martedì 17 agosto 2021

La farfalla nel sacchetto blu - racconto breve

 


"Liberala. È fatta per essere libera. Così muore" ripeteva la madre china sul figlio. 

Lui, un bambino di circa sette anni, si disperava sotto l'ombrellone per averla vinta. Stringeva in una mano un sacchetto di carta blu. "No, no, no! Non voglio! Voglio portarla a casa. Se la libero poi sono triste e piango". Il capriccio aveva tutto il sapore di una minaccia. 

"Ma non ci arriverà a casa. Morirà. Sarai felice se muore?" chiese la donna. Cercava di conservare un tono di voce dolce e pacato, ma nel mentre si guardava attorno. Spiava i bagnanti e i vicini di ombrellone che, fingendosi distratti, osservavano la scena. 

Il bambino infilò una manina nel sacchetto e ne estrasse una farfalla di un giallo pallido. La tratteneva stringendone le delicatissime ali fra l'indice e il pollice. Agitava il braccio in aria. "Non mi interessa. Se la libero piango! Non voglio che sia libera. Poi piango. Voglio portarla a casa". 

Intervenne il padre. Con maggiore fermezza invitò il bambino a essere più ragionevole. "Dai, che ti insegno a guardare i pesciolini sott'acqua con la maschera" promise. 

Il figlio ripose la farfalla nel sacchetto blu con i lacrimoni agli occhi. Lo fece con gesti lenti ed esitanti. Non era convinto della propria scelta. Singhiozzava e tirava su con il naso. 

Il padre lo accarezzò sulla testa. Prese il sacchetto e lo aprì con garbo. La farfalla ne uscì con scarso equilibrio e un volo instabile. Aveva perso un po' della sua grazia, ma finalmente era salva. Si allontanò lentamente. Volava basso, a non più di un metro da terra. Come fosse già stanca, si posò presto su uno scoglio a due passi dall'ombrellone della famiglia. Forse per riposare, per riprendere le energie. 

"Non voglio che sia libera! Non voglio! Non voglio!" iniziò a gridare il bambino a squarciagola. Piangeva rosso in viso. Seguì la farfalla fino alla roccia. "Adesso sono molto triste! Molto molto triste!".

"Ma è nata per essere libera. Non puoi tenerla prigioniera" spiegò la madre sbirciando sempre attorno. Probabilmente cercava approvazione oppure temeva di apparire una madre incapace di educare il figlio. Era in imbarazzo. 

"La rivoglio! La rivoglio!" protestava il bambino piangendo sempre più forte. 

"Ma morirà".

"La voglio! La voglio!".

Il padre esausto, stanco di quella scenata, raggiunse lo scoglio con in mano il sacchetto di carta blu. Catturò la farfalla gialla per le ali tremanti e la intrappolò di nuovo. Consegnò il sacchetto al figlio e in silenzio tornò all'ombrellone. Si accomodò su lettino disposto all'ombra. Non pronunciò una parola. Con gli occhiali da sole sul naso, si isolò dal mondo. 

La moglie si guardò ancora attorno con un'espressione colpevole. Abbassò lo sguardo. Il bambino corse felice e soddisfatto verso la riva con il sacchetto stretto nella manina. Il mare era limpido e fresco per giocare. 


Di Valentina Mazzella


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lunedì 22 marzo 2021

"In arte Nino”: il delicato omaggio a Nino Manfredi andato ieri in onda

RECENSIONE – Un delicato omaggio al grande Nino Manfredi è stato il film “In arte Nino” trasmesso ieri sera in prima visione su Rai1. E soprattutto un eccezionale successo che ha quasi raggiunto i 6 milioni di spettatori, rivelano i sondaggi. Il film, prodotto proprio dalla Rai Fiction, è stato diretto fra l’altro da Luca Manfredi (figlio di Nino Manfredi ed Erminia Ferrari… E scusate se è poco!). Pertanto racconta episodi e fatti in maniera abbastanza veritiera e ricca di dettagli.

Le deliziose musiche leggere di sottofondo, le gradevoli scenografie anni ’40 e l’imponenza delle architetture storiche dell’antica Roma hanno sicuramente conferito un loro tocco speciale alla produzione. Tuttavia la sceneggiatura semplice è stata valorizzata in particolar modo dall’ottima interpretazione di Elio Germano, già noto al grande pubblico per il talento di cui ha dato prova in precedenti pellicole quali “Mio fratello è figlio unico”, “La nostra vita” e “Il giovane favoloso”. La mimica facciale, la gestualità, l’impostazione del modo di parlare e l’atteggiamento nel camminare hanno dimostrato come Germano nei panni di Manfredi sia stato all’altezza del ruolo, rivelando tutte le sue doti recitative.

La trama ha ripreso gli anni fra il 1939 fino al 1959. La storia infatti parte dagli anni del sanatorio in cui Manfredi restò per tre anni perché malato di tubercolosi negli anni della scuola superiore. Segue il racconto dei suoi sacrifici fra gli studi universitari per prendere la laurea in Giurisprudenza, come desiderato dal padre, e la formazione presso l’Accademia Silvio D’Amico per inseguire una passione in cui la sua famiglia non credeva. Poi i primi provini, le prime comparse… l’incontro e il matrimonio con la moglie Erminia Ferrari, interpretata da Miriam Leone. Infine la prima presenza a Canzonissima e la sua consacrazione come Nino Manfredi.


Un ritratto fedele e poetico di un grande artista, commovente e divertente allo stesso tempo. Una riverenza ben riuscita a un mostro sacro della televisione e del cinema italiano, ma anche la ricostruzione della vita del padre di un figlio devoto.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 26 settembre 2016.

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sabato 20 marzo 2021

"Carosello Carosone”: un omaggio al genio musicale del grande artista e uomo


RECENSIONE – Leggero, spensierato e colorato il film “Carosello Carosone” con la regia di Lucio Pellegrini trasmesso ieri sera su Rai1 in prima serata. Secondo i migliori pronostici, il prodotto ha pienamente soddisfatto le aspettative più ottimiste del pubblico. È un altro piccolo bijou realizzato dalla Rai Fiction in collaborazione con la Groenlandia, capace di trasmettere buonumore agli spettatori. Un omaggio al grande maestro Renato Carosone che è uno dei musicisti della storia italiana più famosi a livello internazionale. Non solo, è stato anche un artista capace di portare la canzone napoletana a spasso per il mondo.

Pregevole l’interpretazione del cast che del resto ha annoverato nomi già sinonimi di garanzia. Attori giovani, ma di talento. Presta il volto al protagonista Eduardo Scarpetta, trisnipote omonimo del commediografo napoletano e volto già noto per aver recitato in tv ne “L’amica geniale” e al cinema in “Capri-Revolution” di Martone. Non da meno sono Vincenzo Nemolato (Paradise, Gomorra – La serie) nei panni di Gegè Di Giacomo, il batterista-fantasista sempre con Carosone, e la splendida Ludovica Martino (Eva di “Skam Italia” e non solo) come Lita Levidi, la moglie del musicista.

La sceneggiatura si è concentrata sugli eventi dall’anno del diploma a Napoli in pianoforte presso il conservatorio di San Pietro a Majella fino al ritiro dalle scene nel picco del successo a 39 anni. Sono stati narrati i viaggi, i sacrifici, piccoli aneddoti, gli incredibili traguardi e i piccoli drammi familiari di Carosone. Il tutto con un ritmo incalzante e un montaggio alle volte frenetico, ma sempre perfettamente in linea con le musiche del maestro che si rivelano squisitamente il cuore pulsante del film. Musiche che per l’occasione sono state curate da Stefano Bollani con notevole diligenza.

La nota più preziosa sicuramente è stata la scelta di porre attenzione non solo sulla figura di Renato Carosone in qualità di personaggio pubblico. Si è posto l’accento anche sull’uomo che è stato lontano dal palco e dai riflettori, sul Renato Carosone persona che nel privato era un figlio, un marito e un padre devoto alla famiglia e agli amici. Tenerissima la sua storia d’amore con Lita che decise di sposare nonostante i pregiudizi del tempo che non giudicavano con riguardo una ragazza-madre. Da lì in poi un matrimonio durato 63 anni durante i quali Carosone ha sempre fatto da padre al figlio di lei, Pino. Una verità fra l’altro emersa solo di recente, in quanto a lungo insabbiata a causa della mentalità retrograda dell’epoca. Una notizia che evidenzia il valore aggiunto di un artista brillante che innanzitutto è stato un’anima generosa oltre che un indiscusso genio della musica. 


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 19 marzo 2021.


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sabato 13 marzo 2021

"Il principe cerca figlio": sequel celebrativo, simpatico e tranquillamente dimenticabile


RECENSIONE – Non inaugurerò il discorso ponendo la domanda retorica: “C’era davvero bisogno di questo sequel?”. Sarebbe una polemica sterile: i sequel si fanno. Punto e basta. Si fanno e, ovvio, campano di rendita grazie al successo dei film che li precedono. Puntano in maniera inconfutabile al pubblico affezionato a un determinato prodotto cinematografico, ne cavalcano l’onda nostalgica e confidano nella fedeltà e nella curiosità degli spettatori. Non è assolutamente un segreto di Stato. E il nuovo film “Il principe cerca figlio” (“Coming 2 America”) di Craig Brewer, disponibile sulla piattaforma Prime Video dal 5 marzo, non è da meno. Si tratta innegabilmente di un’operazione commerciale, interessante da guardare se non altro per la piacevolissima reunion del vecchio cast de “Il principe cerca moglie” di John Lendis del 1988. Nel nuovo racconto il caro Akeem a distanza di trent’anni diventa re e scopre di avere un figlio illegittimo negli USA. Per gestire alcuni conflitti politici, parte ancora per il Queens per recuperare il suo unico erede maschio e portarlo a Zamunda (la nazione africana di fantasia di cui, ricordiamo, è sovrano) dove un matrimonio combinato attende il giovane.


Nulla da contestare all’interpretazione impeccabile degli attori. Sotto questo aspetto il pubblico italiano è rattristato unicamente dal doppiaggio di Eddie Murphy a cui per anni ha prestato la voce e l’iconica risata Tonino Accolla, venuto purtroppo a mancare nel 2013. La faccenda diventa più spigolosa nel momento in cui si desidera commentare la trama e l’umorismo del film in toto. A questo proposito formuliamo innanzitutto la premessa che, se confezionati bene, non è detto che i sequel rappresentino sempre il male in terra a prescindere. Come in questo caso, spesso l’importante sta nell’approcciarsi alla visione del seguito con aspettative molto molto basse. È forse questa la soluzione per attutire il sentimento di delusione che ha pervaso in tanti al termine delle due ore. Il film è una grandissima celebrazione dei fasti della pellicola di Lendis. Tant’è che, con la scusa dell’omaggio cinematografico, ne cita pedissequamente battute, gag e addirittura alcuni spezzoni inseriti nel montaggio sotto forma di flashback ed evocazioni narrative.



La sceneggiatura è fortemente prevedibile, ma non è veramente questo il suo vero problema. Del resto anche “Il principe cerca moglie” non ha mai brillato per originalità e colpi di scena. Ciononostante è diventato ugualmente un cult del cinema perché è una commedia scritta bene, con equivoci e intrecci scanditi dai tempi giusti della comicità. Esattamente quanto non accade ne “Il principe cerca figlio” in cui la storia non si sforza nemmeno di giocare con il dubbio e i grovigli. Inoltre, nonostante si trattasse di una commedia soprattutto comica, nel film di Lendis il corteggiamento di Akeem per conquistare il cuore di Lisa faceva ugualmente sognare. La scena della dichiarazione d’amore nel vagone della metropolitana in corsa era commovente e zuccherosa al punto giusto. Sfido chiunque a non ricordarla. Non c’è invece particolare romanticismo nell’avvicinamento del nuovo principe Lavelle (Jermaine Fowler) alla sua bella amata. E se gli spettatori adorano i vecchi personaggi, a questo giro non ci si affeziona per nulla ai nuovi che non sono caratterizzati in maniera adeguata. In aggiunta nella vicenda sono inserite tantissime scene di ballo e canto immotivate che non hanno nemmeno la carica e l’estro delle danze di presentazione de “Il principe cerca moglie”. Alle volte è sembrato di essere davanti a un musical che non ha creduto abbastanza in se stesso per essere tale.


Il film prova in più occasioni a far ridere attraverso l’inserimento di situazione nonsense (esempio a caso un funerale senza vero defunto). L’umorismo ha davvero un tono basso per tutta la narrazione. Sarebbe stato interessante contare le risate in sala durante una proiezione collettiva al cinema. Precisiamo: non è un prodotto pessimo, ma neanche eccellente. Per dirla in breve il fatto che sia un sequel non giustifica la sua mancanza di personalità. Tuttavia è da considerare almeno un pregio la consapevolezza della produzione che non si prende troppo sul serio ed è la prima, durante un dialogo fra due personaggi nel corso della storia, a ironizzare sull’inutilità di certi sequel. E lo dimostra anche la sfrontatezza con cui fa ricorso a un product placement a dir poco spudorato. Magistrale l’insolenza con cui in alcune scene si promuove ad esempio la Pepsi, per dirne una fra tante.



Sarebbe stato molto stimolante invece approfondire la satira dei temi appena accennati nei dialoghi fra gli anziani nella bottega del barbiere nel Queens. Lanciare più frecciatine alla politica, all’attualità e all’evoluzione del quartiere in trent’anni. Invece si è preferito sorvolare, sprecando delle preziose opportunità. Sicuramente perché anche la sceneggiatura de “Il principe cerca figlio” è stata imbavagliata dall’imperante politicamente corretto del presente. Anche se meno di quel che si è indotti a pensare a primo impatto. Certo, sono calate vertiginosamente le battute a sfondo sessuale e il film accarezza teneramente argomenti importanti come la parità di genere e l’emancipazione femminile. Ciò accadeva anche nel primo film in realtà, ma questa volta ciò avviene in maniera molto più superficiale. Si poteva fare di meglio.


(Segue una piccola anticipazione!)


 


Eppure d’altro canto lo stesso film sminuisce la gravità di un episodio a proposito di cui, a parti inverse – se Akeem fosse stato una donna – avremmo parlato senza se e senza ma di un abuso sessuale. Di uno stupro sotto effetto di droghe. Ma poiché il protagonista è un uomo, l’aneddoto può essere serenamente oggetto di risate. Un grosso scivolone… In conclusione “Il principe cerca figlio” è un film simpatico, gradevole da guardare una sola volta. Meglio se gratis. Fa sorridere, fa compagnia. Ciononostante è tranquillamente dimenticabile.



Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 12 marzo 2021.


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martedì 23 febbraio 2021

Il bicchiere vuoto - racconto breve



"Ma guarda! Non ci posso credere!" ripeteva Anna davanti al televisore in cucina. Sedeva al tavolo in pigiama, con le gambe incrociate sulla sedia. Aveva preparato una grossa tazza di latte caldo che adesso gustava in tutta calma con dei cereali. Nel frattempo guardava l'edizione notturna dell'ennesimo telegiornale che mostrava le immagini degli assembramenti per le compere natalizie. 
"Siamo in pandemia! Cosa non capiscono?" cantilenava ancora agitando una mano contro il televisore. 
Alle sue spalle Serena stava in piedi appoggiata al lavello. Sorseggiava una tisana e seguiva anche lei apaticamente le ultime notizie. Non si indignava con lo stesso pathos dell'amica. 
La cucina era avvolta nella penombra. A far luce solo lo schermo del televisore e la lampadina della cappa sopra i fornelli. 
"A casa! A casa dovete restare" insisté di nuovo Anna, come se la folla di quelle riprese potesse ascoltare la sua voce. 
Serena scostò lo sguardo a sinistra e si sorprese a fissare il panorama di palazzi illuminati moderatamente a festa oltre il vetro della portafinestra del loro balcone. 
"Anna, mi stavo chiedendo..." disse all'improvviso. Poi esitò. 
L'amica si voltò di poco verso di lei: "Dimmi".
"Secondo te... Cosa bisogna fare se non si riesce a entrare in casa?".
Anna la guardò un po' stranita. Afferrò il telecomando e abbassò il volume del televisore. "In che senso?" le chiese. "Da dove ti viene questa domanda?".
"Niente" disse evasiva Serena. "Hai detto la parola casa e ci ho semplicemente pensato..." cercò di giustificarsi ancora.
Anna socchiuse gli occhi come due fessure e assottigliò le labbra. Sembrava sospettosa e allo stesso tempo pensierosa. "Beh... Chiamo i pompieri" rispose infine. 
"No, senza chiamare i pompieri... Ad esempio ho un mazzo di chiavi e le provo tutte, ma la serratura non vuole proprio saperne. La porta d'ingresso non si apre" spiegò Serena stringendo il bicchiere della sua tisana calda a due mani. 
La sua coinquilina scoppiò a ridere. Come faceva sempre, arricciando il naso con una scintilla buffa negli occhi: "Sei sicura allora di non essere ubriaca? Non è che stai cercando di entrare in casa di qualcun altro? Magari è per questo che le chiavi non funzionano!".
"Ma no..." sbottò Serena, piuttosto infastidita dell'umorismo dell'amica. Si sentì incompresa e abbassò lo sguardo. 
"Non essere permalosa. Scherzavo..." disse Anna tornando sull'attenti. Smise di ridere. Non aveva pensato di poter essere inopportuna solo per una banale battuta. 
Serena rimase in silenzio. 
"Comunque in tal caso farei come i pompieri. Se non posso chiamarli, farei almeno quello che farebbero loro. Proverei a entrare dal balcone. Si può entrare dal balcone... Non posso mica buttare giù la porta. Entrerei dal balcone o da una finestra... È possibile? È una casa al pian terreno?" provò a ragionare e ad argomentare Anna in preda a un forte desidero di ingraziarsi di nuovo l'amica. Davvero non sopportava vederla di cattivo umore. 
Serena strinse le labbra e iniziò ad annuire da sola, come a se stessa. "Dal balcone o da una finestra..." prese a borbottare. 
"Sere, ma di che cosa parli in realtà? È per caso un altro dei tuoi sogni? A me puoi dirlo" la incoraggiò Anna. 
Serena non rispose. Si era completamente estraniata. Complice la luce soffusa, l'amica iniziava ad avere un po' paura. Non le piaceva vedere una persona così assorta in se stessa. 
"Nei sogni funziona diversamente... Io una volta ho sognato che percorrevo un vialetto. Camminavo, camminavo, camminavo... E poi? Raggiungevo una piccola rampa di scale: stretta stretta. A sinistra una parete ricoperta di muschio e a destra una vecchia ringhiera in ferro. Salivo i gradini e alla fine mi ritrovavo davanti a un cancelletto. Non avevo la chiave, sai. Eppure indovina cosa c'era oltre quel cancelletto?" chiese Anna. 
"Cosa?" domandò Serena. L'amica era contenta di aver destato nuovamente la sua attenzione. 
"Beh, il nulla. Un dirupo. Non era veramente necessario che io aprissi quel cancelletto. Avevo fatto tanta strada a vuoto..." concluse Anna con tono molto delicato. 
"Ma il mio esempio non era un sogno..." mormorò Serena. Poi sollevò il bicchiere con la tisana e aggiunse: "Stasera mi sento un po' strana. Forse sarà l'atmosfera natalizia... Hai mai l'impressione di essere intrappolata sul fondo di un bicchiere vuoto?".
"Un bicchiere vuoto?" ripeté Anna sgranando un attimo gli occhi. Le sembrava un'immagine molto triste. 
"Sì... Sei lì che provi a risalire, ma le pareti sono lisce e ogni volta ricadi sul fondo". Forse Serena non se ne rendeva conto, ma dicendo queste cose la voce aveva iniziato a tremarle. Gli occhi le erano diventati lucidi. Anna non si sarebbe stupita se avesse cominciato a piangere. 
"Ma Sere... Se allora non si può uscire in questo modo dal bicchiere, bisogna rovesciarlo".
"In che senso rovesciarlo?".
"Se non è possibile risalire le pareti in verticale, ci sarà un modo per far cadere il bicchiere di lato. Probabilmente girerà un po' su se stesso, ma poi si fermerà. A quel punto le pareti saranno in orizzontale e sarà possibile uscire!" chiarì Anna con particolare convinzione e il suo solito ottimismo.
Serena rimase colpita. Riprese ad annuire con il mento e spostò di nuovo lo sguardo sul vetro della portafinestra del balcone. Fuori la città era illuminata a festa per il Natale. 



Racconto di Valentina Mazzella


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giovedì 17 dicembre 2020

"Le memorie di un pazzo" di Gogol' e il realismo fantastico


RECENSIONE - Se qualcuno avesse voglia di una lettura breve e sfiziosa, sicuramente dare un'occhiata a "Le memorie di un pazzo" di Nikolaj Vasil'evič Gogol' potrebbe rivelarsi un'ottima soluzione. È un racconto lungo pubblicato per la prima volta nel 1835 nella raccolta "Arabeschi" e poi nel 1842 all'interno della raccolta successiva e selezionata nota col titolo "Racconti di Pietroburgo". 

La narrazione è un esempio di realismo fantastico. La storia è scritta in prima persona come si trattasse di un diario e racconta la graduale perdita di lucidità e raziocinio del protagonista. Aksentij Ivanovič Popriščin è infatti un semplice consigliere titolare insoddisfatto del proprio lavoro, della propria vita e della propria condizione sociale. Tormentato da innumerevoli complessi di inferiorità, inizierà poco alla volta a mostrare segnali di squilibrio mentale. Innamorato, senza essere corrisposto, della figlia del suo capoufficio, Aksentij Ivanovič Popriščin si convincerà di riuscire a parlare con la cagnetta della ragazza, Maggie, fino a plocamarsi infine il Re di Spagna con il nome di Ferdinando VIII. 

Una storia di assurdo delirio di cui Gogol' si serve per rappresentare su carta tutta la mediocrità del genere umano. Dà libero sfogo alla sua fantasia per creare un realismo che è gioiello della letteratura russa. Un realismo che coniuga una certa vena di comicità con il racconto e la denuncia severa di un'amarezza che avvelena veramente la realtà di tutti i giorni. 


Recensione di Valentina Mazzella

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martedì 15 dicembre 2020

La gazza ladra - racconto breve

 


C'era un piccione ai piedi del tavolino accanto. Aveva un'unica zampetta e un piumaggio in condizione pessime. Beccava briciole di biscotti sull'asfalto. Serena lo osservava con sguardo spento, eppure con attenzione. Si chiedeva in quale circostanza quel pennuto fosse rimasto menomato e con quale frequenza i piccioni siano soliti azzuffarsi fra loro. 
Al tavolino da cui cadevano le briciole era seduta una famigliola. Un uomo e una donna che non si parlavano. Lei era molto presa da una bambina intrappolata in un passeggino. Sicuramente sua figlia, una bimba che sbocconcellava un biscottino con le manine imbrattate di saliva. Era lei a fare l'elemosina al piccione.
Con gli occhi bassi di chi preferisce non parlare, all'improvviso la madre le alzò il cappuccio e la cerniera del giubbottino rosa. Lo fece con scatti irruenti, conducendo il cursore fino al collo. Si era levato un soffio di vento ed effettivamente si avvertiva un po' di freschetto. Ciononostante Serena percepì un accanimento prepotente in quelle premure materne.

Sospirando tornò a posare lo sguardo su Anna che sorseggiava un tè fumante da una grossa tazza bianca. Come al solito aveva la testa fra le nuvole, questa volta rapita dagli aromi della tisana calda.
"La prossima volta dentro al bar, non all'aperto" borbottò Serena alzando il collo del maglione fino al mento.
"Perché? Non stai bene qui? Dai, ci sono ancora dei raggi di sole tiepidi!" commentò entusiasta Anna. L'amica si limitò a rispondere con una mezza smorfia.
"Hai fatto qualche sogno strano di recente?" chiese Anna girando il cucchiaino nella tazza del tè.
"Non saprei... Ti ho raccontato quello di un paio di notti fa in cui...?". Prima di proseguire Serena esitò. Raccontando il sogno sapeva bene a cosa sarebbe andata incontro. La coinquilina avrebbe iniziato a ciarlare, a spezzettare minuziosamente ogni dettaglio della storia per analizzarlo e provare a dare un'interpretazione. E lei non era esattamente di buonumore. Non aveva molta voglia di ascoltare i vaneggiamenti di Anna quella mattina. Tuttavia lo sguardo vispo e curioso dell'amica la spronò. Il nasino arricciato, la pacatezza con cui sorrideva in attesa e la calma con cui aveva smesso di girare il cucchiaino nella tazza comunicavano tutto il desiderio di Anna di ascoltare il sogno.
Serena si arrese e iniziò a raccontare senza troppi preamboli: "Beh... Sono nella mia vecchia casa. Entro in camera mia e vedo subito che sul mio letto ci sono disseminati tantissimi oggetti. È giorno, ma non mattina. La luce è quella un po' fiacca del tardo pomeriggio. Sul mio letto c'è una gazza ladra. Oddio, è un uccello nero lucido con sfumature colorate e la coda lunga. Non sono un'esperta, ma credo che le gazze siano fatte così... In ogni caso io nel sogno ero super convinta che si trattasse proprio di una gazza che inizia a beccare fra le mie cose e... Prende qualcosa, non so cosa e vola via! Esce dalla finestra aperta. Non ho potuto fare nulla per fermarla. Allora corro a controllare gli oggetti sparsi sul mio letto, soprattutto nel punto in cui ho visto la gazza beccare. Oh, c'è di tutto... Cianfrusaglie varie, cose importanti: gioiellini, collane, elastici per capelli, documenti... Sembra che qualcuno abbia rovesciato il contenuto dei miei cassetti. Improvviso una sorta di inventario mentale e non manca nulla. Verifico se ci siano ad esempio gli orecchini di perla o il punto luce o altra roba preziosa perché ricordo che alle gazze ladre piacciono le cose che luccicano... Però non manca nulla! C'è tutto! Quando il sogno sta per concludersi mi guardo attorno smarrita perché sono sicura che la gazza mi ha derubata e ha portato via qualcosa, ma non so cosa... Poi mi sono svegliata".
Pur senza alzarsi in piedi, Anna iniziò a saltellare con il sedere sulla sedia. A tal punto da far urtare le ginocchia sotto al tavolo. La tazza del suo tè e il caffè di Serena tremarono con un lieve tintinnio dei cucchiaini. 
"Una gazza ladra!" disse Anna con gridolino acuto. Era letteralmente in preda all'entusiasmo.
Di fronte a quella inaspettata reazione, Serena sobbalzò dallo spavento. "Ma che ti prende?" esclamò di getto.
"Una gazza ladra" ripeté Anna lentamente e con voce più bassa. Il tono di chi dà per scontato che quelle tre semplici parole valgano una risposta piuttosto ovvia. Peccato che il significato, a quanto pare tanto scontato per Anna, non fosse così lampante anche per l'amica.
"Sì, e allora? C'è bisogno di capovolgere il tavolo?" brontolò Serena. Nel frattempo lanciò delle occhiate furtive agli altri clienti, come per controllare se quei gridolini avessero attirato l'attenzione di qualcuno. Di lato i genitori della bambina proseguivano placidamente a ignorarsi.
"É un'immagine onirica molto interessante! Come sempre anche questa può avere mille sfaccettature... Per alcune culture esoteriche rappresenta il simbolo del nostro spirito guida..." spiegò Anna con voce sommessa, piegandosi sulla tazza del tè. 
"Non mi interessa l'esoterismo, lo sai..." le ricordò Serena per troncare sul nascere qualsiasi discorso potesse degenerare in credenze arcaiche prive di fondamento scientifico.
"... oppure potrebbe essere espressione di una tua esigenza presente. Il tuo subconscio magari ti sta comunicando che devi selezionare meglio i tuoi obiettivi. Non devi rincorrere false idee, falsi sogni... Sai, per la storia che le gazze siano attratte soprattutto da oggetti luccicanti. Eppure...".
"... non tutto ciò che luccica è oro" concluse Serena pensierosa. 
"Esatto" disse Anna, annuendo animatamente con la testa.
"Mi sembra abbastanza plausibile come interpretazione... Però non ero io la gazza" commentò Serena grattandosi la testa. 
"Potrebbe essere stata una tua proiezione" rispose l'altra. Serena aggrottò la fronte un po' scettica. 
"In ogni caso, stando al metodo di Freud, anche la tua opinione è molto importante. Nell'interpretazione più o meno corretta di un sogno, gioca un ruolo decisivo anche l'associazione che lucidamente il soggetto fa da sveglio. A te ad esempio a cosa fa pensare comunemente una gazza ladra?" le domandò Anna sorseggiando finalmente il suo tè. Aveva smesso di fumare già da un po' e a Serena venne il dubbio che non fosse diventato solo tiepido, ma addirittura freddo.
"Non saprei...".
"Pensaci".
"Mh... La gazza mi fa pensare alla natura, al massimo ai tetti. Non è un uccello che vedo tutti i giorni per strada in città come i piccioni" rifletté Serena posando lo sguardo su dei colombi grigi in cerca di briciole nei paraggi del loro tavolino.
"Ecco, nel tuo sogno la gazza potrebbe dunque essere emblema di un aspetto di te stessa più selvatico e autentico..." ipotizzò Anna assumendo una postura quasi professionale. 
"Ma non saprei... Al risveglio avevo soltanto la sensazione di essere stata derubata di un qualcosa" replicò Serena con rassegnazione. 
"Ma nello stesso sogno hai detto di aver controllato e che c'era tutto".
"Sì...".
"E allora è solo una sensazione. Hai tutto" insisté Anna con un'inflessione della voce molto dolce. Per un attimo fu difficile stabilire se stesse parlando ancora del sogno o della realtà. "E se anche fosse, hai perso qualcosa di esterno. Tu sei tutta intera".
Serena sollevò lo sguardo. In cuor suo comprendeva il valore rassicurante di quelle parole, ma detestava quando l'amica giocava a farle da terapeuta. Scelse di non rispondere. Posò gli occhi su dei piccioni per terra che muovevano ritmicamente il collo. Con passo spavaldo stavano per avvicinarsi alla sua sedia. Serena pensò ancora alla gazza ladra dalle piume lucenti e la coda lunga. Ingoiò una sensazione spiacevole e con un calcio nel vuoto fece volare via i piccioni.


Racconto di Valentina Mazzella


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