brutalità e le contraddizioni della vita e dei contesti sociali esercitando pressione sui tasti giusti. Ne fuoriesce un'armoniosa melodia capace di innalzare il proprio grido universale, senza menzogne e senza pudori.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 28 febbraio 2022.

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lunedì 28 febbraio 2022

"Al lupo! Al lupo!”: la maledizione della politica italiana



Se dovessimo descrivere l’attuale situazione politica italiana con un esempio, probabilmente la scelta più esaustiva sarebbe quella di una celebre favola di Esopo dalla morale sempiterna. Quello che sta accadendo da troppo tempo è infatti banalmente la storia di “Al lupo! Al lupo!”. Conosciamo tutti o quasi il racconto del pastorello burlone che svegliava il villaggio annunciando una minaccia possibile per mero scherzo, fino a quando poi più nessuno gli ha creduto. Neanche la volta in cui il pericolo – un lupo in carne e ossa – sopraggiunse per davvero. L’insegnamento degli antichi è di una semplicità disarmante: nel momento in cui dici una bugia, due bugie, tre bugie… a un certo punto, se anche dicessi la verità, più nessuno ti crederebbe. Ed eccoci qua, nell’anno corrente. Pur volendo ammettere che determinate bugie siano state dette “in buonafede” per il bene collettivo, una volta che le persone comprendono che in realtà ti stai muovendo palesemente “a tentoni” – per prove ed errori a spese altrui – la credibilità la perdi. Senza ‘se‘ e senza ‘ma‘. Facile. Addirittura ovvio, aggiungerei. Funziona così per tutto nella vita. Per usare un’espressione tipicamente napoletana, “Nun ce vo’ l’arc e scienz” la cui traduzione sta per: “Non c’è bisogno dell’arco della scienza”, ossia di particolari strumenti per capire le evidenze. Da sempre la fiducia è una forma di affidamento che si guadagna. Assurdamente anche in ambito religioso si è sfatato da tempo il mito della “fiducia cieca”, abbracciando invece il più temperato: “Senza il dubbio, non è vera fede”. Quindi, in un secolo in cui la fiducia assoluta non è più un dovere nemmeno del credente, potrà essere lecito alle persone chiedere trasparenza e coerenza al Governo e agli organi di competenza? Potrà o no essere ancora considerato questo un diritto dei cittadini di fronte a molteplici contraddizioni? La diffidenza è sempre un atteggiamento prevenuto da etichettare come una colpa o spesso è conseguenza di una fiducia tradita e violentata?


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 26 febbraio 2022.

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mercoledì 2 febbraio 2022

"La sposa": la fiction che racconta il matrimonio per procura e il ruolo della donna tra gli anni Sessanta e Settanta


RECENSIONE - È davvero il caso di dirlo: l'ultimo successo di Mamma Rai si è rivelato essere 'breve, ma intenso'. Parliamo ovviamente de "La Sposa", la fiction di Giacomo Campiotti trasmessa in prima serata su RaiUno nelle ultime domeniche dal 16 al 30 gennaio 2022. Composta da soli tre episodi, la serie è riuscita sin dalla primissima puntata a conquistare con devozione un vasto pubblico. In realtà non sono mancate le polemiche, soprattutto la prima settimana, ma procediamo per ordine.

"La sposa" racconta la storia di Maria - interpretata dalle bravissima Serena Rossi -, una donna calabrese che accetta un matrimonio per procura con un uomo veneto per tirare la sua famiglia fuori dall'indigenza economica. Presso Vicenza la protagonista faticherá tantissimo per farsi accettare dallo stesso marito, Italo, e dalla gente del posto. Come in ogni favola che si rispetti, Maria riuscirà a conquistare il cuore di tutti con la sua generosità e la perseveranza. Curerà le ferite emotive del coniuge che si innamorerà di lei e riuscirà a farsi accettare dagli abitanti del paese nonostante i pregiudizi verso i meridionali. In particolare riuscirà a farsi rispettare dagli uomini in quanto donna. Naturalmente nella narrazione non mancano i colpi di scena, gli intrighi d'amore, i ritorni di fiamma, la competizione, i momenti di romantica tenerezza e commozione e - immancabilmente - i drammi e le avversità da superare con tenacia.



Le polemiche a cui abbiamo fatto accenno hanno puntato il dito soprattutto verso la provenienza geografica dei personaggi. La fiction sembra non aver ricevuto la benedizione né dalla Calabria e né dal Veneto. I calabresi hanno innanzitutto disapprovato l'adozione, per Maria e la sua famiglia, di un dialetto - nella realtà linguistica - molto distante dal vero calabrese. In secondo luogo le istituzioni regionali hanno precisato che negli anni Sessanta - l'epoca in cui è ambientata la trama - il matrimonio per procura non fosse affatto diffuso per contrarre l'unione tra le donne del Sud e gli uomini del Nord. Tutt'al più la pratica era comune con i ricchi compaesani emigrati in America o in Australia. Dulcis in fundo, sempre per quegli anni, pare che la condizione economica veneta fosse più depressa di quella calabrese e che per la maggior parte i meridionali migrassero perciò verso il Piemonte. Dal canto suo anche il Veneto si è un tantino risentito per la dimensione illustrata nella fiction commentando che i benestanti agricoltori veneti di allora non avessero affatto bisogno di maritarsi per procura con le donne meridionali perché la fila di signorine venete desiderose di ammogliarsi era già lunga sul territorio.


In conclusione in molti hanno gridato al falso storico. Ed effettivamente nella serie ci sono alcune incongruenze da questo punto di vista. Per l'arretratezza mostrata forse sarebbe stato più opportuno ambientare gli avvenimenti almeno negli anni Cinquanta piuttosto che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta come è stato scelto. Tuttavia la produzione si è difesa dalle accuse replicando di aver ricevuto tantissime lettere ed e-mail degli spettatori da tutta Italia in cui in molti hanno raccontato di madri e nonne sposate tramite nozze per procura, proprio come Maria nella fiction. Ricapitolando: la trama non è tratta da una storia vera, ma si vende in maniera abbastanza credibile e verosimile. Non è da poco inoltre sottolineare che la scelta del periodo storico sia stata dettata soprattutto dal desiderio preciso di dar voce ad alcune battaglie di quegli anni: le proteste dei lavoratori per i propri diritti, le lotte dei sindacati, l'emancipazione femminile, il tema dell'aborto, la parità di genere, la nascita delle cooperative, l'importanza dell'istruzione nell'infanzia, la corsa al progresso più lenta nelle campagne...

Il cast è stato eccezionale: abbiamo già menzionato la meravigliosa Serena Rossi (Maria Saggese). Notevoli sono stati anche Giorgio Marchesi (Italo Bassi), Maurizio Donadoni (Vittorio Bassi), Mario Sgueglia (Antonio Lo Bianco), Matteo Valentini (Giuseppe Saggese), Antonio Nicolai (Paolino Bassi). Incredibilmente curata l'estetica delle immagini e le scelte delle location: le atmosfere e i colori accompagnano il pubblico amplificando le emozioni dei personaggi. Quando per la sciagurata Maria ogni vento sembra avverso, tutto nell'inquadratura appare ostile e inghiottito dalla nebbia. Non appena la sua condizione migliora, le ombre si dipanano e anche le ambientazioni si mostrano più luminose e allegre. Per descrivere la bellezza del mare e dei panorami meridionali non ci sono parole. Il blu intenso delle acque e la fierezza delle scogliere a picco accecano gli occhi.


Ci sarà dunque una seconda stagione? Ancora non lo sappiamo ancora. Senza scrivere troppe anticipazioni (la miniserie è recuperabile in streaming sulla piattaforma di RaiPlay), l'ultimo episodio forse è stato troppo precipitoso nel susseguirsi dei fatti. Qualche tragedia in meno non avrebbe guastato, dramma dopo dramma. Apparentemente ogni storyline sembra aver concluso il proprio ciclo. Potremmo quindi serenamente considerare la serie autoconclusiva. Del resto "La sposa" ha già regalato tanto. Si è rivelato un ottimo prodotto di intrattenimento, capace di raccontare l'umanità e il sudore dei braccianti delle campagne, la fame di affetto e calore che la famiglia sa saziare e - sopra ogni cosa - i traguardi che il coraggio permette di raggiungere quando ci si impunta e non ci si arrende.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 31 gennaio 2022.


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domenica 16 gennaio 2022

La libellula e il passerotto - racconto breve

 


L'altoparlante aveva appena comunicato che il treno per Napoli avrebbe fatto un'ora di ritardo. L'attesa di ben sessanta minuti in più non era roba da poco. Vinca scelse di non salire già sulla banchina del binario. Era giugno e c'era molta afa. Preferiva restare lì, nella stazione al coperto e al fresco. C'era tempo per obliterare il biglietto e lasciarsi trasportare dalle scale mobili.

Adesso aveva un'ora di tempo da colmare. Pensò di sedersi su una panchina in ferro accanto a un'enorme pianta verde da ufficio. Con un piede spostò la cartaccia di uno snack che qualcuno aveva gettato per terra invece di riporla in un apposito cestino. Vinca tirò un sospiro contrariato, poi aprì la sua borsa e ne tirò fuori un libro.

In realtà non aveva davvero l'attenzione giusta per concentrarsi su una lettura, ma voleva almeno provarci. L'ansia le divorava lo stomaco dall'interno. Doveva andare a Napoli e, giunta lì, consegnare un ovetto di cioccolato e un biglietto a una persona. Temeva che le cose potessero non andare per il verso giusto, secondo le sue aspettative.

Si stava tormentando con questi pensieri, quando un cinguettio attirò la sua attenzione. Un passerotto saltellava inseguendo con accanimento un'altra bestiola volante più piccola. Vinca non riusciva a capire bene di cosa si trattasse. Fece qualche passo in avanti per avvicinarsi. Scoprì una libellula che agitava disperatamente le ali con un rumore quasi metallico. Disperatamente stava combattendo per la sopravvivenza. Il suo corpo longilineo dalle sfumature rosa e fucsia doveva apparire molto succulente agli occhi del passerotto. L'uccello perseguitava la libellula afferrandola con il becco feroce. Poi, infastidito dalla frenesia con cui la libellula sbatteva le ali, la liberava. Sempre con un rumore metallico la creaturina volava a non più di un metro di distanza per accasciarsi stanca per terra. E allora il passerotto tornava all'attacco. Vinca non capiva se per fame o per sfida ludica. Era uno scontro brutale, estenuante. In natura gli animali di solito non uccidono per divertimento, si ripeteva. Vinca era abbastanza sicura che fosse una caccia giustificata dalla fame, ma la sofferenza della libellula era ugualmente insopportabile da guardare. La poverina provò a volare più lontano, ma era intrappolata dalla parete in vetro della stazione. Erano al chiuso. Volava e si accasciava per le ferite procurate dalle beccate del passerotto. Aveva perso il suo volo preciso e veloce. L'uccellino tornava a colpirla con il becco, ad accanirsi... Poi la lasciava andare libera e stanca. La libellula lottava per la vita, scuoteva le ali metallicamente. Ancora, ancora e ancora. Infine, esausta, cessò di agitare le ali e, soddisfatto, il passerotto volò via con la libellula morta nel becco.

Vinca restò scossa davanti allo strazio di quella scena che era durata all'incirca dieci minuti. Poi sentì l'altoparlante annunciare un nuovo orario del treno che attendeva. Scosse la testa. Tornò alla realtà come un subacqueo che riemerge da un'immersione. Si avviò alle scale mobili. Non sapeva se avere o meno timore dei cosiddetti "presagi funesti". Con una mano in tasca strinse un bigliettino su cui a penna aveva scritto: "Vengo in pace con del cioccolato. Se non accetterai le mie scuse, almeno avrò con cosa consolarmi al ritorno". 


Racconto breve di Valentina Mazzella.


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venerdì 14 gennaio 2022

Che cos'è la dignità umana?

 


Cos'è la dignità? Cos'è la dignità umana? È una domanda che mi ossessiona da sempre e mi perplime come in tanti non se la pongano neanche di sfuggita. Quand'è che una persona non ha dignità? Una prostituta - classico esempio tirato in ballo - ha dignità? Un ladro e un disonesto sono senza dignità? E un bugiardo?

Sicuramente a tal proposito adesso sarebbe d'obbligo una breve lezioncina di filosofia che ripercorra l'evoluzione del concetto attraverso le epoche storiche, magari dallo Stoicismo a Immanuel Kant. Ed effettivamente potrebbe essere anche interessante approfondire come venisse concepita la dignità umana nell'Umanesimo, durante l'Illuminismo o dal Cristianesimo attraverso i secoli. Tuttavia non è questa l'occasione che sfrutteremo. Scriveremmo a lungo e il risultato sarebbe un pedante saggio dai contenuti reperibili altrove, magari anche spiegati meglio. In questa sede c'è solo il desiderio di condividere una riflessione pertinente alla quotidianità pragmatica del presente, relativa al "qui e ora". 

Che cos'è la dignità umana? Mi sono sempre risposta che per me la dignità è la coerenza dei propri comportamenti, la coerenza delle azioni e nelle scelte. La dignità è la fedeltà ai propri principi, ai propri ideali, al proprio sistema di valori. La dignità è il rispetto per il prossimo, per chi ci sta di fronte, per un altro essere umano. È il sentimento di umanità che sfida l'indifferenza e il menefreghismo. La dignità è l'onestà intellettuale, perlomeno la consapevolezza e l'ammissione di quando - per un motivo o per un altro - questa fedeltà può venire meno nella vita. In fondo l'essere umano è una creatura traditrice... E quando avviene il tradimento? La persona perde la dignità? Forse... Non tutto è bianco e nero nella vita. Spesso è tossica questa spasmodica esigenza di dover a tutti i costi tracciare linee e confini. Le circostanze contingenti possono essere tante... Penso a Galileo Galilei nell'opera di Brecht e cito: "Meglio avere le mani sporche che non le mani vuote". È veramente così? "È meglio averle sporche e piene piuttosto che averle pulite e vuote"? Dipende. Brecht faceva riferimento al raccolto delle battaglie ideologiche. Ogni cosa va contestualizzata, si capisce. Ma in soldoni "avere dignità" spesso non significa unicamente non sbagliare mai. Non siamo automi e le contraddizioni sono una peculiarità della complessità umana. Tuttavia spesso basta anche solo banalmente il saper riconoscere con umiltà i propri errori. Si ha dignità soprattutto quando si dimostra di esser capaci di dire: "Ho commesso un errore. Lo riconosco". E a quel punto si cessa di essere prigionieri di se stessi e/o di vari costrutti perché la dignità, come la verità, rende liberi.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 14 gennaio 2022.


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