martedì 23 febbraio 2021

Il bicchiere vuoto - racconto breve



"Ma guarda! Non ci posso credere!" ripeteva Anna davanti al televisore in cucina. Sedeva al tavolo in pigiama, con le gambe incrociate sulla sedia. Aveva preparato una grossa tazza di latte caldo che adesso gustava in tutta calma con dei cereali. Nel frattempo guardava l'edizione notturna dell'ennesimo telegiornale che mostrava le immagini degli assembramenti per le compere natalizie. 
"Siamo in pandemia! Cosa non capiscono?" cantilenava ancora agitando una mano contro il televisore. 
Alle sue spalle Serena stava in piedi appoggiata al lavello. Sorseggiava una tisana e seguiva anche lei apaticamente le ultime notizie. Non si indignava con lo stesso pathos dell'amica. 
La cucina era avvolta nella penombra. A far luce solo lo schermo del televisore e la lampadina della cappa sopra i fornelli. 
"A casa! A casa dovete restare" insisté di nuovo Anna, come se la folla di quelle riprese potesse ascoltare la sua voce. 
Serena scostò lo sguardo a sinistra e si sorprese a fissare il panorama di palazzi illuminati moderatamente a festa oltre il vetro della portafinestra del loro balcone. 
"Anna, mi stavo chiedendo..." disse all'improvviso. Poi esitò. 
L'amica si voltò di poco verso di lei: "Dimmi".
"Secondo te... Cosa bisogna fare se non si riesce a entrare in casa?".
Anna la guardò un po' stranita. Afferrò il telecomando e abbassò il volume del televisore. "In che senso?" le chiese. "Da dove ti viene questa domanda?".
"Niente" disse evasiva Serena. "Hai detto la parola casa e ci ho semplicemente pensato..." cercò di giustificarsi ancora.
Anna socchiuse gli occhi come due fessure e assottigliò le labbra. Sembrava sospettosa e allo stesso tempo pensierosa. "Beh... Chiamo i pompieri" rispose infine. 
"No, senza chiamare i pompieri... Ad esempio ho un mazzo di chiavi e le provo tutte, ma la serratura non vuole proprio saperne. La porta d'ingresso non si apre" spiegò Serena stringendo il bicchiere della sua tisana calda a due mani. 
La sua coinquilina scoppiò a ridere. Come faceva sempre, arricciando il naso con una scintilla buffa negli occhi: "Sei sicura allora di non essere ubriaca? Non è che stai cercando di entrare in casa di qualcun altro? Magari è per questo che le chiavi non funzionano!".
"Ma no..." sbottò Serena, piuttosto infastidita dell'umorismo dell'amica. Si sentì incompresa e abbassò lo sguardo. 
"Non essere permalosa. Scherzavo..." disse Anna tornando sull'attenti. Smise di ridere. Non aveva pensato di poter essere inopportuna solo per una banale battuta. 
Serena rimase in silenzio. 
"Comunque in tal caso farei come i pompieri. Se non posso chiamarli, farei almeno quello che farebbero loro. Proverei a entrare dal balcone. Si può entrare dal balcone... Non posso mica buttare giù la porta. Entrerei dal balcone o da una finestra... È possibile? È una casa al pian terreno?" provò a ragionare e ad argomentare Anna in preda a un forte desidero di ingraziarsi di nuovo l'amica. Davvero non sopportava vederla di cattivo umore. 
Serena strinse le labbra e iniziò ad annuire da sola, come a se stessa. "Dal balcone o da una finestra..." prese a borbottare. 
"Sere, ma di che cosa parli in realtà? È per caso un altro dei tuoi sogni? A me puoi dirlo" la incoraggiò Anna. 
Serena non rispose. Si era completamente estraniata. Complice la luce soffusa, l'amica iniziava ad avere un po' paura. Non le piaceva vedere una persona così assorta in se stessa. 
"Nei sogni funziona diversamente... Io una volta ho sognato che percorrevo un vialetto. Camminavo, camminavo, camminavo... E poi? Raggiungevo una piccola rampa di scale: stretta stretta. A sinistra una parete ricoperta di muschio e a destra una vecchia ringhiera in ferro. Salivo i gradini e alla fine mi ritrovavo davanti a un cancelletto. Non avevo la chiave, sai. Eppure indovina cosa c'era oltre quel cancelletto?" chiese Anna. 
"Cosa?" domandò Serena. L'amica era contenta di aver destato nuovamente la sua attenzione. 
"Beh, il nulla. Un dirupo. Non era veramente necessario che io aprissi quel cancelletto. Avevo fatto tanta strada a vuoto..." concluse Anna con tono molto delicato. 
"Ma il mio esempio non era un sogno..." mormorò Serena. Poi sollevò il bicchiere con la tisana e aggiunse: "Stasera mi sento un po' strana. Forse sarà l'atmosfera natalizia... Hai mai l'impressione di essere intrappolata sul fondo di un bicchiere vuoto?".
"Un bicchiere vuoto?" ripeté Anna sgranando un attimo gli occhi. Le sembrava un'immagine molto triste. 
"Sì... Sei lì che provi a risalire, ma le pareti sono lisce e ogni volta ricadi sul fondo". Forse Serena non se ne rendeva conto, ma dicendo queste cose la voce aveva iniziato a tremarle. Gli occhi le erano diventati lucidi. Anna non si sarebbe stupita se avesse cominciato a piangere. 
"Ma Sere... Se allora non si può uscire in questo modo dal bicchiere, bisogna rovesciarlo".
"In che senso rovesciarlo?".
"Se non è possibile risalire le pareti in verticale, ci sarà un modo per far cadere il bicchiere di lato. Probabilmente girerà un po' su se stesso, ma poi si fermerà. A quel punto le pareti saranno in orizzontale e sarà possibile uscire!" chiarì Anna con particolare convinzione e il suo solito ottimismo.
Serena rimase colpita. Riprese ad annuire con il mento e spostò di nuovo lo sguardo sul vetro della portafinestra del balcone. Fuori la città era illuminata a festa per il Natale. 



Racconto di Valentina Mazzella


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giovedì 17 dicembre 2020

"Le memorie di un pazzo" di Gogol' e il realismo fantastico


RECENSIONE - Se qualcuno avesse voglia di una lettura breve e sfiziosa, sicuramente dare un'occhiata a "Le memorie di un pazzo" di Nikolaj Vasil'evič Gogol' potrebbe rivelarsi un'ottima soluzione. È un racconto lungo pubblicato per la prima volta nel 1835 nella raccolta "Arabeschi" e poi nel 1842 all'interno della raccolta successiva e selezionata nota col titolo "Racconti di Pietroburgo". 

La narrazione è un esempio di realismo fantastico. La storia è scritta in prima persona come si trattasse di un diario e racconta la graduale perdita di lucidità e raziocinio del protagonista. Aksentij Ivanovič Popriščin è infatti un semplice consigliere titolare insoddisfatto del proprio lavoro, della propria vita e della propria condizione sociale. Tormentato da innumerevoli complessi di inferiorità, inizierà poco alla volta a mostrare segnali di squilibrio mentale. Innamorato, senza essere corrisposto, della figlia del suo capoufficio, Aksentij Ivanovič Popriščin si convincerà di riuscire a parlare con la cagnetta della ragazza, Maggie, fino a plocamarsi infine il Re di Spagna con il nome di Ferdinando VIII. 

Una storia di assurdo delirio di cui Gogol' si serve per rappresentare su carta tutta la mediocrità del genere umano. Dà libero sfogo alla sua fantasia per creare un realismo che è gioiello della letteratura russa. Un realismo che coniuga una certa vena di comicità con il racconto e la denuncia severa di un'amarezza che avvelena veramente la realtà di tutti i giorni. 


Recensione di Valentina Mazzella

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martedì 15 dicembre 2020

La gazza ladra - racconto breve

 


C'era un piccione ai piedi del tavolino accanto. Aveva un'unica zampetta e un piumaggio in condizione pessime. Beccava briciole di biscotti sull'asfalto. Serena lo osservava con sguardo spento, eppure con attenzione. Si chiedeva in quale circostanza quel pennuto fosse rimasto menomato e con quale frequenza i piccioni siano soliti azzuffarsi fra loro. 
Al tavolino da cui cadevano le briciole era seduta una famigliola. Un uomo e una donna che non si parlavano. Lei era molto presa da una bambina intrappolata in un passeggino. Sicuramente sua figlia, una bimba che sbocconcellava un biscottino con le manine imbrattate di saliva. Era lei a fare l'elemosina al piccione.
Con gli occhi bassi di chi preferisce non parlare, all'improvviso la madre le alzò il cappuccio e la cerniera del giubbottino rosa. Lo fece con scatti irruenti, conducendo il cursore fino al collo. Si era levato un soffio di vento ed effettivamente si avvertiva un po' di freschetto. Ciononostante Serena percepì un accanimento prepotente in quelle premure materne.

Sospirando tornò a posare lo sguardo su Anna che sorseggiava un tè fumante da una grossa tazza bianca. Come al solito aveva la testa fra le nuvole, questa volta rapita dagli aromi della tisana calda.
"La prossima volta dentro al bar, non all'aperto" borbottò Serena alzando il collo del maglione fino al mento.
"Perché? Non stai bene qui? Dai, ci sono ancora dei raggi di sole tiepidi!" commentò entusiasta Anna. L'amica si limitò a rispondere con una mezza smorfia.
"Hai fatto qualche sogno strano di recente?" chiese Anna girando il cucchiaino nella tazza del tè.
"Non saprei... Ti ho raccontato quello di un paio di notti fa in cui...?". Prima di proseguire Serena esitò. Raccontando il sogno sapeva bene a cosa sarebbe andata incontro. La coinquilina avrebbe iniziato a ciarlare, a spezzettare minuziosamente ogni dettaglio della storia per analizzarlo e provare a dare un'interpretazione. E lei non era esattamente di buonumore. Non aveva molta voglia di ascoltare i vaneggiamenti di Anna quella mattina. Tuttavia lo sguardo vispo e curioso dell'amica la spronò. Il nasino arricciato, la pacatezza con cui sorrideva in attesa e la calma con cui aveva smesso di girare il cucchiaino nella tazza comunicavano tutto il desiderio di Anna di ascoltare il sogno.
Serena si arrese e iniziò a raccontare senza troppi preamboli: "Beh... Sono nella mia vecchia casa. Entro in camera mia e vedo subito che sul mio letto ci sono disseminati tantissimi oggetti. È giorno, ma non mattina. La luce è quella un po' fiacca del tardo pomeriggio. Sul mio letto c'è una gazza ladra. Oddio, è un uccello nero lucido con sfumature colorate e la coda lunga. Non sono un'esperta, ma credo che le gazze siano fatte così... In ogni caso io nel sogno ero super convinta che si trattasse proprio di una gazza che inizia a beccare fra le mie cose e... Prende qualcosa, non so cosa e vola via! Esce dalla finestra aperta. Non ho potuto fare nulla per fermarla. Allora corro a controllare gli oggetti sparsi sul mio letto, soprattutto nel punto in cui ho visto la gazza beccare. Oh, c'è di tutto... Cianfrusaglie varie, cose importanti: gioiellini, collane, elastici per capelli, documenti... Sembra che qualcuno abbia rovesciato il contenuto dei miei cassetti. Improvviso una sorta di inventario mentale e non manca nulla. Verifico se ci siano ad esempio gli orecchini di perla o il punto luce o altra roba preziosa perché ricordo che alle gazze ladre piacciono le cose che luccicano... Però non manca nulla! C'è tutto! Quando il sogno sta per concludersi mi guardo attorno smarrita perché sono sicura che la gazza mi ha derubata e ha portato via qualcosa, ma non so cosa... Poi mi sono svegliata".
Pur senza alzarsi in piedi, Anna iniziò a saltellare con il sedere sulla sedia. A tal punto da far urtare le ginocchia sotto al tavolo. La tazza del suo tè e il caffè di Serena tremarono con un lieve tintinnio dei cucchiaini. 
"Una gazza ladra!" disse Anna con gridolino acuto. Era letteralmente in preda all'entusiasmo.
Di fronte a quella inaspettata reazione, Serena sobbalzò dallo spavento. "Ma che ti prende?" esclamò di getto.
"Una gazza ladra" ripeté Anna lentamente e con voce più bassa. Il tono di chi dà per scontato che quelle tre semplici parole valgano una risposta piuttosto ovvia. Peccato che il significato, a quanto pare tanto scontato per Anna, non fosse così lampante anche per l'amica.
"Sì, e allora? C'è bisogno di capovolgere il tavolo?" brontolò Serena. Nel frattempo lanciò delle occhiate furtive agli altri clienti, come per controllare se quei gridolini avessero attirato l'attenzione di qualcuno. Di lato i genitori della bambina proseguivano placidamente a ignorarsi.
"É un'immagine onirica molto interessante! Come sempre anche questa può avere mille sfaccettature... Per alcune culture esoteriche rappresenta il simbolo del nostro spirito guida..." spiegò Anna con voce sommessa, piegandosi sulla tazza del tè. 
"Non mi interessa l'esoterismo, lo sai..." le ricordò Serena per troncare sul nascere qualsiasi discorso potesse degenerare in credenze arcaiche prive di fondamento scientifico.
"... oppure potrebbe essere espressione di una tua esigenza presente. Il tuo subconscio magari ti sta comunicando che devi selezionare meglio i tuoi obiettivi. Non devi rincorrere false idee, falsi sogni... Sai, per la storia che le gazze siano attratte soprattutto da oggetti luccicanti. Eppure...".
"... non tutto ciò che luccica è oro" concluse Serena pensierosa. 
"Esatto" disse Anna, annuendo animatamente con la testa.
"Mi sembra abbastanza plausibile come interpretazione... Però non ero io la gazza" commentò Serena grattandosi la testa. 
"Potrebbe essere stata una tua proiezione" rispose l'altra. Serena aggrottò la fronte un po' scettica. 
"In ogni caso, stando al metodo di Freud, anche la tua opinione è molto importante. Nell'interpretazione più o meno corretta di un sogno, gioca un ruolo decisivo anche l'associazione che lucidamente il soggetto fa da sveglio. A te ad esempio a cosa fa pensare comunemente una gazza ladra?" le domandò Anna sorseggiando finalmente il suo tè. Aveva smesso di fumare già da un po' e a Serena venne il dubbio che non fosse diventato solo tiepido, ma addirittura freddo.
"Non saprei...".
"Pensaci".
"Mh... La gazza mi fa pensare alla natura, al massimo ai tetti. Non è un uccello che vedo tutti i giorni per strada in città come i piccioni" rifletté Serena posando lo sguardo su dei colombi grigi in cerca di briciole nei paraggi del loro tavolino.
"Ecco, nel tuo sogno la gazza potrebbe dunque essere emblema di un aspetto di te stessa più selvatico e autentico..." ipotizzò Anna assumendo una postura quasi professionale. 
"Ma non saprei... Al risveglio avevo soltanto la sensazione di essere stata derubata di un qualcosa" replicò Serena con rassegnazione. 
"Ma nello stesso sogno hai detto di aver controllato e che c'era tutto".
"Sì...".
"E allora è solo una sensazione. Hai tutto" insisté Anna con un'inflessione della voce molto dolce. Per un attimo fu difficile stabilire se stesse parlando ancora del sogno o della realtà. "E se anche fosse, hai perso qualcosa di esterno. Tu sei tutta intera".
Serena sollevò lo sguardo. In cuor suo comprendeva il valore rassicurante di quelle parole, ma detestava quando l'amica giocava a farle da terapeuta. Scelse di non rispondere. Posò gli occhi su dei piccioni per terra che muovevano ritmicamente il collo. Con passo spavaldo stavano per avvicinarsi alla sua sedia. Serena pensò ancora alla gazza ladra dalle piume lucenti e la coda lunga. Ingoiò una sensazione spiacevole e con un calcio nel vuoto fece volare via i piccioni.


Racconto di Valentina Mazzella


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giovedì 19 novembre 2020

"Uomini e topi": il sogno americano infranto secondo Steinbeck


RECENSIONE - "Noi invece è diverso […] perché io ho te che mi stai dietro, e tu hai me per star dietro a te": sono le parole semplici e rassicuranti ripetute a più riprese da George e Lennie, i due protagonisti del romanzo "Uomini e topi" di John Steinbeck. La storia è quella di due amici che attraversano la California degli anni Trenta prestando lavoro in diverse fattorie con lo scopo di racimolare abbastanza soldi e acquistare un giorno un ranch tutto loro. George e Lennie sono l'uno l'opposto dell'altro: il primo è fisicamente molto minuto, ma dotato di acume e scaltrezza. Il secondo, in antitesi al proprio cognome che è Small (un lampante esempio di ossimoro), è molto grosso e forzuto. Purtroppo però ha un ritardo mentale. Per questo motivo tocca a George occuparsi di Lennie, nonostante il peso e le grane che questa responsabilità spesso comporta. 

Steinbeck, Premio Nobel per la Letteratura nel 1962, è stato un importante esponente della "Lost Generation", la generazione di scrittori statunitensi che intorno agli anni Venti annoverò fra le proprie file Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Henry Miller, Ezra Pound e altri autori. Pilastro portante del loro movimento letterario è la narrazione del celeberrimo "sogno americano" infranto e della disillusione di cui la società era impregnata nel primo dopoguerra. Sentimenti di rassegnazione e amarezza pertanto permeano anche le pagine di questo capolavoro. In "Uomini e topi" Steinbeck racconta ai lettori cosa siano il senso di alienazione, la solitudine, l'emarginazione, la discriminazione, l'ingiustizia sociale, l'impossibilità di cambiare la propria condizione. Lo fa attraverso la storia di un'amicizia molto tenera, destinata tuttavia anch'essa a soccombere in un mondo in cui anche solo sognare una realtà migliore appare sciocco agli occhi dei più cinici. Lo stile è sobrio e scorrevole; i dialoghi curati e schietti: insieme regalano una rappresentazione nitida delle situazioni in cui tutti i personaggi si muovono e agiscono in maniera quasi palpabile. Una prosa che tocca il cuore senza ricorrere a moralismi e toni melensi. 

Ogni tentativo di riscattarsi da una vita di stenti si rivela invano e destinato inevitabilmente al naufragio. I sogni, le aspirazioni e le ambizioni sembrano le fantasie dei poveri illusi, di chi non ha sale in zucca e senso pratico. La disarmante ingenuità del grande e grosso stupido Lennie è struggente. La sua fiducia riposta nell'intelligente e astuto George così profonda che il lettore stesso forse gli affiderebbe la propria vita. Le tematiche affrontate da Steinbeck sono molteplici: c'è ad esempio Crooks, uno stalliere nero escluso da tutti nella fattoria in linea con la mentalità razzista diffusa ancora nell'America del Sud all'epoca della Grande Depressione. Un'esistenza di frustrazione e insoddisfazione quella della moglie del prepotente e spietato Curley, una donna che da giovane avrebbe desiderato diventare un'attrice del cinema e si ritrova invece nel presente a girovagare nel ranch del marito violento in cerca di attenzioni e qualcuno con cui relazionarsi. Descritta dagli uomini della fattoria come una poco di buono e "un'esca per la galera", la malinconia e la solitudine di questo personaggio passa quasi in sordina. 

Di rilievo è il vecchio Candy, un anziano bracciante con una sola mano che ormai non può più lavorare come gli altri. Candy offre interessanti spunti di riflessione sulla concezione puramente utilitaristica di frequente ricorrente nel lavoro, nei rapporti umani e in altri ambiti. L'episodio in cui gli amici lo persuadono a un certo punto ad abbattere il suo fedele cane, perché ormai vecchio e puzzolente, è forse la vera chiave di lettura di tutto il romanzo. Del resto è emblematico il titolo dell'opera con cui probabilmente l'autore ha voluto rammentare al lettore come gli uomini e i topi siano legati dalla medesima condizione e dallo stesso incontrovertibile destino. Un po' come i topini che nelle prime pagine il povero Lennie ammazzava accidentalmente quando li infilava nelle tasche di nascosto solo per accarezzarli un po' col dito. Con le migliori internazioni, senza tuttavia esser capace di calibrare la forza delle sue manone. 


Recensione di Valentina Mazzella


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giovedì 29 ottobre 2020

"Mare Fuori": la serie tv che promuove la speranza




 RECENSIONE - Il mare. Il mare di Napoli. Il mare contemplato attraverso le sbarre delle finestre di Nisida. È proprio lui il veicolo del grande messaggio di speranza e riscatto promosso da "Mare Fuori", la serie televisiva italiana trasmessa dal 23 settembre ogni mercoledì su RaiDue. La fiction, guidata dalla regia di Carmine Elia, è ambientata infatti presso l'Istituto di Pena Minorile della città partenopea in cui sono detenuti ragazzi e ragazze che hanno commesso dei reati prima del raggiungimento della maggiore età. Al pubblico viene proposto un intreccio di storie molto diverse fra loro, ognuna delle quali sposa un  particolare argomento di attualità. Il ventaglio delle tematiche affrontate non si fossilizza esclusivamente sul problema della criminalità minorile da strada e quello delle influenze territoriali della camorra. La serie racconta infatti anche della violenza domestica in famiglia, dello stalking e del femminicidio, della tossicodipendenza, dell'autolesionismo e dell'uso irresponsabile dei social fra i più giovani. I protagonisti sono pur sempre degli adolescenti, motivo per cui "Mare Fuori" appare in primis essere una serie di formazione. Pertanto sterili sono le critiche di quanti, con tono polemico, l'hanno additata come l'ennesima fiction sulla scia di "Gomorra", ingiuriando inoltre che sia un prodotto infangante per la reputazione della città. Sebbene non manchino scene di scippi, spaccio, furti e vera criminalità organizzata, "Mare fuori" non sceglie Napoli come location unicamente per gli spunti narrativi che offre, ma anche per la suggestione scenografica dei suoi panorami e per la teatralità della sua gente.

I conflitti genitori-figli, le disparità sociali ed economiche, la discriminazione etnica, le prime cotte e i primi amori, i sogni infranti, la maternità, la pedagogia, il valore della famiglia e dell'amicizia sono problematiche universali che in contesti diversi e dimensioni ridotte magari molti spettatori possono aver sperimentato sulla propria pelle. Al di là di ciò ogni storia in "Mare fuori" scuote le coscienze sollevando dilemmi etici. Niente è banalmente solo nero o solo bianco. Divorato dal dubbio, la fiction costringe il pubblico a riflettere e a interrogarsi. In preda a un confuso discernimento fra cosa sia giusto o sbagliato fare, lo spettatore si immedesima nei personaggi e si domanda cosa avrebbe fatto nei loro panni in situazioni analoghe.

La sceneggiatura di Cristiana Farina e Maurizio Careddu è scritta egregiamente. Con tempi accattivanti, le dosi giuste di drammaticità e azione e la suspense inserita nei momenti più opportuni, riesce a catturare l'attenzione per tutta la durata degli episodi. In realtà ci sono alcune scelte narrative abbastanza discutibili. Parliamo di determinati espediente che risultano poco credibili, necessari solo per forzare lo svolgimento delle vicende. Ad esempio la mancata assistenza psicologica per i detenuti con evidenti problemi di tossicodipendenza (Serena) e problemi di personalità dissociate (Viola) o l'inesistenza degli assistenti sociali in tante situazioni. Tuttavia "Mare Fuori" propone trame così coinvolgenti e dall'impatto emotivo così grande che alla fine si perdona alla serie anche qualche strafalcione. Accurata in generale è invece l'analisi sociologica delle dinamiche criminali del tessuto camorristico e del pessimo codice non scritto da cui derivano. Molto cruda la narrazione della violenza fisica, degli abusi e dei rapporti tossici basati unicamente sulla prevaricazione, il potere e la paura principalmente nel reparto maschile. Altrettanto inquietante la messa in scena della violenza psicologica, delle relazioni costruite su istigazione e manipolazione fra le ragazze.

Fiore all'occhiello sono sicuramente le musiche: non solo l'eccezionale sigla di apertura "Mare Fuori" (feat Icaro, Lolloflow, Raiz), ma anche le altre canzoni che fanno da sottofondo alle sequenze più toccanti.
Il cast è notevole, soprattutto considerando la giovane età e la poca esperienza di molti attori. I personaggi portano sullo schermo le movenze, gli atteggiamenti e le espressioni colorite tipiche di certi contesti di degrado sociale dei quartieri più critici. Convince poco l'accento napoletano della romanissima Valentina Romani nel ruolo di Naditza, eppure la sua interpretazione è così ricca di passione che non si può fare a meno di amarla lo stesso. In egual modo le fragilità di Filippo, il desiderio di Carmine di proteggere sempre gli altri, il legame paterno del Comandante con Carmine in cui rivede se stesso da ragazzo, la spensieratezza immatura di Edoardo, la sensibilità di Cardiotrap, il desiderio di affetto mal manifestato e inappagato di Pino e degli altri detenuti o l'apparente durezza della Direttrice sono tutti elementi che entrano nel cuore. Pertanto attendiamo sicuramente la seconda stagione perché molte storylines sono state lasciate in sospeso. L'evoluzione di molti personaggi non è stata completata e il finale apre le porte a nuovi scenari di speranza. Speranza che molti di loro imparino dagli errori, comprendano le proprie colpe perché in fondo, come di frequente il Comandante ripete nel corso delle puntate, lo scopo dell'Istituto di Pena Minorile è quello di salvare i ragazzi, non semplicemente di punirli. E le coscienze si salvano scuotendo gli animi, ricordando a ogni cuore che per il futuro esistono delle alternative, alternative costruite sull'amore e l'onestà.


Di Valentina Mazzella, pubblicato sul Napolisera.it in data 29 ottobre 2020.


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sabato 17 ottobre 2020

La bimba - racconto breve



La bimba stringeva le manine attorno alle sbarre sottili della ringhiera in ferro. Si reggeva in piedi con sguardo curioso, sorretta dalla madre seduta là accanto sul pavimento di mattonelle verdi. La stessa madre che la contemplava contenta, come l'artista soddisfatto della propria creazione. Le aggiustò le pieghe della gonna a balze che le copriva il pannolino. Il tessuto era rosso come il fiore di stoffa applicato sulla fascia che abbelliva la testolina con pochi capelli della bimba.
La madre sorrise. Eppure qualcosa inquietava la sua serenità. Era tesa. Guardava la sua bimba e non poteva fare a meno di pensare quanto fosse simile a lei nelle sue foto di infanzia. Eppure gli occhi no, erano come quelli del babbo. 
"Adesso arriva papà" disse la mamma alla bambina. Dal tono però sembrava volesse rassicurare se stessa. 
Erano sul balcone della casa della nonna di lei. Delle veneziane verdi abbassate a metà riparavano entrambe dal sole del pomeriggio. La madre gettò uno sguardo in basso e vide per strada due persone avvicinarsi al portone del palazzo. Un uomo e una donna. 
"È arrivato papà" disse la mamma alla figlioletta. "È qui per il tuo compleanno" le spiegò. La bimba compiva un anno. Guardò la madre arricciando il nasino. Un sorriso vispo le guizzò sul viso morbido. Poi sembrò chiedere il ciuccio. 
Sentirono suonare il citofono e qualcuno percorrere di corsa il corridoio per andare all'ingresso ad aprire la porta. Il padre non tardò a comparire sul balcone davanti alle due. Diede un cenno di saluto freddo, imbarazzato, alla madre della bimba. Era distante e allo stesso tempo appariva a disagio. Non pronunciò una parola. Si limitò ad abbassarsi e a sollevare con dolcezza la figlia. La prese in braccio con tenerezza e gli occhi solo per lei. Afferrò le manine e le baciò con gioia pazza. 
La madre restò impassibile. Per orgoglio non chiese: "E lei? Dov'è?". Si limitò ad alzarsi in piedi. Con gesti nervosi si sistemò il vestito. Poi ignorando l'uomo, lo lasciò da solo con la bimba e attraversò la portafinestra. Rientrò in casa. Dentro di sé era furiosa. Quella donna, ospite in casa sua, non si era presa la briga nemmeno di raggiungerla per salutarla. Avrebbe magari preteso di essere attesa e ricevuta con tappeto rosso e onori all'ingresso. E adesso sembrava essere scomparsa, quasi stesse giocando a nascondino nella sua abitazione! Era inaccettabile! Soprattutto nel giorno del compleanno di sua figlia! 
La madre della bambina continuava a contorcersi le mani. Poi finalmente la trovò. Nella camera da letto degli ospiti, distesa su un letto su cui alle volte lei stessa era solita riposarsi. Cercando di preservare la rabbia, esclamò: "Che succede? Qualcuno non si sente bene?". Sapeva di apparire provocatrice e sgarbata, ma non le importava. 
La donna si limitò a guardarla con occhi gelidi, ma non rispose. Si toccava il ventre come se avvertisse dolore in quel punto. Forse dei crampi. Poi sulla porta comparve l'uomo con la bambina in braccio. Guardò la madre della bimba con severità e contemporaneamente un senso di vergogna. Vergogna per l'atteggiamento dell'altra. Era consapevole del comportamento scorretto della donna che aveva portato in casa, ma scelse ugualmente di difenderla in silenzio come se fosse quello il ruolo che gli spettava. 
La madre della bimba non disse nulla. Si irrigidì, ferita dentro. Si abbassò allora sul letto per chiedere all'orecchio della donna con falsa premura: "Sono i dolori del ciclo?". Tuttavia in risposta fu allontanata con uno schiaffo leggero, come si cacciano le mosche. 
"Hai visto?" sbottò la madre scattando all'indietro. Gli occhi fissi sull'uomo che, con la bambina fra le braccia, la guardava completamente inerme. 


Racconto di Valentina Mazzella


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giovedì 23 luglio 2020

Le caramelle al limone




Le cose non sempre sono come appaiono. Per anni il martedì e il venerdì sono stati i giorni in cui mio nonno era solito venirmi a prendere al termine delle lezioni scolastiche. Mi attendeva fuori l'istituto, davanti a una cartolibreria che oggi non c'è più. Io oltrepassavo i cancelli con un'orda di studenti. Lo raggiungevo ed entravo in auto con un grosso zaino pesante sulle spalle. Ogni volta, per darmi il benvenuto, il nonno apriva la mano mostrandomi sul palmo una manciata di caramelle da mangiare insieme. Era il suo modo per regalarmi un piccolo sollievo dolce dopo cinque ore sui banchi. Con delle caramelle del resto aveva conquistato anche la nonna la prima volta in cui le aveva rivolto la parola in gioventù. Ogni volta mi offriva dunque delle caramelle. Ogni volta rosse, arancioni e gialle. Rispettivamente al gusto di arancia, mandarino e limone. Lasciava che fossi io la prima a scegliere. A seguire mio fratello, seduto sul sedile posteriore. In tanti anni non ho mai chiesto a mio nonno quale fosse il suo gusto preferito. Tuttora non lo so. La nonna ha ormai la demenza senile e ha perso i ricordi. Ho chiesto a mia madre e non ha saputo rispondermi. Per anni, in silenzio, ho sempre attribuito al nonno i miei gusti. Ho sempre preferito le caramelle con la carta arancione o rossa. Così, per lasciare a lui le caramelle che io ritenevo fossero le più buone, ogni volta tacitamente sceglievo le caramelle al limone. Non gli ho mai confessato di preferire il sapore meno aspro dell'arancia e del mandarino. Un giorno poi il nonno è morto. Un mese prima del mio diciottesimo compleanno, dieci anni fa. Tuttora, come dicevo, non so quale sia stato veramente il suo gusto preferito fra le caramelle. Me lo domando ancora e mi domando soprattutto perché non lo abbia mai chiesto a lui quando ne ho avuto per anni la possibilità. Forse perché la reputavo una sciocchezza, una banalità. Ci siamo voluti tanto bene. Oggi mi manca e penso spesso che per anni avrà creduto che le mie preferite fossero le caramelle al limone.


Di Valentina Mazzella


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