martedì 23 febbraio 2021
Il bicchiere vuoto - racconto breve
giovedì 17 dicembre 2020
"Le memorie di un pazzo" di Gogol' e il realismo fantastico
RECENSIONE - Se qualcuno avesse voglia di una lettura breve e sfiziosa, sicuramente dare un'occhiata a "Le memorie di un pazzo" di Nikolaj Vasil'evič Gogol' potrebbe rivelarsi un'ottima soluzione. È un racconto lungo pubblicato per la prima volta nel 1835 nella raccolta "Arabeschi" e poi nel 1842 all'interno della raccolta successiva e selezionata nota col titolo "Racconti di Pietroburgo".
La narrazione è un esempio di realismo fantastico. La storia è scritta in prima persona come si trattasse di un diario e racconta la graduale perdita di lucidità e raziocinio del protagonista. Aksentij Ivanovič Popriščin è infatti un semplice consigliere titolare insoddisfatto del proprio lavoro, della propria vita e della propria condizione sociale. Tormentato da innumerevoli complessi di inferiorità, inizierà poco alla volta a mostrare segnali di squilibrio mentale. Innamorato, senza essere corrisposto, della figlia del suo capoufficio, Aksentij Ivanovič Popriščin si convincerà di riuscire a parlare con la cagnetta della ragazza, Maggie, fino a plocamarsi infine il Re di Spagna con il nome di Ferdinando VIII.
Una storia di assurdo delirio di cui Gogol' si serve per rappresentare su carta tutta la mediocrità del genere umano. Dà libero sfogo alla sua fantasia per creare un realismo che è gioiello della letteratura russa. Un realismo che coniuga una certa vena di comicità con il racconto e la denuncia severa di un'amarezza che avvelena veramente la realtà di tutti i giorni.
Recensione di Valentina Mazzella
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martedì 15 dicembre 2020
La gazza ladra - racconto breve
giovedì 19 novembre 2020
"Uomini e topi": il sogno americano infranto secondo Steinbeck
RECENSIONE - "Noi invece è diverso […] perché io ho te che mi stai dietro, e tu hai me per star dietro a te": sono le parole semplici e rassicuranti ripetute a più riprese da George e Lennie, i due protagonisti del romanzo "Uomini e topi" di John Steinbeck. La storia è quella di due amici che attraversano la California degli anni Trenta prestando lavoro in diverse fattorie con lo scopo di racimolare abbastanza soldi e acquistare un giorno un ranch tutto loro. George e Lennie sono l'uno l'opposto dell'altro: il primo è fisicamente molto minuto, ma dotato di acume e scaltrezza. Il secondo, in antitesi al proprio cognome che è Small (un lampante esempio di ossimoro), è molto grosso e forzuto. Purtroppo però ha un ritardo mentale. Per questo motivo tocca a George occuparsi di Lennie, nonostante il peso e le grane che questa responsabilità spesso comporta.
Steinbeck, Premio Nobel per la Letteratura nel 1962, è stato un importante esponente della "Lost Generation", la generazione di scrittori statunitensi che intorno agli anni Venti annoverò fra le proprie file Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Henry Miller, Ezra Pound e altri autori. Pilastro portante del loro movimento letterario è la narrazione del celeberrimo "sogno americano" infranto e della disillusione di cui la società era impregnata nel primo dopoguerra. Sentimenti di rassegnazione e amarezza pertanto permeano anche le pagine di questo capolavoro. In "Uomini e topi" Steinbeck racconta ai lettori cosa siano il senso di alienazione, la solitudine, l'emarginazione, la discriminazione, l'ingiustizia sociale, l'impossibilità di cambiare la propria condizione. Lo fa attraverso la storia di un'amicizia molto tenera, destinata tuttavia anch'essa a soccombere in un mondo in cui anche solo sognare una realtà migliore appare sciocco agli occhi dei più cinici. Lo stile è sobrio e scorrevole; i dialoghi curati e schietti: insieme regalano una rappresentazione nitida delle situazioni in cui tutti i personaggi si muovono e agiscono in maniera quasi palpabile. Una prosa che tocca il cuore senza ricorrere a moralismi e toni melensi.
Ogni tentativo di riscattarsi da una vita di stenti si rivela invano e destinato inevitabilmente al naufragio. I sogni, le aspirazioni e le ambizioni sembrano le fantasie dei poveri illusi, di chi non ha sale in zucca e senso pratico. La disarmante ingenuità del grande e grosso stupido Lennie è struggente. La sua fiducia riposta nell'intelligente e astuto George così profonda che il lettore stesso forse gli affiderebbe la propria vita. Le tematiche affrontate da Steinbeck sono molteplici: c'è ad esempio Crooks, uno stalliere nero escluso da tutti nella fattoria in linea con la mentalità razzista diffusa ancora nell'America del Sud all'epoca della Grande Depressione. Un'esistenza di frustrazione e insoddisfazione quella della moglie del prepotente e spietato Curley, una donna che da giovane avrebbe desiderato diventare un'attrice del cinema e si ritrova invece nel presente a girovagare nel ranch del marito violento in cerca di attenzioni e qualcuno con cui relazionarsi. Descritta dagli uomini della fattoria come una poco di buono e "un'esca per la galera", la malinconia e la solitudine di questo personaggio passa quasi in sordina.
Di rilievo è il vecchio Candy, un anziano bracciante con una sola mano che ormai non può più lavorare come gli altri. Candy offre interessanti spunti di riflessione sulla concezione puramente utilitaristica di frequente ricorrente nel lavoro, nei rapporti umani e in altri ambiti. L'episodio in cui gli amici lo persuadono a un certo punto ad abbattere il suo fedele cane, perché ormai vecchio e puzzolente, è forse la vera chiave di lettura di tutto il romanzo. Del resto è emblematico il titolo dell'opera con cui probabilmente l'autore ha voluto rammentare al lettore come gli uomini e i topi siano legati dalla medesima condizione e dallo stesso incontrovertibile destino. Un po' come i topini che nelle prime pagine il povero Lennie ammazzava accidentalmente quando li infilava nelle tasche di nascosto solo per accarezzarli un po' col dito. Con le migliori internazioni, senza tuttavia esser capace di calibrare la forza delle sue manone.
Recensione di Valentina Mazzella
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giovedì 29 ottobre 2020
"Mare Fuori": la serie tv che promuove la speranza
RECENSIONE - Il mare. Il mare di Napoli. Il mare contemplato attraverso le sbarre delle finestre di Nisida. È proprio lui il veicolo del grande messaggio di speranza e riscatto promosso da "Mare Fuori", la serie televisiva italiana trasmessa dal 23 settembre ogni mercoledì su RaiDue. La fiction, guidata dalla regia di Carmine Elia, è ambientata infatti presso l'Istituto di Pena Minorile della città partenopea in cui sono detenuti ragazzi e ragazze che hanno commesso dei reati prima del raggiungimento della maggiore età. Al pubblico viene proposto un intreccio di storie molto diverse fra loro, ognuna delle quali sposa un particolare argomento di attualità. Il ventaglio delle tematiche affrontate non si fossilizza esclusivamente sul problema della criminalità minorile da strada e quello delle influenze territoriali della camorra. La serie racconta infatti anche della violenza domestica in famiglia, dello stalking e del femminicidio, della tossicodipendenza, dell'autolesionismo e dell'uso irresponsabile dei social fra i più giovani. I protagonisti sono pur sempre degli adolescenti, motivo per cui "Mare Fuori" appare in primis essere una serie di formazione. Pertanto sterili sono le critiche di quanti, con tono polemico, l'hanno additata come l'ennesima fiction sulla scia di "Gomorra", ingiuriando inoltre che sia un prodotto infangante per la reputazione della città. Sebbene non manchino scene di scippi, spaccio, furti e vera criminalità organizzata, "Mare fuori" non sceglie Napoli come location unicamente per gli spunti narrativi che offre, ma anche per la suggestione scenografica dei suoi panorami e per la teatralità della sua gente.

I conflitti genitori-figli, le disparità sociali ed economiche, la discriminazione etnica, le prime cotte e i primi amori, i sogni infranti, la maternità, la pedagogia, il valore della famiglia e dell'amicizia sono problematiche universali che in contesti diversi e dimensioni ridotte magari molti spettatori possono aver sperimentato sulla propria pelle. Al di là di ciò ogni storia in "Mare fuori" scuote le coscienze sollevando dilemmi etici. Niente è banalmente solo nero o solo bianco. Divorato dal dubbio, la fiction costringe il pubblico a riflettere e a interrogarsi. In preda a un confuso discernimento fra cosa sia giusto o sbagliato fare, lo spettatore si immedesima nei personaggi e si domanda cosa avrebbe fatto nei loro panni in situazioni analoghe.
La sceneggiatura di Cristiana Farina e Maurizio Careddu è scritta egregiamente. Con tempi accattivanti, le dosi giuste di drammaticità e azione e la suspense inserita nei momenti più opportuni, riesce a catturare l'attenzione per tutta la durata degli episodi. In realtà ci sono alcune scelte narrative abbastanza discutibili. Parliamo di determinati espediente che risultano poco credibili, necessari solo per forzare lo svolgimento delle vicende. Ad esempio la mancata assistenza psicologica per i detenuti con evidenti problemi di tossicodipendenza (Serena) e problemi di personalità dissociate (Viola) o l'inesistenza degli assistenti sociali in tante situazioni. Tuttavia "Mare Fuori" propone trame così coinvolgenti e dall'impatto emotivo così grande che alla fine si perdona alla serie anche qualche strafalcione. Accurata in generale è invece l'analisi sociologica delle dinamiche criminali del tessuto camorristico e del pessimo codice non scritto da cui derivano. Molto cruda la narrazione della violenza fisica, degli abusi e dei rapporti tossici basati unicamente sulla prevaricazione, il potere e la paura principalmente nel reparto maschile. Altrettanto inquietante la messa in scena della violenza psicologica, delle relazioni costruite su istigazione e manipolazione fra le ragazze.

Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 29 ottobre 2020.
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sabato 17 ottobre 2020
La bimba - racconto breve
La madre sorrise. Eppure qualcosa inquietava la sua serenità. Era tesa. Guardava la sua bimba e non poteva fare a meno di pensare quanto fosse simile a lei nelle sue foto di infanzia. Eppure gli occhi no, erano come quelli del babbo.
"Adesso arriva papà" disse la mamma alla bambina. Dal tono però sembrava volesse rassicurare se stessa.
Erano sul balcone della casa della nonna di lei. Delle veneziane verdi abbassate a metà riparavano entrambe dal sole del pomeriggio. La madre gettò uno sguardo in basso e vide per strada due persone avvicinarsi al portone del palazzo. Un uomo e una donna.
"È arrivato papà" disse la mamma alla figlioletta. "È qui per il tuo compleanno" le spiegò. La bimba compiva un anno. Guardò la madre arricciando il nasino. Un sorriso vispo le guizzò sul viso morbido. Poi sembrò chiedere il ciuccio.
La madre restò impassibile. Per orgoglio non chiese: "E lei? Dov'è?". Si limitò ad alzarsi in piedi. Con gesti nervosi si sistemò il vestito. Poi ignorando l'uomo, lo lasciò da solo con la bimba e attraversò la portafinestra. Rientrò in casa. Dentro di sé era furiosa. Quella donna, ospite in casa sua, non si era presa la briga nemmeno di raggiungerla per salutarla. Avrebbe magari preteso di essere attesa e ricevuta con tappeto rosso e onori all'ingresso. E adesso sembrava essere scomparsa, quasi stesse giocando a nascondino nella sua abitazione! Era inaccettabile! Soprattutto nel giorno del compleanno di sua figlia!
La madre della bambina continuava a contorcersi le mani. Poi finalmente la trovò. Nella camera da letto degli ospiti, distesa su un letto su cui alle volte lei stessa era solita riposarsi. Cercando di preservare la rabbia, esclamò: "Che succede? Qualcuno non si sente bene?". Sapeva di apparire provocatrice e sgarbata, ma non le importava.
La donna si limitò a guardarla con occhi gelidi, ma non rispose. Si toccava il ventre come se avvertisse dolore in quel punto. Forse dei crampi. Poi sulla porta comparve l'uomo con la bambina in braccio. Guardò la madre della bimba con severità e contemporaneamente un senso di vergogna. Vergogna per l'atteggiamento dell'altra. Era consapevole del comportamento scorretto della donna che aveva portato in casa, ma scelse ugualmente di difenderla in silenzio come se fosse quello il ruolo che gli spettava.
La madre della bimba non disse nulla. Si irrigidì, ferita dentro. Si abbassò allora sul letto per chiedere all'orecchio della donna con falsa premura: "Sono i dolori del ciclo?". Tuttavia in risposta fu allontanata con uno schiaffo leggero, come si cacciano le mosche.
"Hai visto?" sbottò la madre scattando all'indietro. Gli occhi fissi sull'uomo che, con la bambina fra le braccia, la guardava completamente inerme.






