giovedì 22 agosto 2019

"Napoli velata”: un film fumoso sui misteri dell’esoterismo partenopeo e quelli della vita



RECENSIONE – Un film fumoso, dalla trama intricata. Enigmatico. Probabilmente volutamente criptico. È quanto in sintesi si può dire a proposito di “Napoli velata”, l’ultima pellicola del regista Ferzan Özpetek. Al termine della proiezione sono tanti i dubbi e le perplessità che assaliscono lo spettatore che, di primo acchito, prova la desolante sensazione di non aver forse capito esattamente tutto. Forse gli sarà sfuggito qualche particolare, prova a giustificarsi mestamente durante i titoli di coda. Ciononostante sente di esser stato positivamente stordito dalle immagini, dai colori e dal folclore in cui “Napoli velata” l’ha immerso per due ore. Sensazioni di trasporto, confusione e angoscia attraversano tutta la storia senza abbandonare né i personaggi e né il pubblico.

La  città di Napoli sullo sfondo si rivela più scenografica che mai. Bellissima e ammaliante, conferma di esser nata per il cinema e il teatro. I suoi miti, le tradizioni e le superstizioni che la popolano non rinunciano al loro fascino. Seducono e incuriosiscono passanti, scettici e incauti senza alcuna distinzione. Ed è forse qui che la trama contorta e il carisma dell’esoterismo partenopeo si incontrano in un noir irrisolto. “Napoli velata” si articola superficialmente come un giallo, ma non desidera guidare lo spettatore verso un’univoca soluzione del delitto. Preferisce abbandonarsi al mistero perché il rompicapo vissuto dai protagonisti diventa in questo modo il doppio più palpabile di quei misteri trascendentali che abitano la dimensione dell’occultismo popolare. L’astrusità della scomparsa di Andrea finisce con l’essere quasi una proiezione contemporanea della leggenda napoletana secondo cui Raimondo Di Sangro, settimo Principe di Sansevero, avrebbe reso cieco l’artista Giuseppe Sanmartino dopo la realizzazione del Cristo velato, in modo che non avesse più l’opportunità di riprodurne una copia. “Non è vero, ma ci credo” potrebbe essere un po’ il messaggio che fra una sequenza e l’altra del film si percepisce: non crediamo alle medium, ma provar non nuoce. Non crediamo ai complotti, ma nutriamo poca fiducia verso coloro che avvertiamo ambigui e potenzialmente ipocriti. Non crediamo ai fantasmi, ma alle volte tutto sembra possibile e così via.



sostegno di questa vaporosa interpretazione, tutto il film è attraversato dalle immagini intriganti di occhi e veli. Immagini ora solo evocate, immagini ora mostrate… ma non importa. Costituiscono in ogni caso delle costanti nella pellicola che non possono essere state inserite a caso senza un significativo contenuto recondito. Dall’occhio della bambina all’amuleto del padre, dagli occhi di Andrea a quelli di Sanmartino, dal velo della Figliata dei Femminielli  a quello dell’utero in bassorilievo artistico, dal velo del Cristo velato al velo che nasconde la verità che la pellicola prova a raccontare. Se a tutto ciò si aggiungono le citazioni cinematografiche che citano Hitchcock o le scene nel Museo Archeologico che portano alla mente “Viaggio in Italia” di Rossellini (1954), scopriamo che “Napoli velata” sceglie di giocare investendo su una grossa puntata. E poiché purtroppo la sua sceneggiatura non  risulta all’altezza dei propositi concettuali, finisce col rivelarsi un film interessante, ma imperfetto e pretenzioso con eccessive aspettative intellettuali. Una pellicola che nasce come thriller e inciampa come commedia.

Il soggetto intriga, ma è stato sviluppato senza curare troppo i dettagli. Ne deriva pertanto una storia con troppe lacune disseminate lungo il percorso dei personaggi (tanto per dirne una: alla fine chi ha messo davvero a soqquadro l’appartamento di Adriana?) e condonare tutti i vuoti con l’ambiguità della verità non basta. Le sequenze erotiche all’inizio del film sono state inutilmente lunghe e a tratti volgari, ma soprattutto la loro natura esplicita poco funzionale allo sviluppo della trama. Riflettendo su tutta la vicenda narrata, la devota ossessione della protagonista appare forzata in seguito a un banale incontro di sesso occasionale. Non vogliamo film di donne a tutti i costi pudiche e riservate, ma raccontare uno slancio emotivo costruito quasi solo sulla dimensione carnale sembra far perdere spessore e credibilità alla protagonista. Allo stesso modo in eccesso appare l’inserimento del suo passato drammatico. “Napoli velata” diventa in questi termini un minestrone con troppa carne a cuocere in cui niente viene cotto a puntino.


Altra carenza del film è il non aver approfondito la dimensione più sacra della città partenopea. La complessità del connubio sacro e profano viene messa da parte per arginare la prima dimensione in un’unica scena in cui Adriana, camminando, si ferma a osservare un crocifisso. Una scelta che ha appiattito la natura tortuosa della cultura nostrana. Tuttavia non ci stendiamo sopra un velo pietoso perché le molteplici pecche di questa pellicola vengono perdonate grazie all’eleganza di alcune maestrali sequenze di macchina e alla performance di un cast di attori rinomati che annovera Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Lina Sastri, Luisa Ranierie Isabella Ferrari. In conclusione un film da guardare senza troppe pretese, con lo stesso spirito di curiosità e la voglia di mettersi alla prova con cui ci si approccia a un rebus.



Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 24 gennaio 2018.

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venerdì 16 agosto 2019

"Le nonne" di Doris Lessing: l'amarezza della vita in tre racconti



RECENSIONE - Vi è mai capitato di avere l'impressione di star subendo delle ingiustizie da parte della vita? Magari per puro suo sadico accanimento o a causa della pressione sociale e di altre circostanze analoghe... Oppure peggio: avete mai avuto la sensazione di star vivendo una vita che non sia la vostra? Sono forse proprio questi i disagi umani che Doris Lessing esplora attraverso i tre racconti raccolti nel libro "Le nonne".

Il primo dà il titolo all'opera, "Le nonne" per l'appunto. Nel 2013 la regia di Anne Fointane ne ha tratto anche il film "Two mothers". La vicenda è di per sé pruriginosa perché narra di due amiche,  delle donne adulte, che si lasciano travolgere da una discutibile passione che ciascuna delle due condividerà per anni con il figlio dell'altra e viceversa sin dall'epoca in cui i ragazzi sono solo dei sedicenni. Eppure la Lessing racconta il tutto con adeguato distacco, senza puntare il dito o far pesare un giudizio morale sui fatti. Soprattutto lo fa con eleganza, senza soffermarsi su particolari erotici. Solo sulle dinamiche relazionali e psicologiche, per quanto in maniera intenzionalmente fredda e cinica.

Il secondo racconto è "Victoria e gli Staveney", la vicenda di un'orfana nera che dopo una dura infanzia avrà per caso una bambina dal figlio di una facoltosa famiglia  di bianchi e sarà a lungo divisa fra il dare a sua figlia ciò che non ha avuto lei da piccola e il perderla quasi del tutto. La storia invita a riflettere fin dalle prime pagine su alcune forme sottili di discriminazioni difficili da sradicare dal senso comune e sberleffa modi e approcci politicamente corretti di taluni ambienti. Da una parte la fragilità e l'ingenua impotenza di una protagonista abbandonata al corso degli eventi e forse per questo più vera del personaggio femminile forte e con gli attributi che a molte sarebbe piaciuto scoprire. Dall'altra tutta l'ipocrisia del perbenismo della classe borghese che si compiace nel sentirsi buona e generosa secondo i propri desideri.

L'ultimo testo è "Il figlio dell'amore". Il ritmo è molto più lento e trascinato rispetto ai precedenti racconti, ma probabilmente l'effetto è voluto per trasmettere l'angoscia dell'attesa che avverte il protagonista, un soldato convinto per vent'anni di aver ingravidato lontano da casa una donna amata e mai più rivista negli anni della guerra .

Tre racconti, tre storie, ma l'amarezza dell'esistenza sottolineata è la stessa. La maestria di Doris Lessing, non a caso Premio Nobel per la Letteratura nel 2008, si riconferma grazie alla sua incredibile capacità di narrare le vite dei suoi personaggi con stile pulito, scorrevole come acqua su un piano inclinato, e al suo talento nel sondare sentimenti di incredibile afflizione e mestizia.

Di Valentina Mazzella


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mercoledì 31 luglio 2019

"Blu" di Sergio Bambarén: mare, ottimismo e noia



RECENSIONE - Mi era stato a lungo più volte consigliato con entusiasmo da mia madre e, incoraggiata anche dalla fama che acclama lo scrittore, alla fine l'ho fatto: ho letto "Blu - Una storia di vita e di mare" di Sergio Bambarén, il noto autore de "Il Delfino". L'ho letto e purtroppo mi ha delusa. Anche per questo preferisco scrivere in merito una recensione un po' più informale. Il racconto è breve e scritto bene. Si legge in poche ore, anche con la testa altrove. Il ritmo assai scorrevole è farina dell'autore, ma sicuramente merito anche della traduzione curata da Marina Marini nell'edizione Mondolibri in mio possesso. 

Le immagini di Tobago, dei paesaggi naturali, degli ipnotici fondali marini e delle misteriose creature che vi abitano prendono forma nella mente del lettore in maniera nitida parola dopo parola. Il libro è una raccolta di ricordi e riflessioni su luoghi, persone e incredibili coincidenze in cui Bambarén si imbatte di volta in volta giunto in Venezuela per staccare la spina. È il diario di una vacanza che si rivela essere un viaggio dentro se stessi, un viaggio che chi legge scopre di poter far accanto allo scrittore grazie al suo inchiostro.



E allora cos'è che non mi ha soddisfatta? L'estenuante ottimismo di Bambarén in ogni singola frase, la morale positiva dietro ogni angolo e ogni sasso, il buonumore a tutti i costi... Non c'è pathos, non c'è suspense, non c'è crisi, non c'è inquietudine, non ci sono problemi da superare o colpi di scena a ravvivare la vicenda... Fondamentalmente perché non si tratta proprio di un romanzo che si propone questo taglio. Non ha fra le sue aspettative e le sue intenzioni quella di creare tensione nel lettore. Tutto il panigirico su quanto meravigliosa e ricca di sorprese la vita possa essere non è, almeno nel percorso del libro, una verità acquisita dopo un travaglio. Nessun cielo sereno dopo la tempesta. Solo tanta tanta tanta fiducia gratuita nel mondo, nella gente e nella vita. Gratuita. Messaggio che io assolutamente condivido in prima persona. 

Tuttavia abbandonato in questo modo sulla carta - fra una bella descrizione del mare e l'altra - perde, almeno per i miei personali gusti, attrattiva. Diventa un piccolo cumulo di frasi scontate che, per quanto vere e belle possano essere, ci si annoia a leggere. In conclusione quanto recrimino a Bambarén è la banalità con cui ha confezionato la storia. La lettura di questo romanzo è davvero un po' come un'immersione a diversi metri di profondità: scopri retroscena bellissimi, eppure dopo un po' ti manca l'ossigeno. Per la noia...

Di Valentina Mazzella


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sabato 20 luglio 2019

"Spider-Man: Far from home": Bimbo-Ragno passa per Venezia

             

RECENSIONE - "Casa dolce casa" si dice, eppure nel suo ultimo film il nostro amichevole Spider-Man di quartiere dimostra di sapersela cavare egregiamente anche dall'altra parte del mondo. Bimbo-Ragno attraversa l'oceano Atlantico per un semplice viaggio scolastico e si ritrova ad affrontare minacce, a combinare come al solito guai e a compiere grandi imprese in varie città europee. Questa è stata la prima sfida accettata "Spider-Man: Far from home" di Jon Watts: portare il nostro supereroe lontano dalla sua abituale comfort-zone del Queens.

E già a questo punto si lasci affermare che sensazionali sono in particolar modo le sequenze girate a Venezia. Dimostrazione lampante del fatto che, se mai in Italia decidessimo di investire seriamente grandi budget nel cinecomics, le nostre location non avrebbero nulla da invidiare alle scenografie americane per le storie di supereroi! Altro che grigi grattacieli newyorchesi... Vedere gli effetti speciali applicati ai canali di Venezia con le possibilità dell'architettura tricolore e delle nostre peculiarità è stato spettacolare! D'altronde lo sa bene, ad esempio, Gabriele Mainetti che nel 2015 ambientò "Lo chiamavano Jeeg Robot" nell'italianissima Roma con tanto di eroe in cima al Colosseo. Un po' più scettico Gabriele Salvatores che per "Il ragazzo invisibile" a suo tempo in un dibattito al Napoli COMICON ammise di aver scelto Trieste come sfondo perché "visivamente la meno italiana delle città in Italia". Pertanto la fantastica fotografia di "Spider-Man: Far from home", inconsapevolmente, offre anche una piccola riflessione anche per il nostro panorama cinematografico.


Per il resto tante cose bollono in pentola in questo episodio della saga. C'erano tante spiegazioni da rendere al pubblico dopo "Avengers: Endgame" e non è per nulla di poco peso la proposta di un Peter Parker chiamato a raccogliere l'eredità di Iron-Man. Fra l'altro la presenza del fantasma di Tony Stark si respira per tutti i centodieci minuti di proiezione. Quindi siamo di fronte a una trama ricca, ma ben costruita con situazioni e dialoghi spesso esilaranti. Una sceneggiatura che mira a decostruire abbastanza l'immaginario classico che il personaggio di Spider-Man ha avuto per settant'anni per reinventarne uno un po' più fresco. Si pensi ad esempio alla giovane età della zia May e alla totale assenza dello zio Ben.

Tuttavia ciò che resta inalterato è lo spirito e la psicologia di un ragazzo normale alle prese con responsabilità apparentemente più grandi di lui. Comune infatti è la quotidianità condotta da Peter, interpretato da Tom Holland ancora una volta egregiamente. Non a caso il film non si preclude spezzoni da commedia amorosa-adolescenziale oltre alle obbligate scene d'azione da mitologia Marvel. Il tutto senza risultare smielato, strappando sempre una risata dei presenti in sala. Anche la netta divisione fra buoni e cattivi, non troppo originale, non disturba. Il finale lascia i giusti elementi per creare suspense e accattivare la fiducia nei prossimi episodi che attendiamo con trepidazione.

Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 20 luglio 2019.

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giovedì 13 giugno 2019

"La bella estate" di Cesare Pavese e il passaggio dall'infanzia alla vita adulta


RECENSIONE - Si tratta solo di un centinaio di pagine, eppure "La bella estate" (1940) di Cesare Pavese è un romanzo breve di tutto rispetto. Non a caso fa parte di un trittico che con "Il diavolo sulle colline" (1948) e "Tra donne sole" (1949) nel 1950 vinse il Premio Strega.

La storia raccontata è ambientata nella Torino del secondo dopoguerra, quella negli anni Quaranta. Ecco allora che scrittura, atmosfere e costumi ci appaiono molto diversi da quelli odierni, sebbene mai "vecchi". A discapito della positività espressa dal titolo, ogni pagina è impregnata di una forte malinconia. Il lettore è invitato a vivere la quotidianità della protagonista, Ginia, nella stagione del suo passaggio dall'infanzia all'età adulta e ad assaggiarne con lei tutti i bocconi amari che questo comporta. È il racconto di un'estate così come metaforicamente in fondo ogni adolescente ha attraversato nella propria vita. 

Ginia ha sedici anni e pensa ingenuamente di essere già "grande" perché vive con il fratello maggiore badando da sola alla casa. Invece nel confronto con la disinibita amica Amelia si renderà conto, pur senza ammetterlo apertamente, di essere impreparata alla vita degli adulti a cui desidera appartenere. L'epoca descritta è quella in cui le ragazze venivano educate alla poca confidenza accordata ai ragazzi e al pudore. Pavese racconta l'emancipazione femminile così come viene percepita inconsciamente da Ginia ed Amelia, come una forma di ribellione al perbenismo e agli altri schemi della società borghese del tempo. Fumare, frequentare caffè, tornare a casa di notte, posare nude, avere amicizie maschili sono tutti modi per loro di rivendicare la propria indipendenza. Ciononostante dietro a tanta apparente spensieratezza non vi è felicità. Solo inquietudine. L'inquietudine tipica dell'adolescenza, ma non solo. L'amicizia fra le due ragazze non è veramente genuina, ma contrassegnata da opportunismo e una celata competizione femminile. La solitudine, la smania di non esser da meno rispetto ad Amelia e il desiderio di sentirsi amata e apprezzata spingeranno Ginia a lasciarsi affascinare da un ambiente quasi bohemien di giovani pittori improvvisati. Vivrà pertanto un primo tormentato amore, forse vissuto solo a senso unico, sciupando tuttavia innocenza ed energie per quella che si rivelerà una delusione.

"La storia di una verginità che si difende" è la definizione che Cesare Pavese scelse per indicare il sunto della sua opera. Ed effettivamente siamo di fronte a un lavoro letterario in cui la componente erotica si avverte forte, eppure con eleganza. Un erotismo che non ha nulla a che fare con la spregiudicatezza, spesso volgare e fine a se stessa, di oggi. In linea con i tempi, quello di Pavese è un erotismo delicato inserito in un clima emotivo troppo spesso grave in cui ogni dettaglio si presta a molteplici interpretazioni. Si pensi anche solo alla tenda che inizialmente aveva ispirato addirittura il titolo del libro. Una tenda che separa la fanciullezza di Ginia dalla sua nuova identità di donna, ma anche il visto dal non visto e il raccontabile da quanto invece è preferibile tacere.

Di Valentina Mazzella


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giovedì 6 giugno 2019

Dialogo con un imbuto di plastica




"Forse hanno ragione. Forse sono davvero pazzo" disse Paolo ad alta voce. Si massaggiava le tempie disegnando con i polpastrelli piccoli cerchi invisibili. Erano settimane che avvertiva una grossa tensione.
"Perché dici così?" chiese l'imbuto di plastica. Era sul tavolo a cui Paolo sedeva. Era bianco e capovolto con il beccuccio all'insù.
"Mi sembra ovvio: per colpa tua! Perché parlo con te!".
"Mi spiace. Mi spiace molto crearti di questi problemi" rispose l'imbuto rammaricato.
"Lascia stare... Non è realmente colpa tua. È che sono pazzo. È il mio cervello a essere difettoso..." commentò Paolo con gli occhi serrati. Avrebbe tanto voluto scomparire.
"Mi spiace lo stesso. Credimi, sono sincero".
"Allora potresti iniziare con lo stare zitto!" sbottò Paolo con un improvviso  tono adirato. Seguì un lungo minuto di silenzio. A interromperlo fu sempre l'uomo: "Che fai? Davvero non parli più?".
"Eh, tu mi hai detto di starmene zitto... Non ti vado bene neanche in questo modo? Beh, dovresti decidere..." sentenziò risentito l'imbuto bianco. A quanto pareva, i modi bruschi di Paolo dovevano averlo offeso.
"Non dovevi rispondere: era una prova! E poi non fare così... Cerca di comprendermi! Ti dico che la gente pensa che io sia matto! Matto, capisci? Fuori come un balcone...".
"Ma perché?".
"Perché parlo con te! Parlo con un imbuto!" ribatté Paolo. Aprì gli occhi e puntò lo sguardo sgranato sull'oggetto. Non aveva una bocca, eppure sentiva una voce provenire da esso. Era una vocina grossa, proprio come quella risonante di qualcuno che prova a parlare in un imbuto o in un secchio. 
"E che male c'è, scusa? Siamo amici noi in fondo... Oppure no?".
"Sei serio? Gli imbuti normalmente non parlano!" urlò Paolo iniziando a picchiettarsi la testa con le nocche dei pugni chiusi.
"Sembri un po' esaurito, lascia che te lo dica..." commento l'imbuto sospirando pesantemente.
Paolo si alzò dalla sedia. Non ce la faceva più a stare fermo. Doveva sgranchirsi un po' le gambe. Perciò iniziò a percorrere la cucina a grandi passi, andando avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro.
L'imbuto sospirò di nuovo in maniera rumorosa. Poi parve attendere qualche attimo prima di dire: "Normalmente... Normale di qua, normale di là... Ma che ti importa di quello che pensa la gente? Tu senti di stare bene?".
Paolo si fermò di colpo al centro della cucina. Quelle parole lo innervosirono ulteriormente. Sbraitò: "PARLO CON UN IMBUTO! Parlo con un cavolo di imbuto! E mi chiedi se stia bene? Credo che sia legittimo da parte mia provare a capire se io abbia o meno tutte le rotelle al loro posto! Stupido io che continuo anche a risponderti...".
In preda a un momento di debolezza, Paolo tornò a sedersi al tavolo. Le ginocchia sembravano non reggere più il suo peso. Temeva di poter svenire da un momento all'altro. Meditò se fosse il caso di bere un bicchiere di acqua con dello zucchero. Poi lo assalì una paura tremenda: quella di aprire la credenza e scoprire che magari vi potessero essere altre cose capaci di parlare. Gli passò subito il desiderio dell'acqua con lo zucchero, nonostante il crescente calo di pressione.
"È lui che parla o io che sento le voci?" domandò Paolo a se stesso, chiudendo gli occhi. Puntò i gomiti sul tavolo e tornò a massaggiarsi le tempie.
"Parli sempre di me?" chiese timidamente l'imbuto di plastica.
"Shhhhhhhh!" lo zittì l'uomo. Voleva riflettere. Non riusciva tuttavia a trovare una risposta al dilemma. "Sulle persone come me ci scrivono le barzellette, ti rendi conto?".
"Barzellette?".
"Sì, barzellette... Ad esempio quella del malato di mente che in manicomio parla con lo spazzolino da denti e cerca di apparire sano durante una consulenza con lo psichiatra...".
"Ma io non sono uno spazzolino da denti e comunque non la conosco" disse l'imbuto.
"Non importa. Non ho voglia di raccontartela".
"Prima mi raccontavi tanti aneddoti divertenti. Ti sono diventato all'improvviso tanto odioso?".
"Non provare a fare leva sui sensi di colpa con me, ti avverto!" protestò Paolo irrigidendosi sulla sedia. Gli puntò il dito contro e, gesticolando, iniziò a farneticare: "Vogliamo parlare? Vogliamo parlare? E allora discutiamo proprio del perché io parli con te... Quale potrebbe essere la spiegazione? Dal punto di vista psicologico, si capisce...". Era visibilmente agitato. Non aveva per nulla una bella cera. "Quale messaggio recondito potresti nascondere? Cosa starà cercando di dirmi la mia testa? Vediamo: imbuto, imbuto, imbuto...".
"Secondo me dovresti calmarti. Forse non dovevi bere quel caffè poco fa".
Paolo non si curò di quella considerazione e proseguì con le sue riflessioni: "Mi viene in mente l'imbuto che aveva in testa L'Uomo di latta nella storia del Mago di Oz, certo. Tuttavia non capisco perché quel personaggio dovrebbe avere un nesso con la mia vita...".
"Neanch'io sinceramente" bofonchiò l'imbuto.
"Non mi sei di aiuto" lo apostrofò Paolo. "Oppure rammento che alle scuole elementari, per insegnare a noi bambini la lettera 'i', la maestra usasse spesso il disegno di un imbuto. Sai, la 'i' di imbuto".
"E perché non la 'i' di indiano?".
"Non lo so, ma questo non c'entra. Soffermiamoci sugli imbuti, non sugli indiani. Anche questo ricordo non mi sembra pertinente..." piagnucolò Paolo reggendosi la testa con entrambe le mani. Aveva paura. Paura di ammettere che gli altri avessero ragione. Probabilmente era davvero il caso di rivolgersi a uno specialista.
"C'è anche l'imbuto che tuo nonno usava per travasare il vino nei fiaschi. Magari sei ubriaco" suggerì l'imbuto bianco.
"Ma io sono astemio!" sbottò Paolo. "Oppure sono così ubriaco da credermi sobrio! Sarebbe possibile una cosa del genere?".
"Sono un imbuto io. Non mi sono mai sbronzato".
"È tremendo. Tutto tremendamente tremendo. Cielo! Le alternative sono due: o mi rivolgo a uno psichiatra o continuo a fingere con tutti di non sentirti parlare. Se però così rischiassi poi di degenerare?" confessò Paolo alzandosi di nuovo in piedi. Attraversò la cucina, raggiunse il lavello e aprì il rubinetto dell'acqua fredda. Si sciacquò il viso con gesti lenti e meccanici. Richiuse il rubinetto e si asciugò con uno strofinaccio pulito riposto là accanto. Si voltò e tornò a guardare pensieroso l'imbuto bianco sul tavolo.
"Sto meditando... Sei uno strumento che serve a travasare liquidi poco alla volta, senza sprechi e disastri. Forse dovrei concentrarmi sulla tua funzione".
"Può darsi. Adesso ti va di travasare un po' di acqua nelle bottiglie?" propose l'imbuto bianco con voce un po' annoiata.
"Va bene, ma riempiamo solo tre bottiglie".


Racconto breve di Valentina Mazzella



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sabato 1 giugno 2019

Favolosamente fiabesco il nuovo "Aladdin" della Disney


RECENSIONEFavolosamente fiabesco al punto giusto il nuovo film “Aladdin” di Guy Ritchie. In realtà, considerando il grosso budget investito dalla Disney, sarebbe stato abbastanza grave se il risultato avesse deluso le aspettative. Un prodotto brioso, con scenografie da cartolina ben curate e una fotografia variopinta ricca di colori irresistibili. Il soggetto è ben sviluppato garantendo allo spettatore un accattivante equilibrio di romanticismo, risate, commozione e tensione. Trattandosi di un musical la pellicola è scandita da diversi momenti canori: i balletti dinamici sposano bene il ritmo del film e le canzoni si lasciano apprezzare e canticchiare dal pubblico coinvolto.
Mozza il fiato la bellezza bruna di Naomi Scott nei panni della principessa Jasmine e dei magnifici costumi di scena che le sono stati assegnati. Eppure tale incanto non ci distrae e ci permette ugualmente di riflettere sull'importante messaggio di cui si fa portavoce: anche in questo live-action abbiamo una principessa con gli attributi. Una principessa che non si lascia salvare e basta. Una principessa che studia, che ha ambizioni personali, che non vuol restare zitta in qualità di donna o essere apprezzata esclusivamente per la propria estetica.


Mena Massoud incarna invece a perfezione il volto e l’atteggiamento dell’Aladdin con cui intere generazioni sono cresciute dal 1992 in poi, l’anno della produzione del film d’animazione Disney. Adorabile ladro onesto e straccione abile e furbo allo stesso tempo. Tuttavia è indubbiamente Will Smith a rubare poi la scena a tutti sin dalla sua prima apparizione nel ruolo di Genio. Non solo con una performance eccelsa, ma anche grazie alla storyline secondaria di tutto rispetto che lega il suo personaggio a quello di Dalia, l’ancella di Jasmine interpretata da Nasim Pedrad.


Interessante è notare come la trama riesca a promuovere valori che dovrebbero oggi essere scontati – ma purtroppo non lo sono – senza scadere nel banale o in certi moralismi. Insomma, in conclusione un ottimo live-action che soddisfa i target del film per famiglie della tradizione Disney, strizzando non poco però l’occhio anche alle coppiette affamate di racconti d’amore.

Di Valentina Mazzella  pubblicato sul Napolisera.it in data 2 giugno 2019.

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