martedì 31 maggio 2022

Alla ricerca di Jane - racconto integrale

 

Quadro di Joseph Lorusso.
         Quadro di Joseph Lorusso.


Ero diventato come una di quelle mosche pazze che rimbalzano da un angolo all'altro della stanza con un volo impreciso. Non potevo sopportare il peso di non sapere dove Jane fosse finita. Misi a soqquadro tutta Chicago per riuscire a ritrovarla. Mi servirono quattro giorni. Telefonai a diversi alberghi e chiesi in giro tra le sue compagne del collage. Percorsi in auto tutte le strade principali della città e ridussi in fiamme la linea del centralino locale. Furono ore di ansia, preoccupazione e paura. Sui marciapiedi ogni donna mingherlina che camminava dandomi le spalle poteva essere lei. Poi finalmente scoprii il nascondiglio di quella matta. Riuscii a estorcere l'informazione a Sarah, una sua amica di infanzia. 

"Non dovrei dirtelo. Mi sembra di tradirla, anche se è per il suo bene. Puoi trovarla qui". 

Quando ascoltai l'indirizzo attraverso la cornetta, non riuscii a trattenermi: "Ma è una bettola! Conosco quel postaccio!". 

"Joseph, dove pretendevi che andasse senza un soldo?". Sarah aveva ragione, ma ero lo stesso sconvolto. Non mi rassicurava per nulla sapere che Jane, con un bambino in grembo, soggiornasse in un posto di così dubbia fama in città. Non persi tempo e mi precipitai sul posto. 

Quando misi piede nel bar della pensione, di certo non mi aspettavo di vederla subito lì seduta al bancone. La mia povera Jane, con i capelli castani che le cascavano sulle spalle. Indossava un vestito di velluto verde dalle maniche a sbuffo. Si vedeva lontano da un miglio che era troppo elegante per stare lì. Mi avvicinai di soppiatto. Lei si voltò lo stesso di scatto. Sembrava davvero uno di quegli animali stanati dai bracconieri. Quando mi vide, non sussultò nemmeno. Mi fissò solo con uno sguardo carico di tristezza. Tra le mani stringeva un bicchiere di whisky.

"Jane..." farfugliai.

"Joseph... Sapevo che saresti venuto. Sarah non è riuscita a trattenersi e mi ha avvisata".

"Ma che fai? Bevi? Non dovresti...".

"La mamma ti ha detto proprio tutto, eh?".

"Sì, mi ha scritto. Quando ho saputo, sono corso subito qui da New York". 

"Non dovevi farlo..." mormorò Jane con gli occhi spenti posati sul bicchiere. Stava trattenendo le lacrime.

"Avrei dovuto lasciare mia sorella per strada?". 

"Sono una poco di buono, no? Anzi, papà ha usato parole più forti quando mi ha buttata fuori di casa...". 

Non avevo voglia di litigare. La conoscevo bene. Adesso stava provando a fingersi forte, ma dentro di sé era come una bambina molto impaurita con tanta voglia di piangere. Ne ero certo. Con un gesto deciso le tolsi il bicchiere di whisky dalle mani e l'abbracciai. Jane non oppose resistenza. Appoggiò il capo contro il mio petto; chiuse gli occhi. Era esausta. Posai un braccio attorno alle sue spalle. "Verrai a vivere da me a New York. Questo bimbo non avrà un padre, ma avrà uno zio. Penserò io a te, non ti preoccupare" la rassicurai, mentre con lo sguardo osservavo nuovi avventori entrare nel locale.



Racconto breve di Valentina Mazzella.


Copyright © 2022 L'albero di limonate by Valentina Mazzella. All rights reserved.

domenica 29 maggio 2022

Alla ricerca di Jane - racconto breve

Quadro di Joseph Lorusso.


Il seguente testo, il 26 maggio 2022, si è classificato tra i racconti più belli al contest della rubrica "Una storia da raccontare" della scrittrice e docente di scrittura creativa Elena Salem che sui social gestisce il progetto "Il piacere di raccontare". Il contenuto si ispira al quadro di Joseph Lorusso in evidenza. 


Ero diventato come una mosca pazza dal volo impreciso. Jane era scomparsa. Misi a soqquadro tutta Chicago per trovarla. Poi la sua amica Sarah mi diede l'indirizzo di una bettola. Non mi rassicurava che Jane, con un bambino in grembo, dormisse in quel posto. Non persi tempo. Mi precipitai. Quando misi piede nel bar della pensione, la vidi seduta al bancone. La mia povera Jane, con i capelli castani che cascavano sulle spalle. Indossava un vestito di velluto verde dalle maniche a sbuffo. Si vedeva lontano da un miglio che era troppo elegante per stare lì. Mi avvicinai piano. Quando si voltò, sembrò un animale stanato dai bracconieri. Non sussultò nemmeno. Mi fissò con uno sguardo carico di tristezza. Tra le mani stringeva un bicchiere di whisky.

"Sarah mi ha avvisata che saresti venuto".

"Non dovresti bere".

"La mamma ti ha detto tutto, eh?".

"Mi ha scritto. Sono corso da New York". 

"Non dovevi". Gli occhi spenti posati sul bicchiere. Tratteneva le lacrime.

"Dovrei lasciare mia sorella per strada?". 

"Sono una poco di buono, no? Anzi, papà ha usato parole più forti quando mi ha buttata fuori di casa...". Si fingeva forte, ma era impaurita con tanta voglia di piangere. Ne ero certo. Con un gesto deciso le tolsi il whisky dalle mani e l'abbracciai. Jane non oppose resistenza. Appoggiò il capo contro il mio petto; chiuse gli occhi. Era esausta. Posai un braccio attorno alle sue spalle. "Verrai a vivere da me a New York. Questo bimbo non avrà un padre, ma avrà uno zio. Penserò io a te, non ti preoccupare" la rassicurai, mentre con lo sguardo osservavo nuovi avventori entrare nel locale.


Racconto breve di Valentina Mazzella.


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sabato 21 maggio 2022

"Animali Fantastici 3 – I Segreti di Silente”, il terzo film alza il tiro della saga, ma è colmo di contraddizioni

 


RECENSIONE – “Non avere un piano è il piano”: deve essere stata la stessa idea inseguita dagli sceneggiatori nella pianificazione della saga di “Animali Fantastici” prodotta fino ad oggi. Beh, cosa commentare? Che “non avere un piano non è sempre un buon piano”, tanto per iniziare. L’effetto caos è assicurato. “Animali Fantastici – I Segreti di Silente” di David Yates ne è la prova. Il film è stato distribuito in Italia già dal 13 aprile. La sua visione soddisfa abbondantemente il pubblico sotto molteplici punti di vista. È un prodotto che intrattiene e non annoia, assolutamente godibile. La fotografia, il montaggio e gli effetti speciali sono impeccabili. Sono davvero tante le sequenze ben costruite. La proiezione ha il giusto ritmo. I dialoghi propongono una buona dose di ironia nei momenti più opportuni.

Il cast gode di nomi eccellenti, molti in comune con i film precedenti. È inevitabile commentare la sostituzione di Johnny Depp per il ruolo Grindelwald. A dispetto di ogni previsione, come hanno già osservato in tantissimi, Mads Mikkelsen ha sorpreso tutti con un’interpretazione eccelsa. Le sue doti recitative non sono state mai messe in dubbio. Semplicemente si temeva il peso della rappresentazione di Depp e l’abitudine del pubblico ad essa. Invece il nuovo Grindelwald è stato incredibilmente apprezzato, tanto da essere giudicato anche “più calzante” del precedente. Johnny Depp aveva caratterizzato un personaggio molto peculiare e, con la sua maestria, sopra le righe. Il Grindelwald di Mikkelsen, invece, è molto più elegante e posato: ergo più in linea con il leader carismatico e affascinante celebrato nella saga. Più in linea con il mago descritto in alcuni passaggi nella saga di Harry Potter e con l’uomo di cui un Albus Silente avrebbe mai potuto innamorarsi.

Qui e là gli appassionati del Mondo Magico sono stati accontentati con svariate forme di fan-service: il ritorno a nella Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts per alcune scene, la comparsa di una giovane McGranitt, diversi accenni ai contenuti della storia di Silente già approfondita dalla Rowling nel settimo libro di Harry Potter, la strada per Hogsmeade dove Katie Bell fu stregata dalla collana di opali maledetta, l’apparizione a un certo punto di Libri Mostro e di boccini e bolidi da Quidditch. Tuttavia questo fan-service per i nostalgici spesso è davvero a basso costo perché viene servito soprassedendo finanche sulla coerenza della trama rispetto alla saga di Harry Potter. La narrazione in innumerevoli occasioni sceglie di violare spudoratamente il “canone” istituito dalla Rowling nella saga dei sette romanzi e su Pottermore. Questo accade inaspettatamente senza una motivazione valida o logica.

Ad esempio l’autrice britannica aveva sempre dichiarato che, quando si decide di inventare un mondo magico, per renderlo credibile, di fondamentale importanza sia innanzitutto stabilire cosa NON si possa fare con la magia. E in Harry Potter infatti ci viene subito insegnato che per i maghi, nonostante i poteri, non sia possibile riportare in vita i morti, replicare il cibo e il denaro. Tre regole, semplici. Bene, in “Animali Fantastici – I Segreti di Silente”, fino a prova contraria, vengono violate due regole su tre. Diverse perplessità sono state sollevate anche dal modo in cui i personaggi utilizzano gli incantesimi, fra l’altro quasi tutti non verbali. In particolar modo il lancio dell’Avada Kedavra, in questa storia meno letale per essere una Maledizione Senza Perdono.

La sceneggiatura è obiettivamente colma di buchi di trama e contraddizioni, soprattutto sul piano temporale. Potremmo elencarne alcune. In primis, pare che la professoressa McGranitt sia nata nel 1935 e non è dunque fattibile la sua presenza da giovincella in un film ambientato tra il 1927 e il 1928. A meno che Silente non mentisse, negli stessi anni non è neanche davvero giustificato il fatto che già conoscesse la Stanza delle Necessità dato che in “Harry Potter e la Camera dei segreti” (nel 1994) il Preside afferma di aver trovato una camera piena di vasi da notte qualche sera prima, “quando la sua vescicale era incredibilmente piena”. A voler essere pignoli c’è anche il mistero del perché il settore costumi abbia scelto per i maghi di inizio Novecento un vestiario moderno o comunque da anni Venti quando i maghi della saga di Harry Potter, al termine del Novecento, vestivano tutti quasi come nell’Ottocento.

Altri interrogativi importanti riguardano la concatenazione de “I Segreti di Silente” ai due film precedenti da cui l’opera appare per diversi aspetti completamente sganciata. Che fine ha fatto Nagini che avevamo visto nel secondo capitolo? Perché uno specchio della Taverna di Porco a Hogsmeade era collegato con uno specchio nel Palazzo in cui alloggiavano Grindelwald e Credence? Perché Tina non si è attivata per salvare la sorella da cui, nel primo film, era indivisibile? Perché le stesse motivazioni di Grindelwald contro i Babbani sono mutati da un film all’altro? Nel secondo capitolo aveva validamente mostrato immagini divinatorie della Seconda Guerra Mondiale per persuadere i maghi circa la cattiveria dei non maghi. Se il Patto di Sangue tra Silente e Grindelwald era stato già infranto nel 1927-1928, perché Albus ha atteso fino al 1945 per scontrarsi con il pericoloso nemico?


La stessa squadra organizzata da Silente per la sua missione contro Grindelwald sembra raccattata un po’ a caso. Non ci sono motivazioni profonde per giustificare la presenza dei personaggi se non il fatto che “dovevano far parte della squadra e basta”, perché già c’erano nei vecchi film o perché serviva qualcuno di nuovo con cui sostituire gli assenti. Il primo caso è palesemente l’esempio di Jacob che almeno il pubblico ama sinceramente. Il secondo quello di Lally (Jessica Williams) e Yusuf Kama (William Nadylam). È probabilmente questa la ragione per cui la psicologia dei personaggi spesso appare approssimativa. Aspetto che non permette al pubblico di affezionarsi ad essi come invece accadeva nella saga del maghetto con gli occhiali. Non ci riferiamo naturalmente a Jacob (Dan Fogler) e a Queenie (Alison Sudol) il cui rapporto è sempre molto tenero e lascia trasparire sempre tanta umanità. Uno dei migliori regali della saga. Pensiamo piuttosto a Theseus (Callum Turner) di cui conosciamo solo la posa impostata e il lento avvicinamento al fratello. La crescita personale di Newt (Eddie Redmayne) e il discorso della sua fobia sociale sono stati lasciati in sospeso perché argomenti legati a Tina (Katherine Waterston) che a questo giro è apparsa solo nel finale.

Silente (Jude Law) merita invece una considerazione a parte. Durante la proiezione del film, nell’assistere allo sviluppo delle sue strategie, i fan di Harry Potter non possono che borbottare spesso “Tipico di Silente”. La consegna degli oggetti e degli incarichi alla squadra di Newt, senza ulteriori delucidazioni, ricorda innegabilmente molto la volta in cui il Preside lascia il boccino, il deluminatore e “Le fiabe di Beda il Bardo” a Harry, Ron ed Hermione nell’ultimo libro della saga, anche qui senza spiegazioni. Tentativo e ingegno apprezzabili. Espedienti che hanno reso alla pellicola una certa dinamicità. Hanno funzionato. Del resto possiamo serenamente riconoscere come questo terzo film alzi parecchio il tiro della saga. Ciò non toglie tuttavia che non si comprenda bene dove gli autori vogliano andare a parare, per dirla in soldoni.

A partire dal primo film “Animali Fantastici e dove trovarli” sembrava dovesse essere considerato abbastanza ovvio che protagonisti della saga fossero il mago zoologo Newt Scamander e, per l’appunto, gli animali fantastici. Eppure le creature magiche sono state quasi del tutto assenti nel secondo film. Fortunatamente sono ricomparse nell’ultima storia con maggiore creatività. Tuttavia è lampante che la figura di Newt sia diventata progressivamente più marginale per lasciare molto più spazio a Silente, quasi fosse lui il nuovo protagonista. La stessa storyline con Grindelwald da sottotrama è di volta in volta diventata il vero fulcro centrale della saga. Da qui sorge spontaneo chiedersi come mai allora gli sceneggiatori abbiano battezzato la saga “Animali Fantastici” e non si siano fin da subito concentrati sulle vicende di Silente e Grindelwald impastando la storia in maniera diversa fin dagli albori?

Film dopo film si ha la crescente sensazione di una saga improvvisata. Un po’ come se gli autori non abbiano mai avuto una buona scaletta della narrazione già delineata da perfezionare sulla carta e sullo schermo. Probabilmente neanche gli sceneggiatori hanno mai avuto “un vero piano in mente”. Alle volte sembra di leggere una Fanfiction scritta alla buona su Wattpad piuttosto che dei soggetti con la firma di J.K. Rowling. E questo aspetto è abbastanza grave se si considera il peso del paragone che “Animali Fantastici” è da sempre chiamata a sorreggere come prequel di Harry Potter. È anche la ragione per cui di frequente manca il climax adatto. La saga aveva e ha indubbiamente notevole potenza che al momento è stato parecchio sprecato. C’è solo da sperare che la qualità dell’ultimo film sia di buon auspicio per risollevare le sorti della pentalogia e che la produzione giochi bene le sue carte in occasione dei due prossimi e ultimi film di “Animali Fantastici”. Alcuni fan buttano giù delle teorie nei forum. Propongono magari di giustificare i buchi di sceneggiatura con delle realtà alternative create da un uso scorretto delle giratempo e altri spunti complessi. Gli appassionati del Mondo Magico sono severi, ma in fondo sono innamorati del Wizard World e sanno anche perdonare.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 16 maggio 2022.


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sabato 7 maggio 2022

"The Batman” di Matt Reeves: l’ennesima trasposizione dell’Uomo Pipistrello, eppure vince egregiamente la sfida

RECENSIONE - Di fronte all'ennesima trasposizione cinematografica di Batman, ci sono due tipologie di spettatori: il fan sfegatato che lo guarderà in ogni caso e il curioso con la pazienza ai minimi storici. Il secondo si siede davanti allo schermo pensando: "Do al film venti minuti di tempo: se mi annoia, mi alzo...". Bene, il risultato? "The Batman" di Matt Reeves (distribuito in Italia dallo scorso 4 marzo) vince egregiamente la sfida. Anzi, di più: sin dai primissimi minuti di proiezione si rivela una produzione di spettacolare qualità.

Non importa che esistano già altre pellicole sull'Uomo Pipistrello. Probabilmente perché 'gallina vecchia fa buon brodo', chissà... Non importa neanche che il film abbia dovuto affrontare il peso del confronto con la leggendaria trilogia de "Il Cavaliere Oscuro" di Christopher Nolan. Questa volta a vestire i panni del protagonista non è Christian Bale e nemmeno Ben Affleck dei film della DC Extended Universe: presta il volto Robert Pattinson. Una volta abbandonata la zavorra dell'eredità di "Twilight", nell'ultimo decennio l'attore ha sperimentato nuovi ruoli molto diversi. In quest'occasione ci ha regalato un eccellente Batman. Lo stesso Pattinson ha dichiarato di essersi sentito molto potente quando indossava il costume nero. Un po' più mono-espressiva la sua interpretazione del melanconico Bruce Wayne, ma - va ammesso - comunque in linea con lo stato d'animo del personaggio ancora tormentato dalla perdita dei genitori.

La trama sceglie di risparmiare al pubblico una nuova origin story e opta per la narrazione di un'avventura in cui - viene precisato - Batman veste la maschera già da ben due anni. Matt Reeves decide anche di non riproporre alcun flashback della morte dei signori Wayne, nella consapevolezza che gli spettatori già conoscano a memoria la storia dell'infanzia del piccolo Bruce. Il film è un cinecomic molto cupo, dai toni dark e un po' noir. La trama è quasi quella di un thriller poliziesco. Tutte le vicende avvengono in una squallida e corrotta Gotham City dove proliferano delinquenza e malaffare. Qui Batman, eroe ancora grezzo, lotta contro la criminalità come "vigilante" non del tutto apprezzato dalle forze dell'ordine.

Alla fine si troverà costretto a compiere un'indagine sulle tracce di uno psicopatico che ammazza i politici disonesti e lascia degli indovinelli per lui. È l'Enigmista, un villain costruito in questa sceneggiatura con un profilo di pazzia e intelligenza di tutto rispetto. Apprezziamo anche l'uso smodato dei social da parte del cattivo: un dettaglio non da poco che attualizza in modo notevole certe forme di esasperazione dell'era digitale. A questo proposito il soggetto, in tema di emulazioni - senza abbandonarci agli spoiler -, strizza velatamente l'occhio anche al Massacro di Aurora, un terribile fatto di cronaca che si verificò nel 2012 proprio durante la prima proiezione del film "Il Cavaliere Oscuro - il ritorno".

Le tenebre di Gotham City non sono tanto dissimili dallo stato d'animo dello stesso Batman che nell'intro si descrive essere "ombra". Bruce Wayne invece - per ammissione degli stessi autori - è volutamente qui ispirato a Kurt Cobain. Non a caso alcune sequenze sono accompagnate in sottofondo da delle musiche dei Nirvana. In questa produzione tutta la dimensione crime investigativa e l'apparato tecnico ed estetico sono notevoli. Il film coinvolge lo spettatore tirando di continuo l'amo della suspense e della curiosità. Solo nella seconda parte l'opera inizia a essere un po' meno incalzante per la lunghezza.

La produzione vanta anche il resto del cast altrettanto eccezionale: Zoë Kravitz è Selina Kyle / Catwoman; Paul Dano è Edward Nashton / Enigmista; Jeffrey Wright è James Gordon, Andy Serkis è il vecchio Alfred. Spiace unicamente che, al di fuori di Batman, non sia stato dato adeguato spazio all'approfondimento degli altri personaggi. Quanto sappiamo di loro è stato detto a parole e questo aspetto purtroppo li priva della tridimensionalità che invece meritavano.

Dulcis in fundo compaiono nella storia anche Pinguino (Colin Farrell, Oswald "Oz" Cobblepot) e Joker (Barry Keoghan). Per quanto riguarda quest'ultimo, la sua comparsa nel film è stata accattivante ed eccellente. Soprattutto la scena inedita tagliata e trasmessa al Napoli COMICON il 22 aprile 2022. Tuttavia nel concreto oggi sappiamo bene che per Joker c'è stata vera inflazione cinematografica negli ultimi anni. Motivo per cui inizialmente il villain più papabile per il secondo capitolo della saga era per l'appunto Pinguino. Soprattutto perché, in "The Batman", Oswald "Oz" Cobblepot appare ancora piuttosto acerbo e molto simile - come hanno detto in tanti - a una sorta di Al Capone. Alla fine pare che Matt Reeves avesse in serbo così tante idee per l'evoluzione progressiva di Pinguino nel sequel che la Warner Bros avrebbe deciso di produrre direttamente una serie-tv in più episodi tutta dedicata al personaggio. Pertanto al momento si sa che ci sarà un secondo film, ma non ancora contro chi il protagonista combattere.

In "The Batman" non manca una profonda riflessione morale sull'onestà, la coerenza e l'ipocrisia delle alte cariche, nonché "sulle occasione della vita che fanno l'uomo ladro". In diverse scene Batman si è definito Vendetta, ma non è da escludere che nei prossimi episodi verrà dato più spazio anche alla Speranza. In fondo è questo il valore aggiunto dell'Uomo Pipistrello rispetto agli altri supereroi: le sue non sono solo tradizionali storie di azione e di lotta tra il Bene e il Male. Nelle sue avventure c'è sempre un'analisi, una maggiore attenzione per l'introspezione e l'esplorazione degli abissi umani. 



Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 5 maggio 2022.


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martedì 3 maggio 2022

"La cena perfetta” di Davide Minnella: una commedia non troppo impegnativa per sorridere sul divano

 Auditorium del Teatro Mediterraneo presso la Mostra d'Oltremare in data 25 aprile 2022, in fiera al Napoli COMICON.


RECENSIONE – “La cena perfetta” di Davide Minnella è l’ideale per coloro che hanno voglia di guardare una commedia romantica che non sia strappalacrime o troppo impegnativa. Il film è stato trasmesso in anteprima al Napoli COMICON il 25 aprile, è stato distribuito in sala come evento speciale per tre giorni dal 26 al 28 aprile ed è ora disponibile in digitale su Sky e Prime Video che collaborano al film prodotto da Italian International Film – Gruppo Lucisano e Vision Distribution. 

La trama è molto semplice e la sceneggiatura non cerca di nascondere purtroppo diverse sue lacune. Racconta la storia di Carmine (Salvatore Esposito), un affiliato della camorra che antepone i sentimenti e gli affetti agli affari e ai guadagni illeciti. Per questo motivo il boss Pasquale Rizzuto (Gianfranco Gallo) decide di allontanarlo da Napoli. Lo spedisce a Roma per gestire un ristorante di cui la camorra si serve per riciclare il denaro sporco, un’attività losca più semplice per chi non è capace di ammazzare. Nella città eterna Carmine conoscerà Consuelo (Greta Scarano), una giovane chef scorbutica con cui scatterà la scintilla. Tra debiti economici e problemi con la camorra, i personaggi affronteranno diversi ostacoli. Tuttavia la visione del film si conserva spensierata fino alla fine.


La narrazione è sempre molto leggera, abbraccia toni favolistici. I dialoghi sono infarciti di una buona dose di umorismo. Alle volte si tratta di un’ilarità banale, ma simpatica quanto basta per strappare almeno un sorriso. Una menzione speciale spetta alla comicità di Gianluca Fru (Fru dei TheJackal) che interpreta Rosario, assistente in cucina e poi amico di Carmine. Amato e apprezzato alla follia dal pubblico, di fondo Fru fa ridere perché porta sullo schermo un Rosario che è il Fru di sempre. Insomma, si è puntato abbastanza sul sicuro. Le interpretazioni degli altri attori sono state ottime. Non che ci fossero dubbi, ma Salvatore Esposito, Greta Scarano e Gianfranco Gallo si confermano artisti di qualità.

Notevoli sono anche il montaggio delle scene e la scelta delle inquadrature. In entrambi i casi si è cercato di valorizzare al massimo la centralità della cucina. Ad esempio attraverso l’estetica dei piatti, il ritmo dei fornelli e l’attenzione per le espressioni dei personaggi durante le degustazioni. Tutti elementi forniti allo spettatore per provare a evocare con l’immaginazione anche i profumi e i sapori delle portate in tavola. Tra l’altro la regia di Davide Minnella ha approfittato della consulenza della chef Cristina Bowerman che nel film appare anche in un cameo durante una cena fra ristoratori a cui Carmine e Consuelo partecipano una sera.


In occasione dell’ultimo giorno del Napoli COMICON, come già detto, c’è stata la proiezione in anteprima del film preceduta anche da un incontro con il cast e il regista. Una presentazione in linea con le corde della commedia, senza particolari approfondimenti e a suon di battute. In conclusione “La cena perfetta” è un film che presta anche una certa cura per i dettagli, eppure non vola troppo in alto. Si propone come una commedia discreta e simpatica, calzante per quelle sere in cui si desidera guardare una storia leggera per sorridere senza troppi pensieri.




Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 30 aprile 2022.

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lunedì 18 aprile 2022

"Strappare lungo i bordi”: la serie animata di Zerocalcare da recuperare prima del COMICON


RECENSIONE – Divertente, riflessiva e soprattutto vera. Sono i tre aggettivi che descrivono al meglio “Strappare lungo i bordi”, la serie animata di Zerocalcare che ha riscosso molto successo da novembre 2021. Prodotta per la nota piattaforma di streaming Netflix, la storia rientra perfettamente nel genere della commedia drammatica. Racconta al pubblico le vicende di Zero con i suoi amici Sarah, Secco e Alice. Alterna la narrazione del presente a una serie di aneddoti del passato mostrati attraverso dei flashback. In sei episodi da una ventina di minuti l’uno, il protagonista riesce sempre a trovare un motivo per rimanere invischiato in un labirinto di paranoie. Paranoie e ragionamenti contorti che lo risucchiano come fossero delle sabbie mobili.

Il tutto grazie anche al continuo dialogo con il suo amico Armadillo, una sorta di Grillo Parlante cinico e sarcastico. Un amico immaginario, invisibile e inudibile per tutti meno che per ZeroArmadillo ha propriamente le sembianze antropomorfi dell’animale di cui porta il nome ed è la personificazione delle paure e delle insicurezze del protagonista. Si tratta di un personaggio già noto al pubblico di Zerocalcare perché compare in quasi tutte le strisce e i lavori dell’autore. Nel 2018 ha raggiunto il cinema con il film “La profezia dell’armadillo” di Emanuele Scaringi, la trasposizione dell’omonimo fumetto la cui trama condivide diversi punti in comune con “Strappare lungo i bordi”. 


Armadillo
 parla con uno spiccato accento romano ed è l’unico a cui presta la voce Valerio Mastandrea. Tutti gli altri personaggi sono doppiati, sempre con accento romano, dallo stesso Zerocalcare che scimmiotta voci diverse in maniera esilarante e con effetti acustici. Almeno fino all’ultimo episodio, quando avviene un cambio di rotta per esigenze narrative. Sicuramente la serie, da questo punto di vista, dà soddisfazione a coloro che hanno debole per il dialetto romano e per le espressioni in romanesco. Ci sono però anche altri molteplici motivi per recuperare “Strappare lungo i bordi” prima del Napoli COMICON che si terrà dal 22 al 25 aprile. Non solo perché è breve e godibile. Non solo perché Zerocalcare sarà presente alla fiera tra gli ospiti e sarebbe interessante non essere completamente a digiuno della sue opere.

Guardare “Strappare lungo i bordi” è innanzitutto un’esperienza per leggersi dentro e scoprire che alla fine la propria esperienza di vita spesso è una condizione comune a tantissimi. Nel corso della storia il protagonista Zero si abbandona a innumerevoli elucubrazioni in cui gli spettatori riescono a immedesimarsi e a riconoscersi. Riflessioni intime sul senso di inadeguatezza e di smarrimento, sulle paure e le ansie. Il protagonista condivide i problemi della sua quotidianità con Armadillo, specchio della sua coscienza. Con esempi iperbolici, accende il focus sul perenne senso di insoddisfazione causato dalle pressioni della società.


A fare da contrappeso alle preoccupazioni di Zero, c’è fortunatamente Secco, il suo migliore amico. Il suo personaggio è completamente agli antipodi dei vaneggiamenti del protagonista. Secco incarna alla perfezione il menefreghismo e la capacità di lasciare che tutto scivoli addosso senza alcuno stress. “A me non me ne frega un ca***, annamo a pijà er gelato?” è la frase che Secco ripete tante volte diventando una delle battute più iconiche della serie. In “Strappare lungo i bordi” la dose di leggerezza è garantita dall’autoironia che contraddistingue Zerocalcare. Le conversazioni paradossali con Armadillo oppure con Secco riescono a far ridere nonostante la loro apparente semplicità. Le battute ciniche nascondono sempre una buona dose di acume e di umorismo brillante.

In molti sostengono che “Strappare lungo i bordi” sia la voce di una generazione, il ritratto incredibilmente fedele della condizione dei Millennials. Racconta i loro disagi, le loro aspettative deluse, il disorientamento, l’instabilità economica, l’incertezza del futuro, la mestizia dei bilanci e dei rimpianti. I molteplici timori e il malessere di coloro che, per l’appunto, “non sanno strappare lungo i bordi”. Tutta questa amarezza viene resa al pubblico con un gioco di equilibrismo tra risa spassose e momenti di profonda drammaticità. Una malinconia resa dalla notevole sigla di Giancane insieme a una forte carica di energia. Eppure in alcune interviste Zerocalcare ha dichiarato di non farne un discorso esclusivamente generazionale. Spiega che nelle medesime sensazioni da lui rappresentate spesso si riconoscono anche suoi lettori della generazione X o della generazione Z che alle volte gli scrivono. Pertanto ritiene di raccontare non unicamente i Millennials, alcuni dei quali – d’altro canto – potrebbero non condividere il senso di inadeguatezza. “Strappare lungo i bordi” evoca lo sbandamento di tutti coloro che si sentono incompleti e calpestati dalle convenzioni della società di cui tuttavia sono figli. Di tutti coloro che nella vita sono ancora in viaggio nel loro percorso di crescita, alla ricerca di punti di riferimento che restino finalmente fermi.



Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 16 aprile 2022.

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mercoledì 13 aprile 2022

"Noi”, la serie: il remake di “This Is Us” racconta la famiglia con le sue luci e le sue ombre

RECENSIONE – A pesare sull’ultima serie di RaiUno, “Noi”, è stato un macigno non da poco. La responsabilità di essere il remake della celebre e pluripremiata serie-tv americana “This Is Us” di Dan Fogelman. Il continuo confronto con la versione originale da parte dei numerosissimi fan della serie statunitense è stata purtroppo una pesantissima nota dolente. Come capita spesso in questi casi, il pubblico non è mai contento. Non è contento quando riproponi in maniera fedele il prodotto e non è contento nemmeno quando introduci delle modifiche creative. Certo, alle volte ci sono le eccezioni come nel caso di “Skam Italia” che viene considerato tra i migliori remake europei dell’omonima serie norvegese. Ma non è il caso di “Noi”, una serie molto valida ed estremamente piacevole da seguire, su cui tuttavia è gravato un giudizio troppo severo e ingiusto.

La storia si snoda in dodici episodi, prodotti da Cattleya in collaborazione con Rai Fiction e 20th Television. È andata in onda in sei serate su RaiUno tra marzo e aprile. Le puntate sono ancora disponibili in streaming su RaiPlay. La regia è stata diretta da Luca Ribuoli, mentre le sceneggiature sono state a cura di Sandro Pettaglia insieme a Flaminia Gressi e a Michela Straniero. Il cast americano vantava nomi di rilevanza come Milo Ventimiglia, Mandy Moore e Sterling K. Brown che hanno vinto Emmy e Golden Globe per i ruoli interpretati. Il cast italiano ha annoverato attori all’altezza e altri un po’ più giovani e acerbi, ma comunque talentuosi.

La trama racconta le vicende della famiglia Peirò nell’arco di circa quarant’anni, dagli anni Ottanta al 2018. Esattamente come avviene nell’originale “This Is Us”, la narrazione avviene su più linee temporali. Non si tratta di semplici flashback. È proprio una nuova formula peculiare della serie statunitense che prevede un montaggio alternato delle diverse fasi della vita dei protagonisti. Il tutto per rendere la visione più agile e meno statica, rivoluzionando quello che da decenni era il classico “family drama”. Ecco allora che in “Noi”, in contemporanea, ci viene presentata la coppia Pietro e Rebecca all’inizio degli anni Ottanta, in procinto di diventare genitori di ben tre pargoli. Poi tutti e cinque ancora negli anni Novanta, quando i bambini hanno nove anni, e ancora nei primi anni Duemila, quando i figli sono adolescenti. Il passato si intreccia con il presente, dove i tre ragazzi sono ormai persone adulte di 34 anni alle prese con i loro problemi e la loro vita.

Quella dei Peirò non è affatto una famiglia normale. Non rispetta assolutamente gli standard classici della “Mulino Bianco” per intenderci. È piuttosto “un dramma shakespeariano” per usare la definizione pronunciata con sarcasmo da uno dei personaggi stessi della serie. Pietro (Lino Guanciale) e Rebecca (Aurora Ruffino) si incontrano e si innamorano. Decidono di mettere su famiglia insieme, nonostante le scarse risorse economiche e l’iniziale diffidenza di lei verso la maternità. Rebecca resta incinta di tre gemelli, ma purtroppo durante il parto ne muore uno. Pietro convince la moglie ad adottare un bambino nero abbandonato proprio quel giorno fuori una questura. I due novelli genitori torneranno così a casa con “i fantastici tre”, tre figli ognuno con le proprie difficoltà.

Abbiamo Daniele (Livio Kone) che cercherà per tutta la vita tra i neri chi possa essere il suo vero padre biologico. Incontrerà Mimmo (il bravissimo Timothy Martin) quando il tempo a disposizione da condividere sarà ridotto. Poi c’è Caterina, detta Cate (Claudia Marsicano, vera rivelazione della serie), che dall’infanzia lotta contro il suo eccessivo peso. Anche quando incontrerà un amore importante, Teo (Leonardo Lidi). Infine Claudio (Dario Aita), sempre insicuro, il cui problema probabilmente è sempre stato l’essere il più trascurato tra i tre fratelli perché quello apparentemente senza difficoltà. Tra i personaggi secondari compare anche Massimo Wertmüller nei panni del dottor Roberto Castaldi che assiste Rebecca durante la nascita dei bambini. Senza contare il cameo di Michele Placido come se stesso.

Come ha dichiarato Livio Kone (Daniele) alle telecamere, “Noi” è una serie con cui “si ride, si piange e si empatizza”. Certo, nel paragonarla alla serie originale è possibile trovare mille peli nell’uovo. Tuttavia è innegabile che, soprattutto senza aver guardato “This Is Us”, la fiction riesca a emozionare i suoi spettatori. Ci si commuove nei vari momenti drammatici, ma allo stesso tempo ci si diverte grazie all’umorismo e alla leggerezza di molti dialoghi. Ad esempio con le battute di Teo, il fidanzato tenero e burlone di Cate, o con quelle di quel combinaguai di Claudio, attore di teatro alla prima esperienza, che in ogni episodio viene riconosciuto per aver interpretato il Maestro Rocco nell’omonima fiction di fantasia.

Sullo sfondo la storia di un Paese, dell’Italia. Non solo i Mondiali di calcio dell’82. Sia Rebecca che Cate amano cantare e, servendosi della loro passione, la serie ci regala l’interpretazione di diverse canzoni italiane attraverso i decenni. Ascoltiamo “T’appartengo” di Ambra Angiolini cantata dalla piccola Cate e ballata con il suo babbo, ma non mancano anche eccezionali “Se telefonando” di Mina, “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini e altre canzoni ancora. La colonna sonora è la pregiata “Mille stelle” cantata da Nada che ne ha curato anche le musiche insieme ad Andrea Farri. Il brano si ispira al tema musicale di “This Is Us”, composta completamente con la chitarra.

In molti non hanno apprezzato la scelta di far interpretare Betta, la moglie di Daniele, a Angela Ciaburri piuttosto che da un’attrice nera come nella serie originale. L’accusa è quella di aver snaturalizzato i personaggi e il loro forte senso di appartenenza alla comunità nera. La regia di “Noi” ha prontamente risposto alle critiche spiegando che la decisione è stata dettata dall’esigenza di conservare il copione verosimile. Purtroppo per il tessuto sociale italiano, diverso per motivi storici da quello made in USA, sarebbe stato più complicato per Daniele trovare nelle vicinanze un’altra famiglia nera di pari estrazione sociale. Tuttavia il risultato è ugualmente ben riuscito: la famiglia di Daniele, con le due bellissime bambine Teresa (Isabel Fatim Ba) e Anna (Sofia Bendaud), è un esempio di famiglia multietnica e felice. 

In conclusione possiamo accogliere le parole di Lino Guanciale che in “Noi” ci regala il padre che a ogni persona piacerebbe aver avuto come genitore: “La famiglia non dipende dal sangue, ma dipende dalle scelte che si fanno per amore”. Ed è proprio questo che “Noi” ci insegna. La famiglia ha sempre delle luci e delle ombre. Tutti matrimoni hanno dei momenti di “alto e basso", tutti i fratelli e le sorelle litigano, le incomprensioni nelle relazioni sono frequenti. Alla famiglia Peirò non interessano le apparenze. Affrontano i problemi, si interrogano, cercano soluzioni, non si arrendono. Eppure, nonostante i tormenti quotidiani di ciascuno, insieme riescono ugualmente a ricreare la serenità di un’atmosfera domestica. Qualsiasi cosa accada, restano pur sempre una famiglia.



Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 11 aprile 2022.

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